Parrocchia S. Gerolamo Emiliani di Milano - Blog

Il Blog "Insieme per..." vuole proporre spunti di riflessione e di condivisione per costruire insieme e fare crescere la comunità della parrocchia di San Gerolamo Emiliani di Milano, contribuendo alla diffusione del messaggio evangelico.
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venerdì 8 novembre 2013

858 - CRISTO RE DELL'UNIVERSO

Il brano di Matteo 25,31-46 conclude il discorso sulla venuta del Figlio dell’uomo (Matteo 24-25) e si può dividere in tre parti. La prima: vv. 31-33, introduce la venuta gloriosa del Figlio dell’uomo con il raduno universale davanti al suo trono e la separazione tra i buoni (pecore) alla sua destra e i cattivi (capre) alla sua sinistra. Nella seconda: vv. 34-45, possiamo distinguere il dialogo del re con i chiamati alla beatitudine per aver compiuto le opere di carità e di misericordia verso i poveri a lui identificati (vv. 34-40) e il dialogo con quelli posti alla sua sinistra destinati alla perdizione e alla rovina eterna per non aver compiuto le sopra citate opere di carità verso i poveri (i piccoli) e, in definitiva, verso di lui (vv. 41-45). Il v. 46 rappresenta la conclusione che descrive l’effettiva esecuzione delle sentenze: l’eterna rovina-la vita eterna. 

In questa domenica, conclusiva dell’anno liturgico, viene messa in rilievo la regalità che il Signore Gesù ha acquistato sul mondo, sulla storia e su ogni realtà esistente a motivo della sua morte, con la quale ha affrontato e vinto il potere del male che teneva proditoriamente in suo pugno l’uomo e l’intera creazione uscita dalla mano di Dio.
Con la sua risurrezione, inoltre, ha fatto brillare la vittoria della vita come speranza certa per i credenti e ha ricevuto dal Padre «ogni potere in cielo e in terra», compreso quello di giudicare, ossia di escludere o di ammettere nella vita beata del Regno dei Cieli.
Il testo evangelico, a tale riguardo, ci trasporta nelle realtà ultime e definitive che attendono ogni uomo, tra le quali spicca il giudizio affidato al Figlio dell’uomo, ossia al Signore Gesù Cristo vittorioso sul male, sul peccato e sulla morte. 
L’Antico Testamento, come risulta dalla pagina profetica, conosce la misteriosa figura del Figlio dell’uomo come proveniente dalla sfera celeste e al quale il vegliardo che siede sul trono circondato da miriadi di angeli (Lettura: Daniele 7,9-10), nel quale si deve riconoscere Dio, consegna un potere eterno «che non finirà mai e il suo regno non sarà mai distrutto» (v.14). Non sorprende, perciò che, per indicare l’ora del giudizio finale, l’evangelista applichi a Gesù il titolo di Figlio dell’uomo, altamente espressivo della sua sovranità sovratemporale, e lo descriva ricorrendo al linguaggio vetero-testamentario idoneo a parlare delle realtà ultime qual è, appunto, il giudizio supremo e inappellabile che avviene attorno al suo trono circondato dalla corte celeste e davanti al quale «verranno radunati tutti i popoli» (Vangelo: Matteo 25,31-32).
Gesù stesso, del resto, si attribuirà il titolo di Figlio dell’uomo, a indicare il “potere” che verrà posto nelle sue mani, in seguito agli eventi pasquali della sua morte e risurrezione, che lo proclamano davanti al mondo e alla storia quale egli è in senso pieno ed esclusivo: Figlio di Dio. Nella sua Pasqua, infatti, si manifesta al livello più alto il suo amore filiale per il Padre e il suo amore incandescente per l’umanità piagata e umiliata dal male e dal peccato.
Si comprende, perciò, come il giudizio abbia luogo davanti a colui che reca sulla sua persona i segni visibili della sua carità e consista, essenzialmente, in una “separazione” tra “pecore” e “capre”, ossia tra buoni e cattivi che nell’esistenza terrena vivevano insieme. Separazione fatta in base a un unico criterio: «l’aver dato o non dato da mangiare agli affamati, da bere agli assetati…» (cfr. vv.35-36), il criterio, cioè, della carità verso gli ultimi, i piccoli, i tribolati, che il Giudice ritiene come fatta o non fatta a sé stesso (v.40; v.45).
Una identificazione giustificata in quanto, nel mistero del suo amore per gli uomini umiliati dal potere del male, egli non solo si è spogliato della sua condizione divina venendo in questo mondo rivestito della nostra fragilità e debolezza, ma ha sacrificato «se stesso sull’altare della croce come vittima immacolata di pace», portando così «a compimento il mistero della nostra salvezza» (Prefazio). 
Il suo regno, pertanto, sarà popolato soltanto da gente capace di amare, come lui ha amato e, dunque un regno che, diversamente dai regni mondani fondati sul dominio e sul potere e, perciò, caduchi, sarà «un regno universale ed eterno: regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace» (Prefazio).
Esso apparirà nell’ora solenne della parusìa, l’ora del definitivo trionfo del Signore sulle potenze celesti ostili ai disegni salvifici e su tutti i nemici di Dio e degli uomini compreso quello che l’Apostolo chiama l’ultimo e il più terribile, quale è la morte (cfr. Epistola: 1Corinzi 15,24-26). Solo allora, infatti, potrà consegnare a Dio Padre il regno conquistato dal suo amore e abitato da quanti, al pari di lui, hanno amato, così che, finalmente, «Dio sia tutto in tutti» (v. 28).
Mentre attendiamo la manifestazione piena e definitiva del Regno, guardando al Signore che ci ha amato «sino alla fine», esaminiamo il nostro cuore e la nostra vita e se scoprissimo di essere collocati «alla sinistra» del trono del grande Re, supplichiamolo perché il suo Spirito ci trasformi intimamente e ci renda capaci di vivere della sua carità, che ci tiene costantemente vicini agli affamati, agli assetati, ai tribolati e agli ultimi che il mondo disprezza e non degna di considerazione alcuna, così come ha disprezzato il Signore Crocifisso.
Così facendo tutti noi, membra vive della Chiesa, autentico germoglio del Regno, mostreremo che è possibile un’altra vita, un altro mondo, un altro regno: quello dell’Amore crocifisso, l’unico che riconosciamo nostro Re. Lui solo, infatti, ha avuto «pietà dei nostri errori» e, «obbediente al volere del Padre», si è lasciato «condurre sulla croce come agnello mansueto destinato al sacrificio». A lui, solo a lui, dunque, diciamo: «Sia gloria, osanna, trionfo e vittoria», a lui «la più splendente corona di lode e di onore» (canto Dopo il Vangelo). 
Nel concludere l’Anno liturgico e preparandoci a vivere una nuova stagione di grazia, impariamo dalla solennità odierna a seguire le orme del Signore nella via della Carità, perché quando egli verrà come nostro giudice non abbiamo nulla da temere. Mentre ci accostiamo alla mensa imbandita dall’amore del Signore, supplichiamo il Padre perché «obbediamo con gioia a Cristo, Signore dell’universo, per regnare anche noi un giorno nella gloria senza fine»  (Orazione Dopo la Comunione).
A.Fusi

venerdì 6 novembre 2009

148 - NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL’UNIVERSO

È l’ultima domenica dell’Anno liturgico in rito ambrosiano, nella visione del Cristo crocifisso, vuole additare alla Chiesa e al mondo il cuore e il centro della "storia" che, proprio grazie alla Pasqua del Signore, è attraversata da una concreta possibilità di salvezza offerta a tutti.

Il brano evangelico fa parte del racconto della crocifissione (Luca 23,26-56) e segue immediatamente la scarna descrizione della crocifissione stessa tra due "malfattori" (v 33), le parole di perdono di Cristo crocifisso e la spartizione delle sue vesti (v 34) e soprattutto lo scherno e la derisione dei capi del popolo (v 35) ai quali si uniscono anche i soldati (v 36). I primi ridicolizzano Gesù nella sua pretesa messianica sbugiardata dal fatto che non è in grado di "salvare sé stesso", mentre i soldati lo deridono per la sua qualità "politica" di "re dei Giudei", titolo che per spregio compare pure sulla scritta posta sopra la croce (v 38).

Ai capi e ai soldati si associa nella derisione e nell’insulto uno dei due "malfattori" appesi come Gesù alla croce. Egli, con rabbia, denuncia l’inconsistenza della pretesa messianica di Gesù, che, a differenza del Messia promesso da Dio, non è capace di procurare "salvezza". Per i contemporanei di Gesù, rappresentati dai capi, dai soldati e dal "malfattore", la salvezza era concepita come salvezza di natura "politica" o "spettacolare-miracolistica" come sarebbe, quella di scendere dalla Croce! Ma nel disegno di Dio, l’incomprensione, la non accettazione, la persecuzione e la derisione del Signore crocifisso in cui viene raggiunto il punto estremo dello svuotamento della sua condizione divina e della sua umiliazione (cfr. Epistola: Filippesi 2,7-8), lo accredita, al contrario, come quel "servo" «disprezzato, rifiutato dalle nazioni, schiavo dei potenti» (Lettura: Isaia 49,7) che Dio invece stabilisce come «luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra» (v 6).

Nell’altro malfattore che si rivolge al crocifisso chiamandolo per nome: Gesù! Ovvero riconoscendo che in lui, Dio "salva" (vv 40-42) la promessa profetica è avverata. In Gesù la salvezza fa il suo efficace ingresso nella storia e nell’umanità. Il Crocifisso, infatti, è in grado di riaprire le porte del Paradiso sigillato a causa del peccato di Adamo ovvero di far entrare, chi a lui si affida, in quella comunione di vita che lo unisce al Padre.

Questa domenica, con la scena solenne di Cristo crocifisso costituito re dell’universo, chiude il corrente anno liturgico e pone, così, nella luce della croce del Signore, e dunque della Pasqua, il nuovo anno che sta per iniziare con il tempo dell’Avvento. Cristo Gesù, "esaltato" sulla croce, è all’inizio, al centro, e al termine dei tempi e della storia che, grazie a lui, diventa lo spazio dove la salvezza, concretamente offerta al "malfattore", che lo invoca, deve raggiungere tutte le nazioni, tutte le genti, tutti gli uomini compresi quelli che, come "i soldati" e "uno dei malfattori" scuotono il capo increduli davanti a lui.

La preghiera liturgica, penetrando in profondità la Scrittura con la guida dello Spirito, vede nell’evento "storico" della croce non solo il «compimento della nostra salvezza», bensì la solenne proclamazione e costituzione di Gesù crocifisso quale «Signore di tutte le creature», che una volta "ricapitolate" in lui dalla dispersione frutto del peccato, egli può presentare a Dio come «regno universale ed eterno: regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace» (Prefazio).

Nel solenne raduno eucaristico, specialmente domenicale, la Chiesa, riproponendo "nel mistero" la Croce del Signore, ne annunzia l’intatta efficacia salvifica "oggi", qui e adesso, e anticipa il giorno felice in cui tutti potremo «regnare nella gloria senza fine con lui, che vive e regna nei secoli dei secoli» (Orazione dopo la Comunione).

(A.Fusi)