Parrocchia S. Gerolamo Emiliani di Milano - Blog

Il Blog "Insieme per..." vuole proporre spunti di riflessione e di condivisione per costruire insieme e fare crescere la comunità della parrocchia di San Gerolamo Emiliani di Milano, contribuendo alla diffusione del messaggio evangelico.

sabato 14 settembre 2013

848 - 3 DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI

In questo discorso di rivelazione del Figlio (Vangelo di Giovanni, 5,25-36), Gesù annunzia con solennità che è giunta l’“ora” in cui i “morti”, ossia quanti non sono stati illuminati dal suo Vangelo, finalmente lo «udranno e a chi l’avrà accolto, sarà donata la vita» (v. 25). Questo perché anche il Figlio «ha la vita in sé stesso» proprio in quanto Figlio del Padre che è fonte della vita. Con la vita il Figlio riceve anche la funzione di giudicare propria del Figlio dell’uomo, che esige cioè un’adeguata risposta in coloro che odono il suo messaggio (vv. 26-27). Una funzione questa che non riguarda solo il presente, ma che attiene al giudizio finale (vv. 28-30). Nella seconda parte del brano Gesù produce delle testimonianze sulla sua missione tra le quali la prima è quella di «un altro», ovvero del Padre (vv. 31-32). Segue quella data da Giovanni il Battista descritto come lampada che aveva annunciato la presenza del Messia. Un annuncio anch’esso non accolto (vv. 33-34). Gesù, infine, ritorna sulla “testimonianza superiore”, vale a dire le opere che lui compie, ossia i grandi segni che lo accreditano come l’inviato dal Padre, da Dio (v. 36).
Nelle domeniche che si succedono a partire dalla festa del martirio del Precursore, siamo invitati dalle divine Scritture ad accogliere la “testimonianza” che esse danno di Gesù e della sua missione nel mondo. In realtà, l’ascolto delle Scritture, ci permette di udire la testimonianza che Dio stesso dà di Gesù, mandato nel mondo a compiere quelle opere salvifiche sintetizzate nella sua Pasqua (cfr. Vangelo: Giovanni 5,36).
Di Gesù, a cavallo tra l’Antica e la Nuova Alleanza, ha dato efficace testimonianza Giovanni Battista, definito dallo stesso Signore quale «lampada che arde e risplende» (v. 35), con il compito di additare in lui l’inviato di Dio atteso dal popolo e soprattutto il Figlio Unigenito del Padre. È questa la «testimonianza alla verità» che Israele è invitato ad accogliere e, con Israele, sono invitati tutti i popoli.
Proprio nella sua condizione di “Figlio”, Gesù viene nel mondo perché “i morti”, ossia l’umanità avvolta dalle tenebre dell’incredulità e del peccato, odano la sua voce e «quelli che l’avranno ascoltata, vivranno» (v. 25). La «voce del Figlio di Dio», infatti, è capace di oltrepassare ogni barriera e ogni abisso per raggiungere il cuore dell’uomo, e liberarlo, così, dalla “morte eterna”, dalla quale è già avviluppato a causa del suo peccato, donandogli la “vita” che il Figlio, in quanto tale, ha in sé stesso.
In tal modo viene portata a compimento non solo per Israele, ma per ogni uomo, la profezia con la quale Dio, fedele a sé stesso, al giuramento d’amore per il suo popolo, non solo decide unilateralmente di cancellare i suoi misfatti e di non ricordare più i suoi peccati (Lettura: Isaia 43,25), ma di versare «il mio spirito sulla tua discendenza, la mia benedizione sui tuoi posteri» (v. 3), sicché è davvero «beata la nazione che ha il Signore come Dio, il popolo che egli ha scelto come sua eredità» (Salmo32).
Effondere lo spirito e recare al mondo la benedizione divina capace di ridare vita ai “morti” è l’opera che Dio ha dato da compiere al suo Unigenito, il quale cerca sempre di fare «la volontà di colui che lo ha mandato» (cfr. Giovanni 5,30).
Un’opera adempiuta nella sua Pasqua, come precisa opportunamente l’Epistola: «Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio» (Ebrei 12,2).
Lo spirito e la benedizione divina per l’uomo di ieri, di oggi e di sempre, risiede pertanto nella persona del Figlio Unigenito di Dio, in Gesù di Nazaret, il Crocifisso/Risorto. Ascoltare la sua voce e credere in lui significa letteralmente “uscire dai sepolcri” nei quali l’incredulità e il peccato tengono già rinchiuso l’uomo e soprattutto ottenere in dono non tanto la vita terrena che è «un soffio», ma la vita di Dio che il Figlio ha in sé stesso (Giovanni 5,26).
È la vita di cui egli fa partecipi quanti, «avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù» (Ebrei 12,1-2).Tenere fisso lo sguardo su Gesù significa concretamente credere in lui, costi quel che costi, poggiare ogni attesa e ogni speranza su di lui il quale, solo, ha dimostrato di avere in sé stesso la vita e di donarla a quanti «ascoltano la sua voce» (Giovanni 5,25).
Intanto di quell’ascolto e del conseguente dono della vita ci è dato di fare iniziale autentica esperienza nella celebrazione eucaristica. In essa, come ci fa dire il canto Alla Comunione, «Il Pane della vita è spezzato, il Calice è benedetto. Il tuo corpo ci nutra, o Dio nostro, il tuo sangue ci dia vita e ci salvi.
A. Fusi

domenica 8 settembre 2013

847 - VEGLIA DI PREGHIERA PER LA PACE


«Dio vide che era cosa buona» (Gen 1,12.18.21.25). Il racconto biblico dell’inizio della storia del mondo e dell’umanità ci parla di Dio che guarda alla creazione, quasi la contempla, e ripete: è cosa buona. Questo, carissimi fratelli e sorelle, ci fa entrare nel cuore di Dio e, proprio dall’intimo di Dio, riceviamo il suo messaggio.

Possiamo chiederci: che significato ha questo messaggio? Che cosa dice questo messaggio a me, a te, a tutti noi?

1. Ci dice semplicemente che questo nostro mondo nel cuore e nella mente di Dio è la “casa dell’armonia e della pace” ed è il luogo in cui tutti possono trovare il proprio posto e sentirsi “a casa”, perché è “cosa buona”. Tutto il creato forma un insieme armonioso, buono, ma soprattutto gli umani, fatti ad immagine e somiglianza di Dio, sono un’unica famiglia, in cui le relazioni sono segnate da una fraternità reale non solo proclamata a parole: l’altro e l’altra sono il fratello e la sorella da amare, e la relazione con Dio che è amore, fedeltà, bontà, si riflette su tutte le relazioni tra gli esseri umani e porta armonia all’intera creazione. Il mondo di Dio è un mondo in cui ognuno si sente responsabile dell’altro, del bene dell’altro. Questa sera, nella riflessione, nel digiuno, nella preghiera, ognuno di noi, tutti pensiamo nel profondo di noi stessi: non è forse questo il mondo che io desidero? Non è forse questo il mondo che tutti portiamo nel cuore? Il mondo che vogliamo non è forse un mondo di armonia e di pace, in noi stessi, nei rapporti con gli altri, nelle famiglie, nelle città, nelle e tra le nazioni? E la vera libertà nella scelta delle strade da percorrere in questo mondo non è forse solo quella orientata al bene di tutti e guidata dall’amore? 

2. Ma domandiamoci adesso: è questo il mondo in cui viviamo? Il creato conserva la sua bellezza che ci riempie di stupore, rimane un’opera buona. Ma ci sono anche “la violenza, la divisione, lo scontro, la guerra”. Questo avviene quando l’uomo, vertice della creazione, lascia di guardare l’orizzonte della bellezza e della bontà e si chiude nel proprio egoismo.

Quando l’uomo pensa solo a sé stesso, ai propri interessi e si pone al centro, quando si lascia affascinare dagli idoli del dominio e del potere, quando si mette al posto di Dio, allora guasta tutte le relazioni, rovina tutto; e apre la porta alla violenza, all’indifferenza, al conflitto. Esattamente questo è ciò che vuole farci capire il brano della Genesi in cui si narra il peccato dell’essere umano: l’uomo entra in conflitto con se stesso, si accorge di essere nudo e si nasconde perché ha paura (Gen 3,10), ha paura dello sguardo di Dio; accusa la donna, colei che è carne della sua carne (v. 12); rompe l’armonia con il creato, arriva ad alzare la mano contro il fratello per ucciderlo. Possiamo dire che dall’armonia si passa alla “disarmonia”? Possiamo dire questo: che dall’armonia si passa alla “disarmonia”? No, non esiste la “disarmonia”: o c’è armonia o si cade nel caos, dove è violenza, contesa, scontro, paura…

Proprio in questo caos è quando Dio chiede alla coscienza dell’uomo: «Dov’è Abele tuo fratello?». E Caino risponde: «Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gen 4,9). Anche a noi è rivolta questa domanda e anche a noi farà bene chiederci: Sono forse io il custode di mio fratello? Sì, tu sei custode di tuo fratello! Essere persona umana significa essere custodi gli uni degli altri! E invece, quando si rompe l’armonia, succede una metamorfosi: il fratello da custodire e da amare diventa l’avversario da combattere, da sopprimere. Quanta violenza viene da quel momento, quanti conflitti, quante guerre hanno segnato la nostra storia! Basta vedere la sofferenza di tanti fratelli e sorelle. Non si tratta di qualcosa di congiunturale, ma questa è la verità: in ogni violenza e in ogni guerra noi facciamo rinascere Caino. Noi tutti! E anche oggi continuiamo questa storia di scontro tra i fratelli, anche oggi alziamo la mano contro chi è nostro fratello. Anche oggi ci lasciamo guidare dagli idoli, dall’egoismo, dai nostri interessi; e questo atteggiamento va avanti: abbiamo perfezionato le nostre armi, la nostra coscienza si è addormentata, abbiamo reso più sottili le nostre ragioni per giustificarci. Come se fosse una cosa normale, continuiamo a seminare distruzione, dolore, morte! La violenza, la guerra portano solo morte, parlano di morte! La violenza e la guerra hanno il linguaggio della morte!

Dopo il caos del Diluvio, ha smesso di piovere, si vede l’arcobaleno e la colomba porta un ramo di ulivo. Penso anche oggi a quell’ulivo che i rappresentanti delle diverse religioni abbiamo piantato a Buenos Aires, in Plaza de Mayo, nel 2000, chiedendo che non ci sia più il caos, chiedendo che non ci sia più guerra, chiedendo pace.
 
3. E a questo punto mi domando: E’ possibile percorrere la strada della pace? Possiamo uscire da questa spirale di dolore e di morte? Possiamo imparare di nuovo a camminare e percorrere le vie della pace? Invocando l’aiuto di Dio, sotto lo sguardo materno della Salus populi romani, Regina della pace, voglio rispondere: Sì, è possibile per tutti! Questa sera vorrei che da ogni parte della terra noi gridassimo: Sì, è possibile per tutti! Anzi vorrei che ognuno di noi, dal più piccolo al più grande, fino a coloro che sono chiamati a governare le Nazioni, rispondesse: Sì, lo vogliamo! La mia fede cristiana mi spinge a guardare alla Croce. Come vorrei che per un momento tutti gli uomini e le donne di buona volontà guardassero alla Croce! Lì si può leggere la risposta di Dio: lì, alla violenza non si è risposto con violenza, alla morte non si è risposto con il linguaggio della morte. Nel silenzio della Croce tace il fragore delle armi e parla il linguaggio della riconciliazione, del perdono, del dialogo, della pace. Vorrei chiedere al Signore, questa sera, che noi cristiani e i fratelli delle altre Religioni, ogni uomo e donna di buona volontà gridasse con forza: la violenza e la guerra non è mai la via della pace! Ognuno si animi a guardare nel profondo della propria coscienza e ascolti quella parola che dice: esci dai tuoi interessi che atrofizzano il cuore, supera l’indifferenza verso l’altro che rende insensibile il cuore, vinci le tue ragioni di morte e apriti al dialogo, alla riconciliazione: guarda al dolore del tuo fratello - penso ai bambini: soltanto a quelli… - guarda al dolore del tuo fratello, e non aggiungere altro dolore, ferma la tua mano, ricostruisci l’armonia che si è spezzata; e questo non con lo scontro, ma con l’incontro! Finisca il rumore delle armi! La guerra segna sempre il fallimento della pace, è sempre una sconfitta per l’umanità. Risuonino ancora una volta le parole di Paolo VI: «Non più gli uni contro gli altri, non più, mai!... non più la guerra, non più la guerra!» (Discorso alle Nazioni Unite, 4 ottobre 1965: AAS 57 [1965], 881). «La pace si afferma solo con la pace, quella non disgiunta dai doveri della giustizia, ma alimentata dal sacrificio proprio, dalla clemenza, dalla misericordia, dalla carità» (Messaggio per Giornata Mondiale della pace 1976: AAS 67 [1975], 671). Fratelli e sorelle, perdono, dialogo, riconciliazione sono le parole della pace: nell’amata Nazione siriana, nel Medio Oriente, in tutto il mondo! Preghiamo, questa sera, per la riconciliazione e per la pace, lavoriamo per la riconciliazione e per la pace, e diventiamo tutti, in ogni ambiente, uomini e donne di riconciliazione e di pace. Così sia.
Francesco

846 - TWEET DI PAPA FRANCESCO PER LA PACE

7 settembre 

Pregate per la pace!

Pray for Peace!

¡Recen por la paz!

Priez pour la paix

Betet um Frieden!

Módlcie się o pokój!
 
6 settembre
 
Una catena di impegno per la pace unisca tutti gli uomini e le donne di buona volontà!
 
All men and women of good will are bound by the task of pursuing peace
 
¡Que una cadena de compromiso por la paz una a todos los hombres y mujeres de buena voluntad!
 
Qu’une chaîne d’engagement pour la paix unisse tous les hommes et toutes les femmes de bonne volonté !
 
Eine Kette des Einsatzes für den Frieden möge alle Männer und Frauen guten Willens verbinden!
 
لتوحِد سلسلة من الالتزام بالسلام جميع الرجال والنساء من ذوي الإرادة الصالحة!
 
Niech działania na rzecz pokoju połączą niczym łańcuch wszystkich ludzi dobrej woli!

sabato 7 settembre 2013

845 - DONACI LA PACE SIGNORE

Dacci, Signore, quella PACE inquieta
che denuncia la pace dei cimiteri
e la pace degli abbondanti guadagni.
Dacci la PACE che ci scuote con l’urgenza del REGNO.
La PACE che ci invade, con il vento dello SPIRITO,
l’abitudine e la paura, il riposo delle spiagge e la preghiera di rifugio.
La PACE della fame di Giustizia,
la PACE della Libertá conquistata,
la PACE che diventa “nostra” senza recinti né frontiere,
che tanto é “Shalom” come “Salam”, perdono, ritorno, abbraccio...
Dacci la tua PACE,
questa PACE marginale che balbetta in Betlemme
e agonizza sulla Croce e trionfa nella Pasqua.
Dacci, Signore, quella PACE inquieta che non ci lascia in pace!
(Mons. Pedro Casaldaliga)

domenica 1 settembre 2013

844 CHE COSA POSSIAMO FARE NOI PER LA PACE?

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Quest'oggi, cari fratelli e sorelle, vorrei farmi interprete del grido che sale da ogni parte della terra, da ogni popolo, dal cuore di ognuno, dall'unica grande famiglia che è l'umanità, con angoscia crescente: è il grido della pace! E' il grido che dice con forza: vogliamo un mondo di pace, vogliamo essere uomini e donne di pace, vogliamo che in questa nostra società, dilaniata da divisioni e da conflitti, scoppi la pace; mai più la guerra! Mai più la guerra! La pace è un dono troppo prezioso, che deve essere promosso e tutelato.
Vivo con particolare sofferenza e preoccupazione le tante situazioni di conflitto che ci sono in questa nostra terra, ma, in questi giorni, il mio cuore è profondamente ferito da quello che sta accadendo in Siria e angosciato per i drammatici sviluppi che si prospettano.
Rivolgo un forte Appello per la pace, un Appello che nasce dall'intimo di me stesso! Quanta sofferenza, quanta devastazione, quanto dolore ha portato e porta l'uso delle armi in quel martoriato Paese, specialmente tra la popolazione civile e inerme! Pensiamo: quanti bambini non potranno vedere la luce del futuro! Con particolare fermezza condanno l'uso delle armi chimiche! Vi dico che ho ancora fisse nella mente e nel cuore le terribili immagini dei giorni scorsi! C'è un giudizio di Dio e anche un giudizio della storia sulle nostre azioni a cui non si può sfuggire! Non è mai l'uso della violenza che porta alla pace. Guerra chiama guerra, violenza chiama violenza!
Con tutta la mia forza, chiedo alle parti in conflitto di ascoltare la voce della propria coscienza, di non chiudersi nei propri interessi, ma di guardare all'altro come ad un fratello e di intraprendere con coraggio e con decisione la via dell'incontro e del negoziato, superando la cieca contrapposizione. Con altrettanta forza esorto anche la Comunità Internazionale a fare ogni sforzo per promuovere, senza ulteriore indugio, iniziative chiare per la pace in quella Nazione, basate sul dialogo e sul negoziato, per il bene dell'intera popolazione siriana.
Non sia risparmiato alcuno sforzo per garantire assistenza umanitaria a chi è colpito da questo terribile conflitto, in particolare agli sfollati nel Paese e ai numerosi profughi nei Paesi vicini. Agli operatori umanitari, impegnati ad alleviare le sofferenze della popolazione, sia assicurata la possibilità di prestare il necessario aiuto.
Che cosa possiamo fare noi per la pace nel mondo? Come diceva Papa Giovanni: a tutti spetta il compito di ricomporre i rapporti di convivenza nella giustizia e nell'amore (cfr Lett. enc. Pacem in terris [11 aprile 1963]: AAS 55 [1963], 301-302).
Una catena di impegno per la pace unisca tutti gli uomini e le donne di buona volontà! E' un forte e pressante invito che rivolgo all'intera Chiesa Cattolica, ma che estendo a tutti i cristiani di altre Confessioni, agli uomini e donne di ogni Religione e anche a quei fratelli e sorelle che non credono: la pace è un bene che supera ogni barriera, perché è un bene di tutta l'umanità.
Ripeto a voce alta: non è la cultura dello scontro, la cultura del conflitto quella che costruisce la convivenza nei popoli e tra i popoli, ma questa: la cultura dell'incontro, la cultura del dialogo; questa è l'unica strada per la pace.
Il grido della pace si levi alto perché giunga al cuore di tutti e tutti depongano le armi e si lascino guidare dall'anelito di pace.
Per questo, fratelli e sorelle, ho deciso di indire per tutta la Chiesa, il 7 settembre prossimo, vigilia della ricorrenza della Natività di Maria, Regina della Pace, una giornata di digiuno e di preghiera per la pace in Siria, in Medio Oriente, e nel mondo intero, e anche invito ad unirsi a questa iniziativa, nel modo che riterranno più opportuno, i fratelli cristiani non cattolici, gli appartenenti alle altre Religioni e gli uomini di buona volontà.
Il 7 settembre in Piazza San Pietro - qui - dalle ore 19.00 alle ore 24.00, ci riuniremo in preghiera e in spirito di penitenza per invocare da Dio questo grande dono per l'amata Nazione siriana e per tutte le situazioni di conflitto e di violenza nel mondo. L'umanità ha bisogno di vedere gesti di pace e di sentire parole di speranza e di pace! Chiedo a tutte le Chiese particolari che, oltre a vivere questo giorno di digiuno, organizzino qualche atto liturgico secondo questa intenzione.
A Maria chiediamo di aiutarci a rispondere alla violenza, al conflitto e alla guerra, con la forza del dialogo, della riconciliazione e dell'amore. Lei è madre: che Lei ci aiuti a trovare la pace; tutti noi siamo i suoi figli! Aiutaci, Maria, a superare questo difficile momento e ad impegnarci a costruire ogni giorno e in ogni ambiente un'autentica cultura dell'incontro e della pace. Maria, Regina della pace, prega per noi!
papa Francesco

venerdì 30 agosto 2013

843 - PAPA FRANCESCO RICORDA IL CARDINALE CARLO MARIA MARTINI

"Padre della Chiesa, padre per la sua diocesi, padre per innumerevoli persone": il Papa ricorda il cardinale Martini.
Ad un anno dalla scomparsa del porporato, è stata presentata oggi al Pontefice la "Fondazione Carlo Maria Martini", un'iniziativa della Compagnia di Gesù, in collaborazione con l'Arcidiocesi di Milano
"Uomo di discernimento e di pace”, “profeta” e “padre della Chiesa”. Non poteva scegliere parole più belle Papa Francesco per ricordare il cardinale Carlo Maria Martini, ad un anno dalla scomparsa. Il porporato si spegneva il 31 agosto dello scorso anno, nella casa dei Gesuiti a Gallarate, in provincia di Varese, ad 85 anni.
La sua vita nella Chiesa era iniziata già a 17 anni, quando entrò nella Compagnia di Gesù. Svolse poi l’incarico di rettore del Pontificio Istituto Biblico e, in seguito, della Pontificia Università Gregoriana. Fu arcivescovo di Milano per oltre vent’anni, dal 1979 – anno in cui fu nominato da Giovanni Paolo II - fino al 2002.
In occasione quindi del primo anniversario della morte del porporato, questa mattina, è stata presentata a Papa Francesco la "Fondazione Carlo Maria Martini", un’iniziativa della Provincia d’Italia della Compagnia di Gesù, in collaborazione con l’Arcidiocesi di Milano. Il progetto è stato esposto, nella Casa Santa Marta, da padre Carlo Casalone provinciale d’Italia dei gesuiti, insieme agli animatori e ai membri della Fondazione.
A loro, Papa Francesco ha detto: “Fare memoria del cardinale Martini è un atto di giustizia”, esprimendo tutto il suo apprezzamento per l’iniziativa. Tra i propositi della Fondazione – riferisce il sito ufficiale (
http://www.fondazionecarlomariamartini.it ) c’è infatti quello di ricordare il cardinale Martini, “promovendo la conoscenza e lo studio della sua vita e delle sue opere”, mantenendo vivo “lo spirito che ha animato il suo impegno” e “favorendo l’esperienza della Parola di Dio nel contesto della cultura contemporanea”.
Inoltre - riferisce il portale - particolare attenzione sarà data al “dialogo ecumenico, interreligioso, con la società civile e con i non credenti, unitamente all’approfondimento del rapporto indissolubile tra fede, giustizia e cultura”, caratteristiche che hanno sempre animato il ministero dell’Arcivescovo di Milano. Tra gli obiettivi della Fondazione figura, dunque, la promozione dello “studio della Sacra Scrittura con un taglio che metta in gioco anche altre discipline, tra cui la spiritualità e le scienze sociali”, la collaborazione “a progetti formativi e pastorali - rivolti in particolare ai giovani - che valorizzino la pedagogia ignaziana”, e infine “l’approfondimento del significato e la diffusione della pratica degli Esercizi Spirituali”
A Santa Marta, stamane, era presente anche padre Federico Lombardi, il direttore della Sala Stampa vaticana, che – in un’intervista alla Radio Vaticana - ha descritto l’incontro di oggi con il Papa. Un incontro “breve, informale ma significativo” – ha detto - perché “bisognava che il Papa fosse la prima persona informata direttamente sulla nascita di questa Fondazione e sulle sue finalità”.
Il provinciale padre Casalone – ha proseguito padre Lombardi – “ha rivolto un bell’indirizzo spiegando la natura e la finalità della Fondazione e il Papa ha risposto, come è suo solito, in modo molto spontaneo e diretto, con alcuni ricordi del cardinale Martini”. In particolare, ha riferito il portavoce vaticano, Bergoglio ha ricordato il ruolo fondamentale del cardinale Martini nella 32° Congregazione generale dei Gesuiti nel 1974, durante la quale, con “saggio discernimento”, il porporato “discusse in modo abbastanza impegnativo e teso la questione del rapporto tra la fede e la giustizia”.
Papa Francesco, ha aggiunto Lombardi, “ha ricordato questo grande contributo di Martini, sia come servizio alla Compagnia di Gesù e alla sua unità nell’approfondire un tema fondamentale, e sia anche per il buon rapporto e la comprensione tra la Compagnia di Gesù e la Santa Sede”. A quel tempo, sul Soglio di Pietro c’era Papa Paolo VI, “che con i suoi collaboratori seguiva con molta attenzione e partecipazione la vita della Compagnia di Gesù ed i suoi problemi”. L’opera svolta da Martini fu quindi “determinante”.
Il Santo Padre – ha poi dichiarato il direttore della Sala Stampa - ha quindi “incoraggiato la Fondazione al suo lavoro, ricordando il dovere dei figli di ricordare i padri”. Perché, secondo Papa Francesco, Carlo Maria Martini si può qualificare come “un padre nella Chiesa, padre per la sua diocesi, padre per innumerevoli persone”. “Anche noi – ha soggiunto il Pontefice - alla fine del mondo abbiamo ricevuto da lui un grande contributo per la conoscenza biblica ma anche proprio per la spiritualità e la vita di fede, nutrita dalla Parola di Dio”.
Le prime iniziative della Fondazione dedicata allo storico Arcivescovo di Milano hanno ricevuto, dunque, “la benedizione e l’incoraggiamento di Papa Francesco”. E questo – ha rimarcato padre Federico Lombardi – “per noi era molto significativo”, perché alla Fondazione “partecipano i Gesuiti italiani che sono i detentori (per volontà dello stesso Martini) del suo archivio personale e dei suoi scritti”. Mentre i libri della sua biblioteca sono andati alla diocesi di Milano. I Gesuiti italiani, come “rappresentanti della famiglia e rappresentanti dell’arcidiocesi di Milano”, dovranno quindi amministrare e valorizzare “questo lascito così importante”. Pertanto, ha concluso padre Lombardi, l’iniziativa porta in sé “la responsabilità dei componenti principali legati alla vita e all’eredità di Martini” e non avrebbe potuto avviare la sua opera senza il placet del Successore di Pietro.
www.zenit.org 

giovedì 22 agosto 2013

842 - 31 AGOSTO: PRIMO ANNIVERSARIO DELLA MORTE DEL CARD. MARTINI

C’ è stato il tempo dell’ammirazione. Durante il lungo ministero episcopale del cardinale Carlo Maria Martini sulla cattedra di Ambrogio, il suo stile e il suo insegnamento, la sua personalità e le sue visioni sul presente e sul futuro della Chiesa e della società, hanno suscitato l’ammirazione di molti e la sua fama ha raggiunto i confini del mondo. Molti hanno percepito di essere ascoltati, hanno intuito nel suo magistero una risposta alle proprie domande, hanno trovato incoraggiamento per affrontare la loro situazione e per assumere responsabilità nelle sue parole e nei suoi gesti di prossimità e di lungimiranza.

È venuto poi il tempo della commozione. Gli anni della sua malattia e della sua pazienza, del suo confrontarsi con le cose ultime e con il limite, del suo continuare a pensare, ascoltare, scrivere, interrogarsi hanno tradotto l’ammirazione in una più intensa partecipazione affettiva, in una commozione struggente che ha avuto la sua espressione clamorosa e toccante in occasione della celebrazione di funerali.

Adesso è il tempo della comunione. Nel primo anniversario della morte siamo invitati a vivere un momento di profonda comunione ecclesiale celebrando i santi misteri. La sera del 31 agosto in Cattedrale, alle ore 17,30, tutti sono invitati per la celebrazione eucaristica presieduta dal Cardinale Arcivescovo Angelo Scola.
In tutte le parrocchie si chiede di caratterizzare la celebrazione eucaristica vigiliare come momento di preghiera e di suffragio per il Cardinale Carlo Maria Martini, così che anche chi non può essere presente in Duomo, possa sentirsi parte di una Chiesa grata e attenta ai doni che ha ricevuto dal magistero e dalla testimonianza del Card. Martini.

La comunione, che i santi misteri rendono effettiva con tutti i santi e con tutti i nostri cari defunti, è la grazia che rende fecondo l’essenziale: così la relazione affettuosa ed effettiva con il card. C.M. Martini può consentire a tutti noi di penetrare con libertà, intelligenza, spirito critico e docilità spirituale l’eredità che ci ha lasciato perché ci consenta di continuare la missione in quel campo che è il mondo intero e verso il quale ci spinge una profonda simpatia e una indeclinabile responsabilità.

Il Vicario Generale, Mons. Mario Delpini

841 - I TWEET DI PAPA FRANCESCO

"Non possiamo essere cristiani part-time. Se Cristo è al centro della nostra vita, Lui è presente in tutto ciò che facciamo".
19 agosto 2013

"Non possiamo dormire tranquilli mentre bambini muoiono di fame e anziani non hanno assistenza medica". 
17 agosto 2013

"Tutti noi siamo vasi d’argilla, fragili e poveri, ma nei quali c’è il tesoro immenso che portiamo".
9 agosto 2013

"La sicurezza della fede non ci rende immobili e chiusi, ma ci mette in cammino per rendere testimonianza a tutti e dialogare con tutti"
2 agosto 2013

840 - APOSTOLATO DELLA PREGHIERA - SETTEMBRE 2013

Generale: Perché gli uomini del nostro tempo, spesso sommersi dal rumore, riscoprano il valore del silenzio e sappiano ascoltare la voce di Dio e dei fratelli.

Missionaria: Perché i cristiani che soffrono la persecuzione in numerose regioni del mondo possano essere, con la loro testimonianza, profeti dell’amore di Cristo.

lunedì 19 agosto 2013

839 - ADORIAMO IL SIGNORE?

Adoriamo il Signore? Andiamo da Dio solo per chiedere, per ringraziare, o andiamo da Lui anche per adorarlo? Che cosa vuol dire allora adorare Dio? Significa imparare a stare con Lui, a fermarci a dialogare con Lui, sentendo che la sua presenza è la più vera, la più buona, la più importante di tutte. Ognuno di noi, nella propria vita, in modo consapevole e forse a volte senza rendersene conto, ha un ben preciso ordine delle cose ritenute più o meno importanti.
Adorare il Signore vuol dire dare a Lui il posto che deve avere; adorare il Signore vuol dire affermare, credere, non però semplicemente a parole, che Lui solo guida veramente la nostra vita; adorare il Signore vuol dire che siamo convinti davanti a Lui che è il solo Dio, il Dio della nostra vita, il Dio della nostra storia.
Questo ha una conseguenza nella nostra vita: spogliarci dei tanti idoli piccoli o grandi che abbiamo e nei quali ci rifugiamo, nei quali cerchiamo e molte volte riponiamo la nostra sicurezza. Sono idoli che spesso teniamo ben nascosti; possono essere l’ambizione, il carrierismo, il gusto del successo, il mettere al centro se stessi, la tendenza a prevalere sugli altri, la pretesa di essere gli unici padroni della nostra vita, qualche peccato a cui siamo legati, e molti altri.
Questa sera vorrei che una domanda risuonasse nel cuore di ciascuno di noi e che vi rispondessimo con sincerità: ho pensato io a quale idolo nascosto ho nella mia vita, che mi impedisce di adorare il Signore? Adorare è spogliarci dei nostri idoli anche quelli più nascosti, e scegliere il Signore come centro, come via maestra della nostra vita.
papa Francesco, 14/04/2013