Parrocchia S. Gerolamo Emiliani di Milano - Blog

Il Blog "Insieme per..." vuole proporre spunti di riflessione e di condivisione per costruire insieme e fare crescere la comunità della parrocchia di San Gerolamo Emiliani di Milano, contribuendo alla diffusione del messaggio evangelico.

giovedì 12 agosto 2010

373 - LA MISERICORDIA DEL SIGNORE

O mio Dio, Santissima Trinità, voglio adorare la tua misericordia con ogni respiro del mio essere, ogni battito del mio cuore, ogni mio palpito. Voglio essere interamente trasformata nella tua misericordia e diventare così un vivo riflesso di te, Signore. Il più grande attributo divino, la tua misericordia insondabile, si riversi attraverso la mia anima e il mio cuore sul mio prossimo.

Aiutami, Signore, affinché i miei occhi siano misericordiosi, ch’io non sospetti mai né giudichi secondo le apparenze, ma sappia discernere la bellezza nell’anima del mio prossimo e gli venga in aiuto. Aiutami, Signore, affinché il mio orecchio sia misericordioso, affinché io mi chini sui bisogni del mio prossimo e non rimanga indifferente né ai suoi dolori né ai suoi gemiti. Aiutami, Signore, affinché la mia lingua sia misericordiosa, affinché io non sparli mai del mio prossimo, ma abbia per ognuno una parola di consolazione e di perdono. Aiutami, Signore, affinché le mie mani siano misericordiose e piene di buone opere, affinché io sappia fare del bene al mio preossimo e mi assuma i carichi più pesanti e sgradevoli. Aiutami, Signore, affinché i miei piedi siano misericordiosi, affinché io mi affretti a soccorrere il mio prossimo, dominando la mia stanchezza e pigrizia. Il mio vero riposo sta nel rendere servizio al mio prossimo.

Aiutami, Signore, affinché il mio cuore sia misericordioso, affinché io partecipi a tutte le sofferenze del mio prossimo. Non rifiuterò il mio cuore a nessuno ; frequenterò sinceramente persino coloro che, lo so bene, abuseranno della mia bontà ; e io, mi rinchiuderò nel cuore misericordioso di Gesù. Tacerò le mie sofferenze. La tua misericordia riposi in me, Signore.

Santa Faustina Kowalska (1905-1938), religiosa, Giornale, 163 (1937)

lunedì 9 agosto 2010

372 - TU HAI CHIAMATO

Tu hai chiamato, hai gridato,
e hai superato la mia sordità.
Tu hai sfolgorato,
e hai aperto i miei occhi.
Tu hai sparso i profumi,
li ho respirati
son corso dietro a te!

Io ti ho gustato,
e ho fame e sete di te.
Tu mi hai toccato,
e io brucio dal desiderio
della tua pace.
Quando sarò più vicino a te,
la mia sofferenza sarà finita.

O Signore, abbi pietà di me,
non nascondo le mie ferite;
tu sei il medico e io l'infermo.
Tu sei misericordioso,
e io tanto povero.

Donami ciò che tu comandi,
e poi comanda ciò che tu vuoi.

(Sant'Agostino)

sabato 7 agosto 2010

371 - IL RICCO EPULONE E IL POVERO LAZZARO

Lazzaro ed il ricco Epulone, illustrazione dall’Evangeliario di Echternach, libro miniato dell'VIII secolo, proveniente dalla biblioteca dell'abbazia lussemburghese di Echternach e ora conservato alla Bibòliotheque National de France.

Pannello superiore: Lazzaro alla porta dell'uomo ricco.

Pannello centrale: L'anima di Lazzaro è trasportata in Paradiso da due angeli; Lazzaro nel petto di Abramo.

Pannello inferiore: L'anima del ricco è trasportata da due diavoli all'inferno; il ricco è torturato nell'inferno

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In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe.

Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. Ma Abramo rispose: “Figlio, ricordati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”.

E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».

Luca 16,19-31

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Per riflettere:

- Che uso facciamo dei nostri beni materiali? La nostra ricchezza, piccola o grande che sia, è solo al servizio del nostro benessere e delle nostre necessità?

- Siamo attenti ai moderni Lazzaro che siedono alla porta delle nostre case e attendono le briciole per sfamarsi? E ai Lazzaro che vivono lontano, nel terzo mondo così spesso impoverito dalla nostra civiltà dei consumi?

- sappiamo impegnarci concretamente in favore dei poveri, o preferiamo fare come il ricco Epulone, che non si accorge del povero?

- chi sono per me i poveri?

- sappiamo leggere e comprendere i testi delle Scritture che ci indicano la via per giungere alla vita eterna, per ottenere la consolazione e la pace?

venerdì 6 agosto 2010

370 - XI DOMENICA DOPO PENTECOSTE

Il brano, che la liturgia ambrosiana della XI domenica dopo Pentecoste propone per domenica 8 agosto, noto come la parabola “del ricco epulone” e del povero Lazzaro, mostra le conseguenze tragiche prodotte dall’uso perverso delle ricchezze da cui il Signore aveva già messo in guardia con la precedente parabola dell’amministratore infedele (16,1-8) e con il suo insegnamento al riguardo (16,9-13) che addita, nell’elemosina, l’uso buono delle stesse ricchezze.

La parabola si presenta divisa in due parti. Nella prima, vv 19-25, viene illustrato il totale ribaltamento di situazione che avviene per il ricco e per il povero, nell’ora della morte. Un cambiamento reso drammatico dalla visione del ricco non più vestito di “porpora e di lino finissimo”, ma nell’inferno tra “i tormenti”. Egli, abituato ai sontuosi banchetti quotidiani, ora chiede solo una goccia d’acqua fresca. Il povero, al contrario, ora è “nel seno di Abramo” ovvero partecipa della beatitudine e della felicità eterna. Un simile cambiamento, avverte il v 26, è irreversibile e non è pensabile passare dai “tormenti” al “seno di Abramo” per via del “grande abisso” che divide per sempre le due situazioni.

Nella seconda parte della parabola (vv 27-30) l’attenzione è rivolta ai cinque fratelli del “ricco” i quali, evidentemente, vivendo come lui, sono inesorabilmente destinati alla sua orribile fine. Essi, però, essendo ancora in vita, possono evitare tale fine, decidendo di obbedire a “Mosè e i Profeti” (v 29. v 31).

Nel progressivo dispiegarsi della storia della salvezza che il tempo liturgico “dopo Pentecoste” ci fa rivivere nelle sue grandi tappe considerate nella loro tensione alla Pasqua, un posto di rilievo è occupato dai Profeti rappresentati emblematicamente da Elia. Egli riassume la rivelazione vetero-testamentaria che va sotto il nome, appunto, di “Profeti” e che, insieme a Mosè, che riassume in sé il Pentateuco (la Legge), indica, di fatto, tutta la Scrittura così come viene fatto capire nel testo evangelico oggi proclamato.

I profeti sono mandati da Dio con il compito essenziale di mantenere il popolo a lui appartenente nella fedeltà all’alleanza, additando le mancanze che ledono tale alleanza e che spiegano anche le “prove” che, per questo, si abbattono sul popolo stesso. I profeti, perciò, predicano la necessità di conversione dall’idolatria e dalla condotta malvagia volgendosi con fiducia a Dio e camminando nelle sue vie.

La Lettura ci offre la testimonianza di Elia che non teme di affrontare il perfido re Acab denunciando apertamente il suo crimine – l’uccisione proditoria di Nabot e l’usurpazione della sua vigna – e la conseguente punizione che lo attende (1Re 21,8-19).

Tutta la Scrittura (= Mosè e i Profeti), perciò, è da Dio donata perché sia “ascoltata” e “obbedita”. Essa, in realtà, annuncia e prepara l’invio nel mondo non più di intermediari per quanto grandi come Mosè e i Profeti, ma della stessa “Parola” ossia di Gesù di Nazaret. Egli insegna agli uomini la via per sfuggire al triste destino del “ricco” ossia alla rovina eterna e arrivare così nel “seno di Abramo” ossia alla felicità eterna.

Nel Signore Gesù, nella sua Parola noi abbiamo la possibilità di ascoltare “tutta la Legge e tutti i Profeti” che lui riassume nel comandamento dell’amore di Dio e del prossimo teso a ribaltare totalmente quella mentalità e quello stile di vita emblematicamente espresso nella figura del “ricco epulone”.

Egli divenuto oramai impermeabile ai divini richiami, si ostina a perseguire un’esistenza illusoriamente ritenuta sicura perché al riparo delle “ricchezze” di questo mondo: il denaro, il potere, il piacere. Una tale esistenza è inesorabilmente avviata al “grande abisso” dal quale neanche un “miracolo”, quello invocato dal “ricco” per i suoi fratelli, potrebbe liberare.

Immensamente grati al Padre per il dono del suo Figlio, sua Parola vivente, cogliamo anche noi l’invito delle Scritture a verificare il nostro autentico atteggiamento di fronte a Gesù e al suo Vangelo. “Oggi” è ancora possibile, qualora registrassimo in noi indifferenza e chiusura alla Parola, fermarci dal cadere nel “grande abisso” e operare quella “conversione” del cuore che l’apostolo Paolo traduce in concreto programma di vita (Epistola: Romani 12,9-18) e che il Canto al Vangelo così sintetizza: «Beati coloro che custodiscono la parola di Dio con cuore integro e buono e producono frutto con perseveranza».

(A. Fusi)

giovedì 5 agosto 2010

369 - SIGNORE, INSEGNACI A PREGARE!

Trasfigurazione - Santa Caterina del Sinai
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Ci riferiamo ora in particolare alle prime parole del racconto lucano: «Prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. E, mentre pregava, il suo volto cambiò d'aspetto» (Lc 9, 28b-29a). Questi versetti ci sollecitano a riflettere sul tema della preghiera, così nodale negli esercizi, e sulla preghiera di Gesù, nel desiderio di imparare da lui.

La preghiera era il respiro della sua vita, e perciò pregava sempre. Ha pregato tante volte sulle montagne della Galilea, passava le notti in preghiera: ha pregato in solitudine nella notte prima di chiamare gli apostoli (Lc 6, 12-16); ha pregato nella notte dopo la moltiplicazione dei pani (Mt 14, 23). E alla preghiera sul Tabor chiama come testimoni i tre discepoli più fidati, che saranno poi testimoni nel Getsemani.

Possiamo contemplarlo in preghiera mentre gli apostoli ne ammirano la devozione, la riverenza, l'adorazione. la concentrazione, la calma, il silenzio. D'un tratto ecco la luce che lo illumina completamente, con una luminosità senza paragoni. Forse gli apostoli gli ripetono la domanda che altre volte gli hanno posto e che facciamo nostra: «Signore, insegnaci a pregare! Noi vorremmo poter pregare come te». Di fatto Gesù rivela il mistero della preghiera pregando, e noi abbiamo molto bisogno di imparare a pregare, a entrare in quel mistero.

C'è un aspetto della preghiera che mi colpisce molto. Mi colpisce che sia l'espressione della prima alterità, del primo incontro con un «tu». Il pensiero moderno e contemporaneo ha superato il primato del soggetto individuale da cui tutto dipende, e ha riconosciuto che l'uomo è soggetto perché è interpellato ed è soggetto morale perché é di fronte al volto di un Altro. È un'acquisizione della teologia e della filosofia contemporanee - da Martin Buber, a Levinas, a Mancini e a molti altri -, ed è ormai accettata, in quanto fonda veramente una morale: l'essere di fronte all'altro, l'essere per l'altro. Siamo esseri morali e umani in relazione, e la prima relazione è quella con Dio, che è la più profonda, la più alta, la più coraggiosa, la più ardita perché non lo vediamo.

La preghiera, quindi, è l'espressione spontanea della nostra alterità di fronte a Dio e dell’alterità di Dio di fronte a noi. È a un «tu». Alcuni anni fa ho promosso a Milano una «Cattedra dei non credenti» sul tema: La preghiera di chi non crede, nella convinzione che la preghiera è ben più profonda dell'intelligenza teoretica della fede. Anche chi brancola nel buio, sente il bisogno di rivolgersi a un «tu». Nella preghiera ci definiamo come creature, partner di Dio, figli o chiamati a essere figli, persone fornite di dignità inalienabile.

Pur se la preghiera può assumere forme molto semplici, talora banali, ripetitive, pesanti, tuttavia nel suo mistero è l'essere dell'uomo davanti all'Essere, é davvero qualcosa di formidabile.

Carlo Maria Martini, La trasformazione di Cristo e del cristiano alla luce del Tabor, 2004.

368 - LA TRASFIGURAZIONE SECONDO LUCA

«Circa otto giorni dopo questi discorsi, prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. E, mentre pregava, il suo volto cambiò d'aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco due uomini parlarne con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella loro gloria, e parlavano della sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; tuttavia restarono svegli e videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. Mentre questi si separavano da lui. Pietro disse a Gesù: "Maestro, è bello per noi stare qui. Facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia". Egli non sapeva quel che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e li avvolse; all'entrare in quella nube, ebbero paura. E dalla nube usci una voce, che diceva: "Questi é il Figlio mio, l'eletto; ascoltatelo". Appena la voce cessò, Gesù restò solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto» (Lc 9, 28-36).

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Consideriamo anzitutto l'episodio nel suo insieme: collocazione nel contesto dei vangeli, brani evangelici a cui rimanda, importanza della pericope nella tradizione della Chiesa.

La pericope della Trasfigurazione è al centro del Vangelo in tutti i sinottici. Segue immediatamente la confessione di Pietro, il primo annuncio della passione, le condizioni per seguire Gesù. Costituisce dunque un'unità con il racconto del riconoscimento da parte di Pietro di Gesù come il Cristo, è la risposta divina alla confessione dell'apostolo; è un punto cardine della narrazione evangelica. Da quel momento gli eventi precipitano verso la passione. Sembra addirittura che nella Chiesa antica si fosse pensato che l'evento del Tabor precedesse di quaranta giorni la passione. Non a caso la festa liturgica della Trasfigurazione si celebra il 6 agosto fin dal secolo VII del calendario bizantino e questa data è stata sempre mantenuta da tutta la Chiesa. Anzi, è una delle poche feste che cadono nelle stesso giorno sia per l'Oriente che per l'Occidente. Notate che ci sono quaranta giorni dal 6 agosto al 14 settembre, data della Esaltazione della Croce, quasi a significare che la Trasfigurazione prepara la proclamazione di Gesù crocifisso.

La Trasfigurazione sul monte ci parla di un mistero così sublime che si ha quasi paura ad avvicinarlo. Sarebbe necessario forse avere il cuore e la voce della Chiesa d'Oriente, che ha parlato a lungo di tale mistero, come ho sopra accennato.

Cito almeno un'omelia armena del V secolo, di un certo Eliseo, nelle cui parole si avverte tutto il commosso entusiasmo per lo stesso luogo fisico dove si situa l'evento: «[ ... ] vi parlerò dell'aspetto delizioso di quel monte. Ci siamo andati personalmente e l’abbiamo visto con i nostri occhi e non da soli e separatamente, ma con numerosi compagni. Parecchi di loro volevano trattenersi sul monte, non per la forza di un desiderio carnale, bensì per tenero amore di Cristo. Là infatti abita una moltitudine di fratelli ammirevoli, guidati più dallo spirito che dal corpo [i monaci che abitavano sul Tabor già nel IV-V secolo; sul monte si vedono i resti dei loro monasteri]. Se qualcuno considera quel luogo dal punto di vista della ricerca di godimenti corporali, esso già gli appare più grazioso di tante visioni di montagne. Innanzitutto perché è situato in una grande pianura della terra di Galilea, senz'altra montagna in prossimità. È circondato da sorgenti naturali di acqua, vi crescono frutti saporiti di varie specie [...]. L’ascesa per il sentiero che ha preso il Signore è molto diretta. Chi desidera fare l'ascesa per pregare salirà facilmente. Quando uno sale alla sommità reale del monte, gli appare chiaramente la piana intera nelle sue diverse parti. Tutta la varietà della regione presenta giustapposti villaggio a villaggio, podere a podere [oggi i kibbutzim ebraici hanno ricostituito lo stesso scenario, davvero bello a vedersi dalla cima] con diverse città in mezzo ad essi. La cima del monte poi è incavata, concava e c'è su di essa qualche raro albero, ma la terra è molto fertile.»

Così gli antichi amavano il luogo dove si è svolto l'episodio che vogliamo meditare.

Un episodio molto amato anche da Paolo VI, di cui desidero leggere due testi particolarmente significativi in proposito. Il primo è tratto dall'omelia che aveva preparato per l'Angelus del 6 agosto 1978, giorno in cui morì: «Quella luce che inonda il Cristo trasfigurato è e sarà anche la nostra parte di eredità e di splendore. Siamo chiamati a condividere tanta gloria, perché siamo "partecipi della natura divina" (2 Pt 1, 4)». Il secondo è tratto dal Pensiero alla morte: «Ecco mi piacerebbe, terminando, d'essere nella luce [pensa al Tabor]. In questo ultimo sguardo mi accorgo che questa scena affascinante e misteriosa [del mondo] è un riverbero, è un riflesso della prima e unica Luce... un invito alla visione dell'invisibile Sole. quem nemo vidit umquam: unigenitus Filius, qui est in sinu Patris, Ipse enarravit (Gv 1, 18). Così sia, così sia».

Comprendiamo di essere di fronte a una pericope che ci supera da ogni parte e ci mettiamo, umilmente, al servizio della Parola, lasciando che penetri nei nostri cuori.

Carlo Maria Martini, La trasformazione di Cristo e del cristiano alla luce del Tabor, 2004.

367 - LA TRASFIGURAZIONE DI BEATO ANGELICO

Beato Angelico, La trasfigurazione
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La Trasfigurazione è uno degli affreschi di Beato Angelico che decorano il convento di San Marco a Firenze. Misura 189x159 cm e si tratta di una delle opere sicuramente autografe del maestro, risalente al 1438-1440.

L'Angelico si dedicò alla decorazione di San Marco su incarico di Cosimo de’ Medici, tra il 1438 e il 1445, anno della sua partenza per Roma, per poi tornarvi negli anni 1450, quando completò alcuni affreschi e si dedicò alla statura di codici miniati per il convento stesso.

La Trasfigurazione si trova nella cella 6 del corridoio Est, lato esterno, nella fila di celle da cui si ritiene che sia iniziata la decorazione, e fa parte di quel ristretto numero di opere di attribuzione diretta al maestro assolutamente indiscussa, sia nel disegno che nell'esecuzione. Nel caso della Trasfigurazione furono impiegate otto "giornate" di affresco, di cui una intera per il volto di Cristo, che fu trattato dall'Angelico con pennellate brevi e decise, con molte sfumature per rendere forte il modellato.

La scena viene spesso indicata come la più felice del ciclo, splendida sotto il profilo compositivo, coloristico e della luce. La simmetria è alla base dell'equilibrio della composizione. La figura di Cristo si erge maestosa al centro della scena sopra un'altura e spalancando le braccia, un gesto che preannuncia la Crocefissione, si staglia, bianco su bianco, entro una raggiera luminosa, che abbaglia gli astanti. Cristo ricorda un Pantocrator, adatto a rendere la potenza del momento in cui Dio proclamò ai discepoli "Questo è il mio figlio diletto nel quale mi sono compiaciuto". La composizione è divisa secondo la sezione aurea, con Cristo che divide l'affresco in due metà e con l'arco che misura un terzo rispetto all'altezza totale dell'opera.

In basso si trovano tre apostoli, Pietro, Giacomo il Maggiore (di spalle) e Giovanni: il primo fa un gesto per coprirsi gli occhi, Giacomo è in una posa carica di stupore (si notino le mani e i piedi contratti con studiato realismo), Giovanni invece, a destra, si inginocchia e alza le mani con profonda reverenza.

Sotto le braccia di Cristo si trovano le teste di Mosè e di Elia, testimoni mistici dell'avverarsi delle loro profezie, dove l'Angelico dispiegò tutta la sua potenza nel modellare. Ai lati si trovano infine la Madonna e san Domenico: quest'ultimo fa da testimone alla scena e la attualizza inquadrandola nella gamma dei principi dell'Ordine. San Domenico sembra ricevere luce dall'esterno, alle sue spalle.


lunedì 2 agosto 2010

366 - PERCHÉ LA FEDE È UN ATTO PERSONALE E INSIEME ECCLESIALE?

La fede è un atto personale, in quanto libera risposta dell'uomo a Dio che si rivela. Ma è nello stesso tempo un atto ecclesiale, che si esprime nella confessione: «Noi crediamo». È infatti la Chiesa che crede: essa in tal modo, con la grazia dello Spirito Santo, precede, genera e nutre la fede del singolo cristiano. Per questo la Chiesa è Madre e Maestra.

«Non può avere Dio per Padre chi non ha la Chiesa per Madre» (san Cipriano).

(Compendio del catechismo della chiesa cattolica, n. 29)

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30. Why is faith a personal act, and at the same time ecclesial?

Faith is a personal act insofar as it is the free response of the human person to God who reveals himself. But at the same time it is an ecclesial act which expresses itself in the proclamation, “We believe”. It is in fact the Church that believes: and thus by the grace of the Holy Spirit precedes, engenders and nourishes the faith of each Christian For this reason the Church is Mother and Teacher.

“No one can have God as Father who does not have the Church as Mother.” (Saint Cyprian)

(Compendium of the Catechism of the Catholic Church, n.30)

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30. ¿Por qué la fe es un acto personal y al mismo tiempo eclesial?

La fe es un acto personal en cuanto es respuesta libre del hombre a Dios que se revela. Pero, al mismo tiempo, es un acto eclesial, que se manifiesta en la expresión «creemos», porque, efectivamente, es la Iglesia quien cree, de tal modo que Ella, con la gracia del Espíritu Santo, precede, engendra y alimenta la fe de cada uno: por esto la Iglesia es Madre y Maestra.

«Nadie puede tener a Dios por Padre si no tiene a la Iglesia por Madre» (San Cipriano)

(Compendio del Catecismo de la Iglesia Católica, n.30)

365 - PERCHÉ NON CI SONO CONTRADDIZIONI TRA FEDE E SCIENZA?

Anche se la fede supera la ragione, non vi potrà mai essere contraddizione tra fede e scienza, perché entrambe hanno origine da Dio. È lo stesso Dio che dona all'uomo sia il lume della ragione sia la fede.

«Credi per comprendere: comprendi per credere» (sant'Agostino).

(Compendio del catechismo della chiesa cattolica, n. 29)

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Why is there no contradiction between faith and science?

Though faith is above reason, there can never be a contradiction between faith and science because both originate in God. It is God himself who gives to us the light both of reason and of faith.

“I believe, in order to understand; and I understand, the better to believe.” (Saint Augustine)

(Compendium of the Catechism of the Catholic Church, n.29)

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¿Por qué afirmamos que no hay contradicción entre la fe y la ciencia?

Aunque la fe supera a la razón, no puede nunca haber contradicción entre la fe y la ciencia, ya que ambas tienen su origen en Dios. Es Dios mismo quien da al hombre tanto la luz de la razón como la fe.

«Cree para comprender y comprende para creer» (San Agustín)

(Compendio del Catecismo de la Iglesia Católica, n.29)

domenica 1 agosto 2010

364 - APOSTOLATO DELLA PREGHIERA - AGOSTO

Generale: perchè i disoccupati e i senza tetto e quanti vivono in gravi condizioni di situazioni di necessità trovino comprensione ed accoglienza e siano aiutati in modo concreto a superare le loro difficoltà.
Missionaria: perchè la chiesa sia la "casa" di tutti, pronta ad aprire le sue porte a quanti sono costretti dalle discriminazioni razziali e religiose, dalla fame e dalle guerre ad emigrare in altri Paesi.