Parrocchia S. Gerolamo Emiliani di Milano - Blog

Il Blog "Insieme per..." vuole proporre spunti di riflessione e di condivisione per costruire insieme e fare crescere la comunità della parrocchia di San Gerolamo Emiliani di Milano, contribuendo alla diffusione del messaggio evangelico.

martedì 29 dicembre 2015

1145 - APOSTOLATO DELLA PREGHIERA - GENNAIO 2016

Universale: Perché il dialogo sincero fra uomini e donne di religioni differenti porti frutti di pace e di giustizia.

Per l’evangelizzazione: Perché mediante il dialogo e la carità fraterna, con la grazia dello Spirito Santo, si superino le divisioni tra i cristiani.

domenica 27 dicembre 2015

1144 - ADORAZIONE DEI PASTORI DI RUBENS

 

Realizzata per la chiesa degli oratoriani a Fermo, la pala è uno dei capolavori del nascente barocco europeo. Il maestro fiammingo la dipinse nel 1608, al termine del suo soggiorno in Italia, infondendovi le suggestioni del Correggio e del Caravaggio.
Con gesto di materna premura, Maria svela il figlio all’umanità adorante, e si commuove ella stessa alla vista del frutto del suo grembo, il Verbo che si è fatto carne per amore. E la luce che rifulge dal divino infante si riflette sui volti dei presenti, ad accendere i cuori, a illuminare la notte. Sì, ecco la bontà misericordiosa di Dio, venuta «a visitarci dall’alto come sole che sorge, per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte»...
È un capolavoro davvero da riscoprire, questa Adorazione dei pastori di Pieter Paul Rubens. Un’opera splendida ed emozionante, che dalla Pinacoteca di Fermo viene oggi offerta all’ammirazione del più vasto pubblico nel consueto appuntamento natalizio a Palazzo Marino a Milano. Un messaggio di speranza e di pace nel linguaggio universale della bellezza dell’arte, come i promotori di questo evento hanno voluto sottolineare, al di là di ogni retorica.
Rubens realizzò questa tela nel 1608, dopo otto anni di permanenza in Italia. Vi era arrivato dalle Fiandre poco più che ventenne per completare la sua formazione artistica, come molti altri pittori del nord Europa. A Reggio Emilia aveva ammirato i lavori del Correggio, a Roma si era lasciato ispirare dal Carracci, nutrendosi anche delle antichità classiche che ogni giorno andavano scoprendosi. Ma, soprattutto, era rimasto folgorato dai dipinti di un collega pressoché coetaneo, quel Michelangelo Merisi detto il Caravaggio che aveva portato nella Città eterna una ventata di rivoluzione.
Come lo stesso Caravaggio, anche Rubens frequentava l’ambiente degli oratoriani di san Filippo Neri. E proprio per la nuova chiesa che la congregazione aveva eretto a Fermo, al giovane pittore fiammingo, ormai assai apprezzato, venne commissionata questa grandiosa Natività. Che di fatto resterà l’ultimo suo lavoro realizzato nel nostro Paese, prima del suo definitivo ritorno a casa, ricco di esperienze e di ricordi.
La pala di Rubens, sempre venerata dai fedeli del centro marchigiano, per la sua collocazione “appartata” è rimasta a lungo sconosciuta alla critica, e “riscoperta” soltanto negli anni Venti del secolo scorso dal grande storico dell’arte Roberto Longhi, che riconobbe in quest’opera uno dei capolavori assoluti del maestro fiammingo, artefice della grande stagione barocca al di là delle Alpi.
I pastori, ai quali per primi è stato dato il lieto annuncio (loro che vivono nomadi ai margini delle città, loro che vegliano nell’attesa mentre i dotti di questo mondo cedono al sonno, come evidenziavano simbolicamente i Padri della Chiesa), si stringono attorno alla mangiatoia dove giace il bambino Gesù. Il loro aspetto, i loro visi, rivelano età diverse: c’è la ragazza col cesto, poco più che adolescente; un giovane vigoroso, dalle membra nerborute; un uomo maturo, i capelli appena striati di bianco; l’anziana dalla pelle rugosa. L’umanità intera, i figli di Adamo e di Eva, giungono qui ad adorare il Cristo.
Giuseppe, più in ombra, ma non certo avulso dalla scena, alza lo sguardo in alto, dove volteggiano angeli e putti di corposa fisicità, stendendo come uno striscione nella stalla di Betlemme l’inno di gloria.
Anche gli occhi della vecchia si alzano dal giaciglio del neonato: ed è uno sguardo di commozione, di una gioia interiore per una speranza a lungo attesa, e che ora finalmente si compie. Così che questa figura pare già l’immagine della profetessa Anna, “molto avanzata in età” (come riporta il vangelo di Luca), che nel Tempio, insieme al venerando Simeone, riconoscerà in quel bambino il Salvatore…
È un “gioco” di anticipazioni che Rubens, crediamo, attua anche con il personaggio ammantato di rosso, che ha così grande evidenza in primo piano. L’atteggiamento risoluto del pastore, la corta barba, la stessa veste purpurea, ma soprattutto il gesto perentorio della mano a indicare Gesù, sembrano voler rimandare alla figura stessa del Battista: eccolo, dice quel dito puntato, «l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo». www.chiesadimilano.it
«Adorazione dei pastori» di Rubens è esposta presso la Sala Alessi di Palazzo Marino a Milano (piazza della Scala, 2).
Orari: tutti i giorni dalle 9.30 alle 20 (giovedì fino alle 22.30; 24 e 31 dicembre chiusura anticipata alle 18).
Fino al 10 gennaio 2016. Ingresso libero.

giovedì 24 dicembre 2015

1143 - BUON NATALE

P. Rupnik - La Natività - Cappella della “Casa incontri cristiani”
IL PARROCO PADRE LUIGI,
E LA COMUNITA' DEI RELIGIOSI PIAMARTINI
AUGURANO
SANTO NATALE E BUON ANNO 2016 !

1142 - DIO CHE SALVA

Alla nascita di un bimbo tutti domandano qual è il suo nome e la risposta ci rende il nuovo arrivato già familiare. Sappiamo che la domanda è scontata, ma fatecelo chiedere lo stesso: come si chiama il Bimbo di Giuseppe e Maria? Non “Giuseppe” secondo il buon senso del tempo; altro era il Padre delle cui cose il piccolo avrebbe dovuto occuparsi… Non “Emmanuele” il “Dio con noi” secondo la profezia di Isaia… Del resto il nome non fu scelto dai genitori, ma accolto come dono, come già un dono assolutamente gratuito fu quel Bimbo. Non fu concorso d’uomo, ma l’opera dello Spirito Santo a generarlo in Maria e ugualmente, in modo casto, senza brama di possesso, nella piena consapevolezza di non essere gli artefici di quella vita, gli fu dato il nome.
Un nome che è la chiave per accoglierlo, un nome che ci deve spalancare le braccia – e non solo – per prendere tra noi questa nuova vita. Cantiamo infatti così: Suscepimus, Deus, misericordiam tuam, in medio plebis tuae, secundum nomen tuum [Accogliamo, o Dio, la tua misericordia, in mezzo al tuo popolo, secondo il tuo nome]. Il suo nome è forse allora “misericordia”? Non proprio… e neanche “Emanuele” abbiamo detto. Però sappiamo che quel nome ci dirà come accoglierlo, cosa domandargli, che spazio fargli in noi e forse anche chi siamo noi dinanzi a Lui. Del resto già i suoi santi genitori, lungi dal scegliere il suo nome, quasi l’hanno ricevuto loro da Lui ricordati come sono accanto a Lui, come padre e madre suoi o, addirittura, per Dante, come “figlia del tuo figlio”.
Qual è il suo nome, allora? Già Mosè, l’amico di Dio, l’aveva chiesto e aveva conosciuto un nome impronunciabile che diceva una presenza che mai vien meno e accompagna presente, passato e futuro. Poi, quando vide Dio di spalle, comprese il modo di quella presenza e, dopo il grande peccato del vitello d’oro, poté ancora seguirlo, andargli dietro – alle spalle, appunto – con il popolo. Dio infatti è “misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco d’amore e di fedeltà” (Es 34, 6).
Qual è il suo nome? Ci risponde Maria nel Magnificat dove con il nome ci rivela come accogliere il Bimbo nato per noi: “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta di Dio mio salvatore” (Lc 1, 46 – 47).
“Magnifica”, rende grande, ma come si può rendere grande Dio? Eppure Maria l’ha nutrito di sé, l’ha cresciuto e gli ha dischiuso il mondo…
Ma anche “esultare in Dio” non è cosa facile: bisogna essere in Lui, dimorare in Lui, essere dentro il suo disegno…
Qual è dunque quel nome che ci permette di accoglierlo così? Ce lo ha detto Maria: “Dio mio salvatore”, Gesù, “Dio salva”. Sì, Dio salva e può divenire sempre più grande, può crescere in noi e intorno a noi, quanto più lo facciamo essere nostro salvatore, quanto più lo nutriamo del nostro essere domanda di salvezza, quanto più gli dischiudiamo il mondo della nostra vita, delle nostre relazioni, della nostra città perché vi entri come salvatore, quanto più lo facciamo entrare nei nostri pensieri, nei nostri affetti, nei nostri gesti, nelle nostre scelte. Sì, Dio salva, e noi possiamo entrare nella sua salvezza ed esultare in Lui, possiamo portargli tutto di noi e dimorare in Lui prima di essere perfetti, senza difetti o ferite… quanti pochi sono i luoghi, le relazioni, gli incontri in cui possiamo essere totalmente noi stessi senza maschere né divisioni: lì c’è esultanza!
Il suo nome è “Dio salva”: allora veramente “accogliamo, o Dio, la tua misericordia in mezzo al tuo popolo”.
Romite Ambrosiane, in
http://www.rmfonline.it/

1141 - VI ANNUNCIO UNA GRANDE GIOIA

"Vi annuncio una grande gioia: oggi nella città di Davide è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore": la gioia è il sentimento che accompagna la celebrazione del Natale del Signore.
Il "segno" che, come ai pastori, è offerto al credente, "è proprio l'umiltà di Dio, l'amore con cui Egli ha assunto la nostra fragilità e i nostri limiti" (papa Francesco). Lo straordinario Anno giubilare ci apre alla conoscenza dell'amore di Dio per ogni uomo: solo affidandoci alla sua misericordia possiamo comprendere che cosa significa essere suoi figli. In Gesù, che condivide la nostra stessa umanità, possiamo dirci realmente figli di Dio: figli nel Figlio, "familiari" di Dio, resi cioè pienamente partecipi dell'amore del Padre.

1140 - IL BAMBINO

Quando ti preghiamo, Gesù, nel nostro cuore, quando ti adoriamo nell'Ostia Santa dell'altare, quando conversiamo con te presente in Cielo, e a te diciamo il nostro grazie per la vita, e su te versiamo il pentimento dei nostri sbagli, e da te invochiamo le grazie di cui abbiamo bisogno, sempre ti pensiamo adulto, Signore.
Ora ecco che, luce sempre nuova, ogni anno ritorna Natale, e come una rinnovata rivelazione ti mostri a noi bambino, neonato in una culla, e un'onda di commozione ci invade. E non sappiamo più formulare parola, né osiamo chiedere.
Il mistero ci ammutolisce ed il silenzio adorante dell'anima si confonde con quello di Maria, la quale, alla dichiarazione dei pastori che udirono il canto degli angeli, "serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore".
Il Natale: quel Bambino sempre ci appare come uno dei misteri più sconcertanti della nostra fede, perché è principio della rivelazione dell'amore di Dio per noi che poi s'aprirà in tutta la sua divina, misericordiosa, onnipotente maestosità.
(Chiara Lubich)

1139 - LA GLORIA DEL SIGNORE LI AVVOLSE DI LUCE

La notte avvolgeva il mondo intero prima che sorgesse la luce vera, prima della venuta di Cristo; anche la notte regnava in ognuno di noi, prima della nostra conversione e della nostra rigenerazione interiore. Non era forse la notte più profonda, le tenebre più spesse sulla faccia della terra quando i nostri padri adoravano falsi dei? ... E un'altra notte oscura non era forse in noi quando vivevamo senza Dio in questo mondo, seguendo le nostre passioni e il fascino di questo mondo, facendo cose di cui arrossiamo oggi come altrettante opere delle tenebre?...
Ma ora, siete stati affrancati dal vostro sonno, vi siete santificati, siete divenuti figli della luce e figli del giorno e non siete più nelle tenebre e nella notte (1 Ts 5,5)... «Domani vedrete in voi la maestà di Dio». Oggi il Figlio si è fatto per noi giustizia venuta da Dio, domani egli si manifesterà in quanto nostra vita, affinché appariamo con lui nella gloria. Oggi un bambino è nato per noi, per impedire che ci eleviamo nella vana gloria e, convertendoci, diventiamo come dei bambini. Domani egli si mostrerà nella sua grandezza per suscitare la nostra lode e perché anche noi possiamo essere glorificati e lodati quando Dio attribuirà a ciascuno la sua gloria... «Noi saremo simili a lui perché lo vedremo così come egli è» (1 Gv 3,2). Oggi infatti non lo vediamo realmente, ma come in uno specchio (1 Cor 13,12); ora, egli riceve ciò che dipende da noi. Domani invece lo vedremo in noi, quando ci darà ciò che dipende da lui, quando si mostrerà così come egli è e ci prenderà per elevarci fino a lui.
San Bernardo, 5° discorso per la vigilia di Natale

mercoledì 23 dicembre 2015

1138 - IL SENSO DEL NATALE

Che cosa significa Natale?
Qui dobbiamo avanzare verso il nucleo della fede cristiana. Sull'essenza del cristianesimo esistono definizioni annacquate. Il cristianesimo non è la religione dell'amore del prossimo, o dell'interiorità, o della personalità o di quant'altro. Naturalmente, in tutto ciò v'è qualcosa di esatto, ma come un secondo aspetto, che acquisisce il suo senso solo quando è chiaro ciò che è primo e autentico. L'Antico Testamento ci mostra che Dio si pone in modo indipendente di fronte a tutto ciò che si chiama «mondo». «Io sono Colui che io sono», Egli risponde sull'Oreb all'uomo Mosè, che gli chiede il suo nome (Es 3, 14).
Quale abisso di pensiero che la parola «Io sono» sia nome di Dio, che come tale non spetta ad alcun altro essere! Infatti il mondo non «è» in senso puro e semplice, ma è in virtù di Lui: da Lui creato, totalmente e assolutamente. Creato in pura libertà, senza costrizione. Esso è
«davanti» a Lui; provenendo da Lui e a Lui diretto.
Ma poi avviene qualcosa di misterioso. Nella Rivelazione neotestamentaria, nella coscienza di Gesù, nel modo in cui Egli parla di Dio, tratta con Lui, rapporta a Lui la propria esistenza, si fanno chiare distinzioni. Questo Dio è l'Uno e Unico, ma non è solitario. In Lui v'è un mistero di comunione, v'è «Io» e v'è «Tu», e i nomi che Gesù cita per indicarli sono «Padre», «Figlio» e «Spirito Santo». Questi nomi non hanno relazione di sorta con il mito, con i suoi dèi-padri e dèi-figli. Non è lecito però abbandonarli, poiché Dio stesso ce li ha dati, e sono le porte d'accesso al suo mistero.
Ora ci viene rivelato che questo Figlio è entrato nel mondo. Ma ciò in un senso inaudito. Non solo per via psicologica, nell'animo di una persona pia profondamente dotata; non solo in termini spirituali, nei pensieri di una grande personalità; ma realmente, storicamente, così da produrre l'unità personale con un essere umano.
Dio s'è fatto uomo, figlio di una madre umana, uno di noi, ed è rimasto ciò che Egli è eternamente, Figlio del Padre nel ciclo. Egli, che come Dio era in tutto, ma sempre «dall'altro lato del confine», nell'eterno riserbo, è venuto al di qua del confine, ed è stato ora presso di noi, con noi.
Di questo evento parla il Natale. Questo è il suo contenuto, questo soltanto. Tutto il resto - la gioia per i doni, l'affetto della famiglia, il rinvigorirsi della luce, riceve di là il suo senso. E quando quella consapevolezza svanisce, tutto scivola sul piano meramente umano,
sentimentale, anzi brutalmente affaristico. Il fatto dell'Incarnazione è esso stesso Rivelazione, anzi quella autentica e colmante. Essa dice: Dio è tale da essere in grado di farsi uomo. Egli è tale che, ai suoi occhi, per parlare col linguaggio della Genesi, è «cosa buona» e «molto buona» compierla (Gv 1, 10.12.18.25.31).
Ma il motivo, di cui si parla così alla leggera, cioè che Dio lo fa per amore, anzi che Egli è Colui che ama in senso puro e semplice - risulta chiaro solo perché l'intento per il quale Dio attua l'inaudito fatto dell'Incarnazione, appunto ciò è l'amore.
L'amore di cui parla la Rivelazione non è un valore etico universale; non è un orientamento del voler bene o della bontà, non un sentimento del cuore umano o che altro si voglia.
La parola «amore» non è qui un concetto, ma un nome per designare l'intendimento di Dio. Quando lo si coglie, ha inizio la conversione dello spirito. Tutto cambia, tutto diventa giusto, si rettifica, e si schiudono pensieri d'una grandezza e intimità che, come dice Paolo,
«superano ogni comprensione» (Fil 4, 7).
È questo ciò che proclama a noi il Natale, quando ci stanchiamo delle realtà apparenti e fallaci e vogliamo ascoltare quanto è autentico.
(don Romano Guardini)

1137 - LA LUCE, LA PAROLA, LA GIOIA

Quanto buio può sopportare la terra?
Il buio: sguardi smarriti che non vedono speranze,
bellezze perdute, nascoste in un abisso di nulla,
cuori spaventati, che invocano abbracci.
Quanto buio può sopportare la terra?
La terra non si stanca, non sopporta,
custodisce invece un germoglio
e prega: ci vorrebbe una luce, un sole che sorge dall’alto.

Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo (Gv 1,9).

Quante parole può sopportare la terra?
Le parole perdute, che non sono più nomi di niente
che non sono più cose e verità da dire,
le parole cattive, armi per ferire,
le parole sceme, le parole false, le parole troppe,
le parole grigie che seminano grigiore, lamento e scontento.
Quante parole può sopportare la terra?
La terra non si stanca, non sopporta,
si impregna invece di letame
e prega: ci vorrebbe un silenzio, per una confidenza amica.

E il Verbo si fece carne (Gv 1,14)
Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi
E la vostra gioia sia piena (Gv 15,11).

Quanto dolore può sopportare la terra?
Non vi sembra l’orrore e il grido, le lacrime e la rabbia
siano già oltre il limite dell’eccessivo?
Quanto dolore può sopportare la terra?
La terra, come la madre, non pone limiti e non dispera,
non vive la pazienza come una forma trattenuta di esasperazione,
ma come una preghiera: ci vorrebbe qualche cosa come una specie di pace!
anzi - un sogno? - come una festa
non una qualche attesa di un risarcimento postumo
ma come una esperienza di letizia compiuta.

Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia
che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide
un salvatore, che è Cristo Signore (Lc 2,10-11)

A Natale possa riposare la terra, e possa rallegrarsi la moltitudine immensa dei figli di Dio
che percorrono la terra e ne imparano la preghiera.

Auguri!
Mons. Mario Delpini

sabato 19 dicembre 2015

1136 - DOMENICA DELL'INCARNAZIONE

"Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola": guardando a Maria, siamo chiamati a verificare la nostra disposizione interiore davanti al mistero di Dio che si fa uomo.
Abbiamo saputo "fargli posto" nella nostra vita, affinchè il suo Natale non si riduca a semplice esperienza emotiva o allo scintillio delle luci della festa?
Nell'intenzione della liturgia, possiamo contemplare, con uno sguardo di fede, il Figlio e la Madre. Quasi sulla soglia della celebrazione natalizia, questa "è la festa della Misericordia di Dio che si fa carne e assume fino in fondo l'umana condizione. Il suo abbraccio tiene dentro tutto, perfino il nostro peccato, e tutto penetra della sua forza salvifica per redimerlo" (card. Angelo Scola)