Parrocchia S. Gerolamo Emiliani di Milano - Blog

Il Blog "Insieme per..." vuole proporre spunti di riflessione e di condivisione per costruire insieme e fare crescere la comunità della parrocchia di San Gerolamo Emiliani di Milano, contribuendo alla diffusione del messaggio evangelico.
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lunedì 20 dicembre 2010

466 - IL SENSO DEL DONO: PER UN NATALE DI GRATUITÀ

Assaliti dall’ansia del regalo, nel mese di dicembre sembriamo ormai smarrire il legame con l’Avvento e, con esso, anche l’autentica dimensione umana e cristiana del dono. Sommersi dai doni da fare o da ricevere, abbiamo perso il senso della gratuità, non riusciamo più a vederla come ricchezza nelle nostre vite e nelle nostre relazioni, convinti di essere noi gli unici protagonisti di ogni cosa, coloro che determinano l’evolversi delle vicende e delle società. Eppure il Natale cui ci prepariamo dovrebbe ricordarci sia il dono per eccellenza che è ogni vita nuova che nasce, sia il dono inaudito che Dio ha fatto all’umanità e alla creazione intera con la venuta nella carne di Gesù, vero Dio e vero uomo.

Come la vita, infatti, il dono è qualcosa che ci precede, che esula dai diritti-doveri, che non può mai essere pienamente ricambiato, che nasce da energie liberate e origina a sua volta capacità inattese. La gratuità non è tale solo perché non comporta un prezzo, ma più ancora perché suscita gratitudine e, più in profondità ancora, perché sgorga da un cuore a sua volta grato per quanto già ha ricevuto. Nel dono autentico non si riesce mai a tracciare un confine certo e invalicabile tra chi dà e chi riceve: non perché vi sia il calcolo di chi pesa il contraccambio, ma perché, come dice Gesù, “c’è più gioia nel dare che nel ricevere” (Atti 20,35). Chi dona, infatti, gode a sua volta della gioia che suscita in chi riceve. D’altronde, il fondamento dell’amore è la rinuncia alla reciprocità e alla sicurezza che ne deriva: occorre indirizzare l’amore verso l’altro senza essere sicuri che l’altro ricambierà.

E non dovremmo pensare al dono solo come a una possibile forma di scambio tra le persone: riscoprire la gratuità come istanza anche sociale costituisce un’esperienza liberante e arricchente per ogni tipo di convivenza. Lo ricorda con parole forti Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in veritate: “La gratuità è presente nella vita dell’uomo in molteplici forme, spesso non riconosciute a causa di una visione solo produttivistica e utilitaristica dell’esistenza... Lo sviluppo economico, sociale e politico ha bisogno, se vuole essere autenticamente umano, di fare spazio al principio di gratuità come espressione di fraternità”.

Forse il tempo del Natale e la maggiore sensibilità alla dimensione del dono che questa festa suscita potrebbe aiutarci proprio in due percorsi di approfondimento del senso delle nostre vite. A livello personale e relazionale, possiamo riscoprire la libertà profonda che il donare richiede e la gioia che suscita sia in colui che dona che in colui che riceve: A livello sociale, ci è dato di prendere coscienza di come, anche nell’ottica mercantile ormai dominante, si possano concretamente immettere istanze di gratuita fraternità: la solidarietà umana, uno stile di vita più sobrio ed essenziale, una ritrovata dimensione di fratellanza universale non sono alternative alle ferree leggi economiche o all’esercizio della giustizia, ma sono anzi correttivi preziosi per una più equa distribuzione di quei doni naturali che sono intrinsecamente destinati a tutti. Come cristiani testimonieremo così l’unicità del Signore di cui celebriamo la venuta nella carne e attendiamo il ritorno nella gloria: un dono sceso dall’alto che non ha cercato né atteso il nostro contraccambio per portare a tutti le ricchezze della sua grazia, il volto divino della gratuità. Senza il concetto di dono e di dono gratuito non sarebbe possibile un parlare cristiano perché, non lo si dimentichi, nel cristianesimo persino l’alleanza, che di per sé è bilaterale, è diventata alleanza unilaterale di Dio offerta all’uomo nella gratuità.

Enzo Bianchi, Avvenire, 13 dicembre 2009

mercoledì 2 dicembre 2009

169 - NEL TEMPO DELL’ATTESA

Il Signore viene. Avvento è il tempo dell’attesa, desiderio di incontro tra Dio e l’uomo. L’uomo cerca il suo Dio. Dio cerca la sua creatura per renderla finalmente libera, non resta sordo al richiamo, ma è venuto a riportare l’armonia nelle vicende umane. Avvento è tempo d’incontro tra profezia attesa e risposte, le domande di ieri stanno per diventare un corpo dato per la salvezza.

Il Signore viene, l’attesa non può essere passiva per chi lo invoca.

L’Avvento è tempo di scelta, è coinvolgimento appassionato nelle sorti del mondo. E’ voglia di trasformarlo seguendo le vie della volontà d’amore.

L’Avvento è un’avventura che lega insieme il passato delle richieste umane, del grido di libertà del momento di prima e il sogno del ritorno definitivo, quando tutte le lacrime finalmente verranno asciugate. Il già e il non ancora vengono raccontati per rinnovare che da già è affascinato e chi dal non ancora è provocato. Un’avventura per comprendere se l’attesa del Natale prossimo è per noi attesa del Cristo Signore nel già e nel non ancora, nella salvezza già avvenuta nella sua carne donata e nella beata speranza del suo ritorno glorioso.

Un tempo di coraggiosa lotta per vincere le suggestioni della rilassatezza, dell’egoismo imprigionante, per restare svegli con le cinture ai fianchi e le lanterne accese.

Natale è festa e, se ti senti invitato, lasciare spegnere la lampada è peccato.

(di don Gennaro Martino, in Famiglia Cristiana n.48)

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venerdì 13 novembre 2009

153 - 1 DOMENICA DI AVVENTO - AMBROSIANO

Il brano evangelico riporta quasi completamente il discorso di Gesù riguardante le "realtà ultime" (21,5-38) pronunciato nel Tempio davanti alla folla dei frequentatori e ai discepoli. Esso è occasionato dalle parole di ammirazione per la bellezza e la magnificenza del Tempio, di cui Gesù profetizza la totale e definitiva distruzione (vv 5-6) e si può così suddividere: vv 7-11 Gesù mette in guardia dai sedicenti "profeti" ed esorta a non terrorizzarsi per le dure vicende della storia; vv 12-19: con franchezza annunzia per i suoi la persecuzione anche violenta e li esorta a "perseverare" nella fede; vv 25-28 con linguaggio proprio dell’"apocalittica" parla della venuta del "Figlio dell’uomo".

Il brano evangelico ha al centro proprio l’annunzio della parusia, un termine del vocabolario cristiano che indica la "venuta finale", "con potenza e gloria grande" (v 27) del "Figlio dell’uomo" ossia di Gesù il Risorto! La parusia, pertanto, coincide e segna la fine di questo mondo! L’Avvento che è essenzialmente il tempo liturgico in preparazione al Natale, ovvero la "prima venuta" del Signore nell’"umiltà della carne", è anche il tempo destinato a tenere desta nel cuore della Chiesa e dei credenti la consapevolezza che il Signore "verrà di nuovo nello splendore della gloria" (Prefazio).

L’evangelista, tramite il linguaggio a tinte forti proprio dell’"apocalittica" (=genere letterario che mediante il ricorso a immagini e a visioni catastrofiche e terrificanti suole veicolare il sopraggiungere del giudizio finale di Dio che punisce i malvagi e premia i buoni), rintracciabile ai vv 10-11 e specialmente ai vv 25-28 dove si parla di caotici sconvolgimenti che interessano simultaneamente tutto il creato (cieli, mari, terra, uomini), vuole mettere in evidenza la certezza della parusia del Risorto. In essa si compie ciò che i Profeti annunziano a proposito del "giorno del Signore", che «viene come una devastazione da parte dell’Onnipotente… per fare della terra un deserto, per sterminare i peccatori» (Lettura: Isaia 13,6.9).

Ma a ben guardare a Gesù preme sottolineare che la "venuta" del Figlio dell’uomo non deve fare paura ai credenti. Anzi. Essi che normalmente sono come piegati dalle continue prove della vita e soprattutto dalle inevitabili persecuzioni anche violente e mortali a cui vanno incontro proprio perché suoi discepoli (vv 12-17), ora, davanti al Signore che "viene", sono invitati a risollevarsi e ad alzare «il capo, perché la liberazione è vicina» (v 28).

La parola evangelica, inoltre, ci fa capire ricorrendo ai tragici avvenimenti dell’anno 70 d.C. che segna con la distruzione del Tempio (v 6) e dell’intera città di Gesusalemme (vv 20-24), la fine di Israele come "popolo", che la storia è contrassegnata "normalmente" da questi fatti anche atroci come le guerre (v 9), così come dalle calamità naturali spesso provocate dall’uomo. Davanti a tali situazioni il credente, mentre si guarda dal farsi ingannare da presunti annunzi di falsi profeti (v 8), presenti anche ai nostri giorni, si attiverà con intelligenza per cercare di sopravvivere ad essi (v 21) con la certezza che «nessun capello del vostro capo andrà perduto» (v 18). La nostra vita, infatti, è nelle mani sicure e invincibili del Risorto!

L’Avvento che oggi iniziamo, mentre ci dispone a celebrare convenientemente il Natale, mantiene viva in noi la consapevolezza che lo stesso Signore, riconosciuto con intima gioia nel Bambino di Betlemme, tornerà, alla fine dei tempi come Signore e giudice universale. Per noi, singolarmente presi, la "fine dei tempi" coincide con la nostra fine, con la nostra morte.

Il Vangelo con parola luminosa ci dice di "alzare il capo" in quell’ora in cui il Signore viene! Senza paura. E perché questo accada ci esorta a "perseverare" nella fedeltà, nell’obbedienza e nell’abbandono fiducioso alla sua parola, pronti a dare "testimonianza" di lui sempre, davanti a chiunque, in ogni circostanza (cfr. Luca 21,13).

Questa si concretizza, come avverte l’Apostolo, nel non farci complici del male e nel «non partecipare alle opere delle tenebre» ma, specialmente, nel "camminare nella carità" ovvero nell’impostare la nostra quotidiana esistenza come "dono di sé", sul modello di Cristo che «ci ha amato e ha dato sé stesso per noi» (Epistola: Efesini 5,2.11).

(A.Fusi)

Letture: Is. 13,4-11; Sal 67; Ef. 5,1-11; Lc. 21,5-28