Parrocchia S. Gerolamo Emiliani di Milano - Blog

Il Blog "Insieme per..." vuole proporre spunti di riflessione e di condivisione per costruire insieme e fare crescere la comunità della parrocchia di San Gerolamo Emiliani di Milano, contribuendo alla diffusione del messaggio evangelico.

venerdì 10 dicembre 2010

457 - LA DOMENICA DEL PRECURSORE

Il brano è preso dal “prologo” del Vangelo secondo Giovanni (1,1-18). Di esso vengono oggi letti i vv. 6-8 appartenenti alla terza strofa che introduce la figura di Giovanni il Battista come “testimone” qualificato del Figlio di Dio che viene nel mondo e i vv. 15-18 appartenenti all’ultima strofa. In particolare il v. 15 riporta il contenuto essenziale della “testimonianza” resa da Giovanni, mentre i vv. 16-17 offrono la testimonianza nel Signore Gesù Cristo da parte della comunità cristiana delle origini. Il v. 18, infine, proclama solennemente che Gesù è il Figlio Unigenito, unico “rivelatore” del Padre.

Proclamato nel contesto della preparazione al Natale del Signore il brano pone in luce la figura di Giovanni il Battista che appare, con tutto il rilievo dovuto, nel momento in cui la storia della salvezza giunge a un suo culmine, qual è appunto la venuta nel mondo del Figlio di Dio. Giovanni, perciò, viene indicato come uomo “mandato” da Dio, così come Gesù stesso è “mandato” dal Padre e come lo sono stati i profeti scelti e “mandati” da Dio al suo popolo.

Tra di essi, Malachia, manifestando la volontà di Dio a venire di persona tra il suo popolo, dice che, per questo, si farà precedere da un suo «messaggero a prepare la via davanti a me»; un messaggero «che io manderò» (Lettura: Malachia, 3,1).

In ragione di questo “mandato” (Gv 1,6) Giovanni è “testimone” autorevole di Gesù, il Figlio di Dio che viene nel mondo come “luce” ossia portatore della rivelazione di Dio che è luce di vita e di salvezza. Lui solo, infatti, il Figlio unigenito che “è nel seno del Padre” (v. 18) ha “visto” e conosce Dio!

Il “mandato” e la “testimonianza” di Giovanni, nei disegni divini, devono ottenere l'adesione di fede nel Signore Gesù di tutti gli uomini! In lui solo, e solo da lui, come leggiamo nell'iniziale professione di fede contenuta nel v. 17, essi possono trovare e ricevere “grazia su grazia”. Prima di Gesù, infatti, gli uomini erano come «custoditi e rinchiusi sotto la Legge», quella data da Dio per mezzo di Mosè, e che l’apostolo Paolo descrive come “pedagogo” (Epistola: Galati 3,23-24), ossia come un provvisorio accompagnatore dell’umanità verso Cristo, dalla cui “pienezza” divina discende sull’umanità “grazia su grazia”, ossia la salvezza in tutta la sua portata e in tutta la sua efficacia.

Mentre accogliamo con cuore disponibile la “testimonianza” di Giovanni e riconosciamo che Gesù è il Figlio Unigenito di Dio, venuto nel mondo, crediamo che, con la sua apparizione tra gli uomini i disegni e le divine promesse finalmente si sono attuati. In Cristo, infatti, ha fatto il suo personale ingresso nel mondo Dio stesso (cfr. Malachia 3,1). In lui ha ricevuto lo splendore della divina rivelazione che, come luce, finalmente dirada le tenebre dell’incredulità e della morte che gravano sul mondo.

Non solo, pieni di ammirato stupore, proclamiamo che Gesù, unico, porta nel mondo la “grazia”; anzi “grazia su grazia”, ossia, non solo la redenzione, la liberazione dal potere del male, ma specialmente il dono e la partecipazione alla vita stessa di Dio come “figli”. La preghiera liturgica così interpreta e traduce la traboccante pienezza di grazia che, in Cristo, viene a noi dal Cielo: «La nostra redenzione è vicina, l'antica speranza è compiuta; appare la liberazione promessa e spunta la luce e la gioia dei santi» (Prefazio).

La “missione” e la “testimonianza” di Giovanni la compie, ora, la comunità del Signore, la Chiesa. Essa sa di non essere la “luce” ma essendo stata “illuminata” e, avendo accolto Gesù “luce nel mondo”, non può fare a meno di dare una tale “testimonianza” autorevole all’uomo di oggi con la parola evangelica, la bella e la buona notizia: il figlio Unigenito ci ha detto che Dio è Padre e rivela la sua paternità riversando per mezzo di lui sul mondo “grazia su grazia”. E questa parola di luminosa rivelazione la Chiesa continuamente annuncia e trasmette a un mondo che vive nello smarrimento, nella paura, nell’angoscia.

Intanto, ogni domenica, radunati in santa assemblea riceviamo la “testimonianza” della divina liturgia che diffonde la luce della Parola e la grazia del cibo eucaristico, e che così ci fa pregare: «Rivelati, o tu che siedi sui cherubini! Manifesta la tua potenza e vieni, Signore, a salvarci. Volgiti a noi, o Dio onnipotente, guardaci dal cielo e vieni, Signore, a salvarci» (All’Ingresso).

(A.Fusi)

giovedì 9 dicembre 2010

456 - MILANO, UNA CITTA’ DAL TERRENO BUONO – 1

Cari fratelli e sorelle nel Signore,

riflettendo sulla vita quotidiana, vogliamo interrogarci sulle condizioni, le situazioni e le occasioni che rendono possibile vivere in pienezza la nostra umanità e guardare insieme al futuro della nostra Città. Desidero offrire queste mie parole all’intelligenza e alla volontà di tutti come contributo per edificare una vita comune promettente e buona e alla fede operosa dei credenti per la costruzione della Città eterna del Regno di Dio.

Il capitolo 8 del vangelo di Luca ci presenta Gesù che «se ne andava per città e villaggi, predicando e annunciando la buona notizia del regno di Dio» (Luca 8,1). Ci pare di vedere questo inimitabile predicatore e profeta passare per i luoghi abitati e attraversarli (cfr. Luca 19,1ss) offrendo a tutti la sua parola illuminante e provocatoria. Immaginiamo quanto abbia potuto imparare e conoscere Gesù dalla vita della gente del suo tempo, osservando le persone che incontrava.

Lasciando che lo sguardo di Gesù si posi ora su di noi e sulla nostra Milano vogliamo riascoltare la parabola evangelica. La nostra Città deve molto ai suoi santi e alla sua quasi bi millenaria tradizione cristiana. Questa non è semplice memoria psicologica del passato, ma si concretizza nella sterminata moltitudine di persone che sulla fede in Cristo hanno fondato la propria esistenza, sul suo esempio hanno orientato le proprie azioni segnando positivamente la storia, diffondendo la parola del Vangelo, il bene e la giustizia.

Se dovesse camminare oggi per le vie di Milano, il Signore Gesù non troverebbe una situazione tanto dissimile da quella che ha presentato nella sua parabola. Scoprirebbe tanta buona semente gettata ovunque e incontrerebbe una città dal terreno promettente, dove il seme “germogliò e fruttò cento volte tanto”.

Milano è una città dove è forte l’impronta cristiana: il seme della Parola di Dio è stato qui diffuso con generosità ed efficacia anzitutto dai vescovi miei predecessori, pastori innamorati e fedeli al Signore. Penso ai santi Ambrogio e Carlo e – per arrivare ai nostri giorni – a Giovanni Battista Montini (poi papa Paolo VI), a Giovanni Colombo, a Carlo Maria Martini che confessava di “non avere altro che la Parola di Dio”.

Tale seminagione – condivisa con tanti sacerdoti, religiosi e religiose, fedeli laici – non solo ha edificato la comunità dei credenti, ma ha contribuito a modellare il volto buono della nostra Milano. I credenti ringrazino con me il Signore per coloro che, sostenuti dalla sua grazia, si sono fatti servi e strumenti del Vangelo. Anche chi sostiene di non credere riconosca il debito che la nostra Città deve a coloro che hanno speso in questo modo la propria vita.

Mille e più potrebbero essere le testimonianze, ma nell’anno che la Chiesa a lui dedica nel quattrocentesimo anniversario della sua canonizzazione, voglio ricordare san Carlo Borromeo: quanto sono ancora vivi oggi a Milano (e non solo) il suo esempio e la sua azione! Pensiamo al rigore con cui ha riformato la Chiesa e istruito il clero e i laici, alla definizione delle parrocchie che ha permesso la strutturazione del territorio, alle opere di carità che ha vissuto e promosso per far fronte ai bisogni della gente e alle loro povertà.

Davanti a sant’Ambrogio, che seppe attendere con sapienza, efficacia e giustizia sia alla dimensione religiosa della città sia a quella civile, vogliamo ricordare e ringraziare tutti gli amministratori pubblici che nel passato e fino a oggi si sono spesi per il bene di Milano e dei milanesi, rendendo possibile a ciascuno la realizzazione dei fondamentali, autentici, personali progetti di vita.

La testimonianza e l’esempio di questi santi vescovi e amministratori generosi e giusti, che nel tempo sono “usciti a seminare” la Parola di Dio e il bene comune, siano luce e guida per tutti noi nel servizio alla Città.

Cardinale Dionigi Tettamanzi, 6 dicembre 2010

martedì 7 dicembre 2010

455 - 8 DICEMBRE - IMMACOLATA CONCEZIONE

Immacolata, Pieter Rubens
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Per essere la Madre del Salvatore, Maria « da Dio è stata arricchita di doni degni di una così grande missione».

L'angelo Gabriele, al momento dell'annunciazione, la saluta come « piena di grazia » (Lc 1,28). In realtà, per poter dare il libero assenso della sua fede all'annunzio della sua vocazione, era necessario che fosse tutta sorretta dalla grazia di Dio.

Nel corso dei secoli la Chiesa ha preso coscienza che Maria, « colmata di grazia » da Dio, era stata redenta fin dal suo concepimento. È quanto afferma il dogma dell'immacolata concezione, proclamato da papa Pio IX nel 1854: « La beatissima Vergine Maria nel primo istante della sua concezione, per una grazia ed un privilegio singolare di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, è stata preservata intatta da ogni macchia del peccato originale ».

Questi « splendori di una santità del tutto singolare » di cui Maria è « adornata fin dal primo istante della sua concezione » le vengono interamente da Cristo: ella è « redenta in modo così sublime in vista dei meriti del Figlio suo ». Più di ogni altra persona creata, il Padre l'ha « benedetta con ogni benedizione spirituale, nei cieli, in Cristo » (Ef 1,3). In lui l'ha scelta « prima della creazione del mondo, per essere » santa e immacolata « al suo cospetto nella carità » (Ef 1,4).

I Padri della Tradizione orientale chiamano la Madre di Dio « la Tutta Santa », la onorano come « immune da ogni macchia di peccato, dallo Spirito Santo quasi plasmata e resa una nuova creatura ». Maria, per la grazia di Dio, è rimasta pura da ogni peccato personale durante tutta la sua esistenza.

«Avvenga di me quello che hai detto...»

All'annunzio che avrebbe dato alla luce « il Figlio dell'Altissimo » senza conoscere uomo, per la potenza dello Spirito Santo, Maria ha risposto con « l'obbedienza della fede » (Rm 1,5), certa che nulla è impossibile a Dio: « Io sono la serva del Signore; avvenga di me quello che hai detto » (Lc 1,38). Così, dando il proprio assenso alla parola di Dio, Maria è diventata Madre di Gesù e, abbracciando con tutto l'animo e senza essere ritardata da nessun peccato la volontà divina di salvezza, si è offerta totalmente alla persona e all'opera del Figlio suo, mettendosi al servizio del mistero della redenzione, sotto di lui e con lui, con la grazia di Dio onnipotente: « Come dice sant'Ireneo, "obbedendo divenne causa della salvezza per sé e per tutto il genere umano". Con lui, non pochi antichi Padri affermano: "Il nodo della disobbedienza di Eva ha avuto la sua soluzione con l'obbedienza di Maria; ciò che la vergine Eva aveva legato con la sua incredulità, la Vergine Maria ha sciolto con la sua fede", e, fatto il paragone con Eva, chiamano Maria "la Madre dei viventi" e affermano spesso: "La morte per mezzo di Eva, la vita per mezzo di Maria" ».

(Catechismo della Chiesa Cattolica, nr. 491 – 494)

lunedì 6 dicembre 2010

454 - SANT'AMBROGIO - L'ELEZIONE EPISCOPALE

Ambrogio mentre celebra la Messa, mosaico
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Milano 374. In una delle chiese della città, gremita fino all’inverosimile, presbiteri e laici, vecchi e giovani, cattolici e ariani stavano discutendo animatamente sul nome del successore del vescovo Assenzio (ariano) morto di recente. Era un po’ di tempo ormai che le due fazioni si affrontavano animatamente anche per le strade, con qualche pericolo per l’ordine pubblico.

Ambrogio, il governatore (della Lombardia, Liguria ed Emilia, con sede a Milano) si recò in quella chiesa per calmare gli animi e per incoraggiare il popolo a fare la scelta del nuovo vescovo in un clima di dialogo, di pace e di rispetto reciproco. Il popolo accolse le sue esortazioni, anche perché era un governatore imparziale, stimato e ben voluto dalla popolazione essendosi dedicato sempre al bene di tutti. La sua missione di funzionario pubblico sembrava compiuta e con successo, quando accadde l’imprevisto che gli cambierà completamente la vita.

Qualcuno dalla folla, sembra un bambino, gridò forte: “Ambrogio vescovo” e l’intera assemblea, cattolici e ariani, vecchi e giovani, presbiteri e laici, quasi folgorati da quel grido (era un’ispirazione dall’alto?) ripeterono a loro volta “Ambrogio vescovo”.

A furor di popolo, ecco trovata la soluzione allo spinoso problema. Tutti d’accordo sul nuovo vescovo: il loro governatore, anche se era un semplice catecumeno e per giunta senza ambizioni ecclesiastiche. E l’interessato? Per la verità non era proprio entusiasta. Proprio lui ancora semplice catecumeno e per di più a completo digiuno di teologia (quindi senza un’adeguata preparazione ad essere vescovo)? Sembrava tutto assurdo.

Si appellò all’imperatore Valentiniano protestando la propria inadeguatezza all’incarico “datogli” dal popolo. Non trovò una sponda favorevole nell’imperatore: anzi questi gli disse che si sentiva lui stesso lusingato per aver scelto un governatore “politico” (Ambrogio) che era stato ritenuto degno persino di svolgere l’ufficio episcopale (anche perché allora il vescovo di Milano aveva una specie di giurisdizione su quasi tutto il Nord Italia, quindi era un incarico molto prestigioso).

Ed Ambrogio accettò. Fu così che nel giro di una settimana venne battezzato e poi consacrato vescovo, il 7 dicembre del 374. Cominciava così per lui una seconda vita.

Ambrogio fece il governatore solo quattro anni, ma la sua opera fu molto incisiva. Era un uomo al di sopra delle parti e dei partiti, aveva costantemente l’occhio rivolto al bene di tutta la popolazione, non escludendo nessuno specialmente i poveri. Questo atteggiamento gli guadagnò non solo la stima ma addirittura l’affetto sincero di tutta la popolazione, senza distinzione. Possiamo dire che fece così bene il governatore che il Popolo di Dio (con l’imperatore e il Vescovo di Roma Papa Damaso) lo ritennero degno di fare il vescovo. Fatto vescovo, decise di rompere ogni legame con la vita precedente: donò infatti le sue ricchezze ai poveri, le sue terre e altre proprietà alla Chiesa, tenendo per sé solo una piccola parte per provvedere alla sorella Marcellina, che anni prima si era consacrata Vergine nella Basilica di San Pietro.

Consapevole della sua impreparazione culturale in campo teologico, si diede allo studio della Scrittura e alle opere dei Padri della Chiesa, in particolare Origene, Atanasio e Basilio. La sua vita era frugale e semplice, le sue giornate dense di incontri con la gente, di studio e di preghiera. Ambrogio studiava e poi faceva sostanza della sua preghiera ciò che aveva studiato, quindi, dopo aver pregato, scriveva e quindi predicava. Questo era il suo modo di porgere la Parola di Dio al popolo. Lo stesso Agostino d’Ippona ne rimase affascinato tanto da sceglierlo come maestro nella fede, proprio perché con il suo modo di fare e di predicare aveva contribuito alla sua conversione (insieme alla madre Monica, e naturalmente allo Spirito Santo).

Ogni giorno diceva la Messa per i suoi fedeli dedicandosi poi al loro servizio per ascoltarli, per consigliarli e per difenderli contro i soprusi dei ricchi. Tutti potevano parlargli in qualsiasi momento. Ed è anche per questo che il popolo non solo lo ammirava ma lo amava sinceramente.

È rimasto famoso il suo comportamento quando alcuni soldati nordici avevano sequestrato, in una delle loro razzie, uomini donne e bambini. Ambrogio non esitò a fondere i vasi sacri della chiesa per pagare il loro riscatto. E a coloro (gli ariani) che ebbero il coraggio di criticarlo per l’operato rispose:

“Se la Chiesa ha dell’oro non è per custodirlo, ma per donarlo a chi ne ha bisogno... Meglio conservare i calici vivi delle anime che quelli di metallo”.

Mario Scudu

453 - SANT'AMBROGIO - LA SUA AZIONE PASTORALE

Camillo Procaccini, Ambrogio ferma Teodosio sulla porta della Cattedrale
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La Chiesa del tempo di Ambrogio attraversava una grave turbolenza dottrinale: la presenza cioè dell’eresia ariana, originata e predicata da Ario. Questi negava la divinità di Cristo e la sua consustanzialità col Padre, affermando che anche lui era una semplice creatura, scelta da Dio come strumento di salvezza. Come si vede un’eresia dirompente e devastante per la cristianità, che minacciava il centro stesso del Cristianesimo: Gesù Cristo, e questi Figlio di Dio.

Purtroppo ebbe molti seguaci anche nei ranghi alti delle autorità e cioè imperatori e imperatrici, governatori, ufficiali dell’esercito romano che la sostennero con il loro peso politico e militare. Ambrogio conosceva il problema già da governatore, ma dovette affrontarlo specialmente da vescovo di Milano scontrandosi addirittura con la più alta autorità: quella imperiale.

Nel 386 fu approvata una legge che autorizzava le assemblee religiose degli ariani e il possesso delle chiese, ma in realtà bandiva quelle dei cristiani cattolici. Pena di morte a chi non obbediva.

Ambrogio incurante della legge e delle conseguenze personali, si rifiutò di consegnare agli ariani anche una sola chiesa. Arrivarono le minacce contro di lui. Allora il popolo, temendo per il proprio vescovo, si barricò nella basilica insieme con lui. Le truppe imperiali circondarono e assediarono la chiesa, decisi a farli morire di fame. Ambrogio, per occupare il tempo, insegnò ai suoi fedeli salmi e cantici composti da lui stesso e raccontò al popolo tutto ciò che era accaduto tra lui e l’imperatore Valentiniano, riassumendo il tutto con la famosa frase: “L’imperatore è nella Chiesa, non sopra la Chiesa”.

Nel frattempo Teodosio il Grande, imperatore d’Oriente, dopo aver sconfitto e giustiziato l’usurpatore Massimo che aveva invaso l’Italia, reintegrò Valentiniano (facendogli abbandonare l’arianesimo) e si fermò per un po’ di tempo a Milano.

La riconoscenza di Ambrogio all’imperatore tuttavia non gli impedì di affrontarlo in ben due occasioni, quando ritenne che il suo comportamento era riprovevole e condannabile pubblicamente. Fu specialmente dopo l’infame massacro di Tessalonica del 390, in cui morirono più di settemila persone, tra cui molte donne e bambini, in rivolta per la morte del governatore. Furono uccisi tutti senza distinzione di innocenti e colpevoli. Ambrogio, inorridito per l’accaduto, insieme ai suoi collaboratori ritenne responsabile pubblicamente Teodosio stesso, invitandolo a pentirsi. Alla fine l’imperatore cedette e piegò la testa. Questo spiega la grande autorità morale di cui godeva il vescovo. Teodosio morì tre anni dopo e lui stesso ne fece un sincero elogio lodandone l’umiltà e il coraggio di ammettere le proprie colpe, additandone l’esempio anche agli inferiori.

Ambrogio non solo fu un baluardo a difesa della fede cattolica contro l’eresia ariana, ma si adoperò a difendere anche il Vescovo di Roma, Papa Damaso contro l’antipapa Ursino. Egli così riconosceva la funzione ed il primato del Vescovo della Città Eterna (in quanto successore di Pietro) come centro e segno di unità per tutti i cristiani.

È a lui che si deve la famosa frase che recita: “Ubi Petrus, ibi Ecclesia” (Dove c’è Pietro, lì c’è la Chiesa).

Mario Scudu

452 - SANT'AMBROGIO - LE SUE OPERE

Per i suoi molteplici scritti teologici e scritturistici è uno dei quattro grandi dottori della Chiesa d’Occidente, insieme a Gerolamo, Agostino e Gregorio Magno.

Del suo cristo-centrismo così ha scritto Giovanni Paolo II: “Al centro della sua vita, sta Cristo, ricercato e amato con intenso trasporto. A Lui, tornava continuamente nel suo insegnamento. Su Cristo si modellava pure la carità che proponeva ai fedeli e che testimoniava di persona... Del mistero dell’Incarnazione e della Redenzione, Ambrogio parla con l’ardore di chi è stato letteralmente afferrato da Cristo e tutto vede nella sua luce”. Questo suo pensiero centrale può essere sintetizzato nella famosa frase del De Virginitate “Cristo per noi è tutto”.

Ambrogio visse e operò totalmente e incessantemente tutto per Cristo e tutto per la Sua Chiesa. Il suo amore a Cristo era inscindibile dal suo amore alla Chiesa. Operare per far crescere l’amore a Cristo significava per lui lavorare, soffrire, studiare, predicare, piangere, rischiare la vita davanti ai potenti del tempo per la Chiesa, popolo di Dio, perché Ambrogio era profondamente convinto che “Fulget Ecclesia non suo, sed Christi lumine” (La Chiesa risplende non di luce propria ma di quella di Cristo), senza dimenticare mai che “Corpus Christi Ecclesia est”, (Il Corpo di Cristo è la sua Chiesa), quindi i fedeli possono benissimo dire tutti: “Nos unum corpus Christi sumus”.

E per questi fedeli, che sono la Chiesa, che è il corpo di Cristo, e per amore di Cristo presente nella Sua Chiesa, Ambrogio vescovo lavorò, studiò, rischiò la vita, pianse, pregò, predicò, viaggiò e scrisse libri fino alla fine. Questa arrivò, per la verità non inaspettata, il 4 aprile, all’alba del Sabato Santo quando correva l’anno 397.

(Mario Scudu)

venerdì 3 dicembre 2010

451 - IV DOMENICA DI AVVENTO AMBROSIANO

Pedro Orrente, Ingresso di Gesù a Gerusalemme, 1620 circa, Hermitage, San Pietroburgo

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La tradizione liturgica della nostra Chiesa ambrosiana ha marcato questa domenica di Avvento con la proclamazione della pericope evangelica riguardante l’ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme letto in chiave di epifania del Messia e per orientare, così, la comprensione del mistero del Natale del Signore. Il Lezionario, pertanto, riporta i seguenti brani biblici:

Lettura: Isaia, 40,1-11: Il profeta è invitato da Dio a gridare, per ricordare all’uomo la sua precarietà e il suo venire meno, ma anche per annunciare che Dio viene a salvarlo. Preparare la via del Signore significa riconoscere la propria fragilità e attendere la sua salvezza.

Salmo 71: Vieni Signore, re di giustizia e di pace.

Epistola: Ebrei 10,5-9a: se la prima lettura insiste nell’atteggiamento di coloro che attendono il Veniente, la lettera agli Ebrei rivela quello di Colui che viene. Gesù viene a compiere la volontà del Padre e a farlo nel proprio corpo. L’offerta che deve vivere è quella di se stesso.

Vangelo: Matteo 21,1-9: L’ingresso a Gerusalemme è immagine del modo in cui Gesù sempre visita la nostra vita: come re, e solo Matteo precisa “re mite”. La sua mitezza si rivela nel fatto che egli slega l’asina così come fa con la nostra vita: solo la sua signoria ci rende liberi.

450 - L’INGRESSO MESSIANICO DEL SIGNORE

Il brano evangelico di Matteo 21,1-9 inaugura la sezione riguardante l’attività di Gesù in Gerusalemme (Mt 21,1-23,39) che prelude agli avvenimenti conclusivi della sua vita terrena con la sua morte e risurrezione. Viene proclamato in questa domenica con lo scopo di indirizzare i fedeli a vedere, nel Natale di Gesù, il compimento delle promesse riguardanti l’invio nel mondo del Messia e Salvatore del quale, il testo di Matteo, traccia un chiaro peculiare profilo. Il brano può essere così suddiviso: i primi tre versetti, con la precisa ambientazione dell’evento, descrivono i preparativi dell’“ingresso” di Gesù in Gerusalemme; i vv. 4-5 chiariscono, alla luce delle parole del profeta Zaccaria 9,9, l’identità del Messia che entra nella Città santa; i vv. 6-9, infine, descrivono i fatti legati all’ingresso del Signore, ponendo in rilievo il ruolo dei discepoli (vv. 6-7) e quello della folla con le acclamazioni di lode e di giubilo mutuate dal Salmo 118,25.Proclamato nel tempo di Avvento, il presente brano evangelico, preludio alla passione, morte e risurrezione del Signore, va letto specialmente nella sua capacità di tracciare l’identità del Messia del quale l’evangelista Matteo rimarca i tratti della “mitezza” e della “mansuetudine”. Non a caso nella citazione del profeta Zaccaria al v. 5 viene dato risalto unicamente al carattere “pacifico” della venuta del Messia in mezzo al suo popolo e alla sua mansuetudine con il rilievo dato alla cavalcatura da lui scelta: “un’asina” con il suo “puledro” e non splendidi cavalli come erano soliti fare i re dell’epoca. I Padri e gli antichi scrittori cristiani hanno poi visto rappresentati “nell’asina” e nel suo “piccolo” rispettivamente il popolo di Dio della Prima Alleanza e quello preso da tutte le “genti”. Gesù, il Messia, viene, perciò, a portare “pace” e salvezza a tutti i popoli della terra.Tali tratti caratterizzanti il Messia sono pure riscontrabili nell’annunzio profetico che è risuonato nelle prime parole della Lettura: «Consolate, consolate il mio popolo – dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta»; e specialmente in quelle conclusive: «Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri» (Isaia 40,1-2.11).Le Divine Scritture, in tal modo, imprimono nei nostri cuori un impulso interiore capace di orientarli verso Gesù, il Signore, che nel mistero del suo primo ingresso nel mondo, viene nella amabilità e nella piccolezza del Bambino. Egli, in verità, viene a recare salvezza, liberazione, redenzione come canta il Prefazio della Messa: «...nella pienezza dei tempi hai mandato (o Dio) lo stesso tuo Verbo nel mondo perché, vivendo come uomo tra noi, ci aprisse il mistero del tuo amore paterno e, sciolti i legami mortali del male, ci infondesse di nuovo la vita eterna del cielo». Tutto ciò induce a unire le nostre voci a quelle della moltitudine di Gerusalemme (Matteo 21,9) nel lodare e “benedire” Dio per aver mandato il Messia, il suo figlio Gesù come nostra “salvezza”. In pari tempo comprendiamo che viene chiesto anche a noi di assumere lo stesso atteggiamento del “re di pace”: imparare cioè a vivere come uomini di pace nella mansuetudine e nella mitezza e, soprattutto, accettare di vivere in questo mondo con gli stessi sentimenti e atteggiamenti del Figlio di Dio così riassunti nell’Epistola: «Ecco, io vengo a fare la tua volontà» (Ebrei 10,9).(A. Fusi)

giovedì 2 dicembre 2010

449 - VERSO IL SIGNORE CHE VIENE

Anch’io sono perduto, Signore,

quando la tristezza oscura il mio volto

e la mancanza di coraggio mi impedisce

di alzare gli occhi

verso la luce.

Anch’io sono perduto, Signore,

quando la collera e il rancore

sfigurano i miei tratti

e cambiano il mio sguardo.

Anch’io sono perduto, Signore,

quando le mie parole feriscono

e le mie critiche demoliscono

senza lasciare aperto

nessuno spiraglio.

Ma io ti ritrovo, Signore,

quando il sorriso e la gioia

di vivere illuminano

i miei occhi in uno scoppio di risa.

Ma io ti ritrovo, Signore,

quando trovo la forza

di fare il primo passo

e di tendere la mano,

per amore, solo per amore.

Ma io ti ritrovo, Signore,

quando tu mi accogli, senza condizioni,

spalancando

le tue grandi braccia di padre.

(Christine Reinbolt)

mercoledì 1 dicembre 2010

448 - APOSTOLATO DELLA PREGHIERA – DICEMBRE

Generale: perché l’esperienza della sofferenza sia occasione per comprendere le situazioni di disagio e di dolore in cui versano le persone sole, gli ammalati e gli anziani, e stimoli tutti ad andare loro incontro con generosità.

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Missionaria: perché i popoli della terra aprano le porte a Cristo e al suo Vangelo di pace, fraternità e giustizia.