Parrocchia S. Gerolamo Emiliani di Milano - Blog

Il Blog "Insieme per..." vuole proporre spunti di riflessione e di condivisione per costruire insieme e fare crescere la comunità della parrocchia di San Gerolamo Emiliani di Milano, contribuendo alla diffusione del messaggio evangelico.

sabato 30 aprile 2011

534 - BEATIFICAZIONE DI GIOVANNI PAOLO II


O Dio, mirabile nei tuoi santi,ti ringraziamo per aver donato alla Chiesa


il beato Giovanni Paolo II, papa,e per aver fatto risplendere in luila tenerezza della tua paternità,


la gloria della croce di Cristoe lo splendore dello Spirito di amore.


Egli, confidando totalmente nella tua infinita misericordiae nella materna intercessione di Maria,


ci ha dato un’immagine viva e penetrantedi Gesù Buon Pastore


e ci ha indicato la santità come misura alta della vita cristiana ordinaria


e quale strada per raggiungere la comunione eterna con te.


Ravviva in noi la memoria grata del suo insegnamento


e donaci di imitare l’esempiodella sua limpida


e tenace testimonianza,perché nessuno, a qualunque popolo appartenga,


chiuda il suo cuore alla grazia salvifica di Cristo,


unico Redentore dell’uomo. Amen.

533 - GIOVANNI PAOLO II, IL VOLTO DI UN SANTO


Un volto luminoso e bello, quello di Karol Wojtyla. Se, come insegna la Bibbia, Dio ha creato l’uomo a sua immagine, la santità è certamente un segno rivelatore, un riflesso visibile, un cammino per avvicinarsi alla Sua ineffabile bellezza. E Giovanni Paolo II aveva, anche nella vita terrena, un tratto di suo, un volto che a guardarlo apriva subito una finestra alla sua interiorità, alla radicalità della sua fede. Guardavi quel volto sorridente, quello sguardo limpido, che ti bucava il petto per l’emozione, e capivi come può essere immediato e avvolgente il mistero della santità. Se ne erano accorti in molti quando l’Habemus Papam, con un nome incomprensibile quasi fosse quello di un figlio dell’Africa, l’aveva presentato alla folla radunata davanti alla loggia della basilica di San Pietro: un volto per nulla imbarazzato, dove la debolezza era nell’italiano imperfetto, ma non nella voce forte e chiara, in quel quieto eppure coinvolgente sorriso che invitavano a lasciarsi carpire dall’amore di Cristo e per Cristo.


Quel volto asciutto e sereno, quelle braccia aperte, pronte ad accogliere, ma anche a sollecitare il nostro impegno, ci hanno accompagnato per lunghi anni. Infondevano certezze e fiducia. Annunciava in ogni parte del mondo l’intensità e la bellezza dell’amore di Dio, mai segnalando stanchezza o debolezza, anche quando la fatica o le condizioni dei luoghi l’avrebbero preteso. E quella quasi sovrumana forza fisica, quel viso aperto e mai segnato davano ancor più convinzione alle sue parole, creando un varco in cui si intravvedeva la presenza di Dio.


Nel tragitto del lungo pontificato, poi quel volto è lentamente cambiato. Suo malgrado e non solo per l’avanzare dell’età. Il volto della gioia ha rivelato anche i segni della malattia e della sofferenza. L’altro mistero che ci accompagna spesso, nella nostra vita, quello del dolore, si manifestava anche nella sua. Ma seppure qualcuno s’avvedeva dei segni premonitori su quel volto, tuttavia essi venivano sempre oscurati dalla forza interiore che ne animava i tratti. Sia pure toccato dalla malattia, era sempre lo stesso volto, a cui tutti guardavamo con fiducia: mentre pregava con un’intensità e misticismo totali davanti ad un altare; o si rivolgeva, come amico e padre, con piglio cameratesco, a milioni di giovani, nelle veglie di preghiera o nelle grandi giornate a loro dedicate; o quando scherzava sulle sue nuove infermità, e chiedeva agli stessi giovani di decidere se dovesse o no avvalersi di un bastone per camminare.


Non si avvertiva la differenza, da parte del popolo cristiano, dei mutamenti su quel volto perché mai si è interrotto il legame d’amore e di fiducia con il pastore. Anzi più il volto si trasformava e più il legame si è rafforzato. La sua sofferenza è diventata parte di noi fino a fondersi con le nostre.


Poi quel volto per un attimo si è oscurato, per sua volontà, quando si fece riprendere di spalle, poco prima della sua morte, davanti alla finestra dalla quale ogni domenica aveva parlato a milioni di pellegrini. Un suo atto d’amore, per non turbarci oltre, perché la vista di quel volto cambiato così profondamente dalla malattia sarebbe stato insopportabile per chi lo amava. Quel volto segnato non è andato perduto, sia per il popolo cristiano, sia laddove nulla della nostra umanità e della storia di ognuno viene perduto. E si fonde nel volto del Karol Wojtyla santo, ormai sull’altare delle nostre preghiere. Quello di sempre, un volto sorridente e amorevole, e che tutti abbiamo conservato nel cuore, I segni del tempo e del dolore, che avevano modificato i suoi tratti, sono volati via, nel fruscio delle pagine sulla sua bara e in quel grido, “subito santo!” che era nostalgia di lui, bisogno di non perdere il contatto, dunque un arrivederci. Perché nella casa del Padre, dove egli anelava tornare e dove ora si trova, non c’è posto che per la gioia e il sorriso. Di lì ora, come in quel suo primo giorno da Pontefice, invita a seguire anche noi la strada personale verso la santità, sull’esempio della sua vita.


di Silvano Spaccatrosi, in www.chiesadimilano.it

532 -APPARIZIONE A TOMMASO

Lettura: Atti 4,8-24a: Pietro annuncia che la guarigione del paralitico è segno di un altro mistero: facendo risorgere Gesù, Dio lo ha posto mediatore di una salvezza universale, che libera dalla paralisi del peccato. Vogliamo glorificare Dio o mettere a tacere l’annuncio pasquale?


Salmo 117: La pietra scartata dai costruttori è ora pietra angolare.


Epistola 2Colossesi 8-15: Nella domenica che ricorda la deposizione della veste bianca ricevuta nel battesimo, Paolo richiama il significato essenziale di questo sacramento. Ci immerge nella morte di Gesù per farci risorgere con lui in una vita nuova, liberato dal peccato.


Vangelo Giovanni 20,19-31: Tommaso passa dall’incredulità alla fede, fissando lo sguardo sul segno dei chiodi e sul fianco trafitto. Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto. Contemplare l’amore del Crocefisso è condizione indispensabile per credere nel vero volto di Dio.

venerdì 29 aprile 2011

531 - LA II DOMENICA DI PASQUA

Il testo evangelico di Giovanni 20,19-31 che ogni anno viene proclamato nella seconda domenica di Pasqua è di decisiva importanza per la comprensione dell’esistenza stessa della Chiesa e della sua missione. è chiaramente diviso in due parti. Nella prima (vv. 19-23) si riferisce l’apparizione del Signore risorto la sera di Pasqua. La seconda (vv. 24-29) riferisce del successivo incontro del Signore “otto giorni dopo” con la presenza dell’apostolo Tommaso. I vv. 30-31, infine, riportano alcune considerazioni finali dell’evangelista.


Il brano si apre al v. 19 con l’importante precisazione riguardante il raduno dei “discepoli” in un unico luogo, facendo capire che ciò che viene narrato riguarda la comunità ecclesiale di allora, come di oggi e di sempre. Al centro dell’attenzione c’è il Signore Gesù che si presenta ai suoi riuniti a porte chiuse “per timore dei Giudei”. Viene così evidenziato che non vi sono ostacoli e barriere che possano impedire al Signore di “stare in mezzo” alla sua Chiesa e di offrire il dono pasquale della “pace” dovuta proprio alla sua presenza. Con il Signore risorto, perciò, non c’è più timore ma “pace”.Il Signore quindi si fa riconoscere ai suoi (v. 20), mostrando “loro le mani e il fianco”, con i segni della trafittura dei chiodi e della lancia del soldato romano, facendo sgorgare la “gioia” nei loro cuori riconoscendo in lui il Maestro che videro pendere dalla croce. La prima parte si chiude con la consegna ai discepoli della specifica missione che dovranno compiere e che la Chiesa dovrà continuare lungo i tempi. A tale riguardo il Signore, “mandato” dal Padre, a sua volta “manda” i suoi discepoli, e in essi la Chiesa, a compiere la sua stessa missione, la cui efficacia è garantita dal dono dello Spirito indicato nel gesto molto espressivo del “soffio” (v:22). La missione consiste essenzialmente nell’estendere a ogni uomo l’Alleanza ovvero la comunione di vita e d’amore con Dio, frutto della Pasqua del Signore e che prevede la previa remissione e il perdono dei peccati. In tal modo la Chiesa può portare nel mondo la “vita” quella che nel Signore Gesù ha trionfato sul peccato e dunque sulla morte, nella cui oscurità giace il mondo e, in esso, l’intera umanità. La seconda parte del racconto, strettamente legata alla prima, prende avvio dalla contestazione da parte di Tommaso della “testimonianza” che gli altri discepoli sono in grado di dare in tutta verità: «Abbiamo visto il Signore!» (v.25).


Tommaso che: «non era con loro quando venne Gesù» (v. 24) rappresenta tutti coloro che, nei secoli, dovranno fidarsi e affidarsi con fede alla testimonianza che la comunità dei credenti offre su Gesù, il vivente, senza esigere perciò di “vedere” e di “mettere” personalmente la mano sulle ferite del Signore. Tommaso supererà questa pretesa “otto giorni dopo”, allorché il Signore tornerà tra i suoi augurando e recando il dono della “pace” e gli chiederà di mettere il suo dito e la sua mano nelle sue ferite esortandolo con le parole che, tramite lui, sono rivolte a ogni uomo: «non essere più incredulo, ma credente!».(v. 27). La reazione di Tommaso è quella di chi oramai è diventato “credente” in pienezza: non lo sfiora più il pensiero di mettere dito e mano sulle ferite del Signore, ma si rivolge a lui con una proclamazione di fede assoluta: «Mio Signore e mio Dio!», riconoscendo l’unità di Gesù che è il Risorto, con Dio! Le parole conclusive del Signore (v. 29) sono anch’esse rivolte, tramite Tommaso, ai futuri credenti e, dunque, anche a noi che oggi le ascoltiamo nella proclamazione liturgica dell’Evangelo. Fin da ora siamo da Gesù stesso proclamati “beati” perché crediamo in lui senza poterlo vedere e toccare. Questo lo hanno potuto fare i suoi apostoli e d’ora in poi la fede dei credenti dovrà poggiarsi sulla loro testimonianza.


La Lettura mostra come questa “missione” è stata da subito attuata dagli stessi apostoli, i quali annunziano con estrema chiarezza che: «In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati» (Atti degli Apostoli 4,12). L’esperienza che essi hanno fatto del Risorto, la missione ricevuta nel “soffio” del Signore, nella potenza cioè dello Spirito Santo è insopprimibile nei loro cuori e li spinge ad annunziare a tutti, anche a costo della vita, la reale unica possibilità di salvezza che è in Cristo Signore: «Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato» (Atti 4,20). (Alberto Fusi)

martedì 26 aprile 2011

530 - VOGLIA DI RISORGERE


Carlo Maria Martini ci offre il suo pensiero sulla Pasqua guidandoci nel viaggio "dalla notte oscura allo scoppio di luce", un percorso che, indipendentemente dalla fede, riguarda tutti. La notte oscura, la sofferenza, la morte o la mancanza di fede sono infatti esperienze universali, sofferenze che bisogna attraversare per conoscere pienamente la vita, mentre lo scoppio di luce è "il giorno che segue la notte", lo spirito di speranza, di dedizione e di accoglienza che possiamo scorgere, anche se solo a momenti, nella vita di ogni giorno.


Meditando profondamente sull'esperienza pasquale, il cardinal Martini ci svela che la fede nella resurrezione non è una fuga dalla terra ma qualcosa che ci fa amare il tempo presente e ci fa vivere la nostra esperienza quotidiana nella fedeltà al cielo e al mondo che deve venire.


Carlo Maria Martini, Voglia di risorgere, Mondadori 2011.

domenica 24 aprile 2011

529 - IL SENSO DELLA PASQUA PER CHI NON CREDE

Mentre il Natale suscita istintivamente l’immagine di chi si slancia con gioia (e anche pieno di salute) nella vita, la Pasqua è collegata a rappresentazioni più complesse. È la vicenda di una vita passata attraverso la sofferenza e la morte, di un’esistenza ridonata a chi l’aveva perduta. Perciò, se il Natale suscita un po’ in tutte le latitudini (anche presso i non cristiani e i non credenti) un’atmosfera di letizia e quasi di spensierata gaiezza, la Pasqua rimane un mistero più nascosto e difficile. Ma tutta la nostra esistenza, al di là di una facile retorica, si gioca prevalentemente sul terreno dell’oscuro e del difficile. Penso soprattutto, in questo momento, ai malati, a coloro che soffrono sotto il peso di diagnosi infauste, a coloro che non sanno a chi comunicare la loro angoscia, e anche a tutti quelli per cui vale il detto antico, icastico e quasi intraducibile, senectus ipsa morbus, «la vecchiaia è per sua natura una malattia». Penso insomma a tutti coloro che sentono nella carne, nella psiche o nello spirito lo stigma della debolezza e della fragilità umana: essi sono probabilmente la maggioranza degli uomini e delle donne di questo mondo.


Per questo vorrei che la Pasqua fosse sentita soprattutto come un invito alla speranza anche per i sofferenti, per le persone anziane, per tutti coloro che sono curvi sotto i pesi della vita, per tutti gli esclusi dai circuiti della cultura predominante, che è (ingannevolmente) quella dello «star bene» come principio assoluto. Vorrei che il saluto e il grido che i nostri fratelli dell’Oriente si scambiano in questi giorni, «Cristo è risorto, Cristo è veramente risorto», percorresse le corsie degli ospedali, entrasse nelle camere dei malati, nelle celle delle prigioni; vorrei che suscitasse un sorriso di speranza anche in coloro che si trovano nelle sale di attesa per le complicate analisi richieste dalla medicina di oggi, dove spesso si incontrano volti tesi, persone che cercano di nascondere il nervosismo che le agita.


La domanda che mi faccio è: che cosa dice oggi a me, anziano, un po’ debilitato nelle forze, ormai in lista di chiamata per un passaggio inevitabile, la Pasqua? E che cosa potrebbe dire anche a chi non condivide la mia fede e la mia speranza? Anzitutto la Pasqua mi dice che «le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi» (Rom 8,18). Queste sofferenze sono in primo luogo quelle del Cristo nella sua Passione, per le quali sarebbe difficile trovare una causa o una ragione se non si guardasse oltre il muro della morte. Ma ci sono anche tutte le sofferenze personali o collettive che gravano sull’umanità, causate o dalla cecità della natura o dalla cattiveria o negligenza degli uomini.


Bisogna ripetersi con audacia, vincendo la resistenza interiore, che non c’è proporzione tra quanto ci tocca soffrire e quanto attendiamo con fiducia. In occasione della Pasqua vorrei poter dire a me stesso con fede le parole di Paolo nella seconda Lettera ai Corinzi: «Per questo non ci scoraggiamo, ma anche se il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno. Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria, perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono d’un momento, quelle invisibili sono eterne».


Tutto questo richiede una grande tensione di speranza. Perché, come dice ancora san Paolo, «nella speranza noi siamo salvati. Ora, ciò che si spera, se visto, non è più speranza» (Rom 8,24). Sperare così può essere difficile, ma non vedo altra via di uscita dai mali di questo mondo, a meno che non si voglia nascondere il volto nella sabbia e non voler vedere o pensare nulla. Più difficile è però per me esprimere che cosa può dire la Pasqua a chi non partecipa della mia fede ed è curvo sotto i pesi della vita. In questo mi vengono in aiuto persone che ho incontrato e in cui ho sentito come una scaturigine misteriosa, che le aiuta a guardare in faccia la sofferenza e la morte anche senza potersi dare ragione di ciò che seguirà. Vedo così che c’è dentro tutti noi qualcosa di quello che san Paolo chiama «speranza contro ogni speranza» (Lettera ai Romani, 4,18), cioè una volontà e un coraggio di andare avanti malgrado tutto, anche se non si è capito il senso di quanto è avvenuto.


È così che molti uomini hanno dato prova di una capacità di ripresa che ha del miracoloso. Si pensi a tutto quanto è stato fatto con indomita energia dopo lo tsunami del 26 dicembre 2004 o dopo l’inondazione di New Orleans provocata dall’uragano Katrina nell’agosto successivo. Si pensi alle energie di ricostruzione che sorgono come dal nulla dopo la tempesta delle guerre. Si pensi alle parole che la ventottenne Etty Hillesum scrisse il 3 luglio 1942, prima di essere portata a morire ad Auschwitz: «Io guardavo in faccia la nostra distruzione imminente, la nostra prevedibile miserabile fine, che si manifestava già in molti momenti ordinari della nostra vita quotidiana. È questa possibilità che io ho incorporato nella percezione della mia vita, senza sperimentare quale conseguenza una diminuzione della mia vitalità. La possibilità della morte è una presenza assoluta nella mia vita, e a causa di ciò la mia vita ha acquistato una nuova dimensione». Per queste cose non ci si può affidare alla scienza, se non per chiederle qualche strumento tecnico: al massimo essa permette un debole prolungamento dei nostri giorni. L’interrogativo è invece sul senso di quanto sta avvenendo e più ancora sull’amore che è dato di cogliere anche in simili frangenti. C’è qualcuno che mi ama talmente da farmi sentire pieno di vita persino nella debolezza, che mi dice «io sono la vita, la vita per sempre». O almeno c’è qualcuno al quale posso dedicare i miei giorni, anche quando mi sembra che tutto sia perduto. È così che la risurrezione entra nell’esperienza quotidiana di tutti i sofferenti, in particolare dei malati e degli anziani, dando loro la possibilità di produrre ancora frutti abbondanti a dispetto delle forze che vengono meno e della debolezza che li assale. La vita nella Pasqua si mostra più forte della morte ed è così che tutti ci auguriamo di coglierla.


Carlo Maria Martini, 15 aprile 2011

sabato 23 aprile 2011

528 - E' RISORTO



In quel tempo. Dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare la tomba. Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come neve. Per lo spavento che ebbero di lui, le guardie furono scosse e rimasero come morte. L’angelo disse alle donne: «Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: “È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Ecco, io ve l’ho detto».


(Matteo 28, 1-7)

giovedì 21 aprile 2011

527 - VERONICA ASCIUGA IL VOLTO DI GESÙ



Lungo la Via della Croce, la pietà popolare ritrae il gesto di una donna, denso di delicatezza e venerazione, quasi una scia del profumo di Betania: Veronica asciuga il volto di Gesù. In quel Volto, sfigurato dal dolore, Veronica riconosce il Volto trasfigurato dalla gloria; nel sembiante del Servo sofferente, ella vede il Bellissimo tra i figli dell’uomo. È questo lo sguardo che suscita il gesto gratuito della tenerezza e riceve in ricompensa il sigillo del Santo Volto! Veronica c’insegna il segreto del suo sguardo di donna, «che muove all’incontro e porge l’aiuto: vedere col cuore!». Umile Gesù, il nostro è uno sguardo incapace di andare oltre: oltre l’indigenza, per riconoscere la tua presenza, oltre l’ombra del peccato, per scorgere il sole della tua misericordia, oltre le rughe della Chiesa, per contemplare il volto della Madre. Vieni, Spirito di Verità, versa nei nostri occhi «il collirio della fede» perché non si lascino attrarre dall’apparenza delle cose visibili, ma imparino il fascino di quelle invisibili!


(Meditazioni della Via Crucis al Colosseo, 22 aprile 2011)

526 - GESU' DAVANTI A PILATO



I capi dei sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a chiedere Barabba e a far morire Gesù. Allora il governatore domandò loro: «Di questi due, chi volete che io rimetta in libertà per voi?». Quelli risposero: «Barabba!». Chiese loro Pilato: «Ma allora, che farò di Gesù, chiamato Cristo?». Tutti risposero: «Sia crocifisso!». Ed egli disse: «Ma che male ha fatto?». Essi allora gridavano più forte: «Sia crocifisso!». Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto aumentava, prese dell’acqua e si lavò le mani davanti alla folla, dicendo: «Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!». E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli». Allora rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso. Allora i soldati del governatore condussero Gesù nel pretorio e gli radunarono attorno tutta la truppa. Lo spogliarono, gli fecero indossare un mantello scarlatto, intrecciarono una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra. Poi, inginocchiandosi davanti a lui, lo deridevano: «Salve, re dei Giudei!». Sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano sul capo. Dopo averlo deriso, lo spogliarono del mantello e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero via per crocifiggerlo. (Matteo 27).
Sacro Monte di Varese - statue lignee

525 - GESU' NELL'ORTO DEGLI ULIVI

Sacro Monte di Varese

Giunsero intanto a un podere chiamato Getsèmani, ed egli disse ai suoi discepoli: "Sedetevi qui, mentre io prego". Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. Gesù disse loro: "La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate". Poi, andato un po’ innanzi, si gettò a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse da lui quell’ora. E diceva: "Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu". Tornato indietro, li trovò addormentati e disse a Pietro: "Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare un’ora sola? Vegliate e pregate per non entrare in tentazione; lo spirito è pronto, ma la carne è debole". (Marco 14,32-38)


Gesù, noi vorremmo seguirti sulla via della croce. Vogliamo entrare con te nell’orto degli ulivi, nel podere chiamato Getsèmani, per unire la nostra preghiera alla tua. Ma, come per i discepoli, ci è tanto difficile! Per essi c’è la stanchezza del giorno precedente, c’è il silenzio cupo della notte con gli oscuri presagi che lo accompagnano. Noi, soprattutto quando vogliamo vegliare un po’ più a lungo con Te, veniamo oppressi dai fantasmi che si agitano nei nostri cuori e che ci rendono la preghiera un peso.


Sentiamo una gran voglia di fuggire, di darci per vinti e di abbandonarci a distrazioni che ci tolgano da questo incubo. Non riusciamo a condividere il tuo spavento e la tua angoscia e soprattutto non riusciamo a sintonizzarci con la tua preghiera. Anche le tue parole sulla tentazione che incombe sono ricevute da noi con lo spirito ottuso e incapace di capire. Il sonno appesantisce le nostre membra e chiude il nostro cuore. Intanto Gesù, viene coinvolto in tutto il suo essere dalla grande e decisiva preghiera: Abbà, Padre! Ogni cosa ti è possibile, allontana da me questo calice! Però, non quello che io voglio, ma quello che tu vuoi. Gesù, tu hai voluto provare fino all’ultimo la ripugnanza per la volontà del Padre, contraria alle tue attese. Anche noi sentiamo talora questa ripugnanza. Tu hai accettato di essere oppresso da una tristezza mortale. Può capitare, in certi momenti della nostra vita, di giungere fino a questo punto. Fa che non ci spaventiamo di questa resistenza che sentiamo nascere dentro. Fa che non ci arrendiamo né pensiamo che in tali frangenti è giocoforza arrendersi. È necessario stringere i denti e soprattutto confidare nella potenza dello Spirito che opera in noi. Possiamo sempre essere vittoriosi, per la forza di colui che ci ha salvati. (Card. Carlo Maria Martini)