Parrocchia S. Gerolamo Emiliani di Milano - Blog

Il Blog "Insieme per..." vuole proporre spunti di riflessione e di condivisione per costruire insieme e fare crescere la comunità della parrocchia di San Gerolamo Emiliani di Milano, contribuendo alla diffusione del messaggio evangelico.
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sabato 23 gennaio 2016

1152 - LA MISERICORDIA

È iniziato il giubileo, l’anno della misericordia del Signore. Che cosa ci richiede prima di tutto la misericordia di Dio, che noi conosciamo e sperimentiamo nelle nostre vite?
Semplicemente di fare misericordia all’altro, chiunque sia, chiunque si trovi sulla nostra strada, chiunque incontriamo e avviciniamo. Non dimentichiamo mai la sequenza testimoniata dal vangelo riguardo alla misericordia di Gesù: “Gesù vide una grande folla, fu mosso da misericordia e curò i loro malati” (Mt 14,14). Ovvero, Gesù constatò una situazione, provò un sentimento nei confronti di quei sofferenti e dunque agì, fece qualcosa per curarli.
Questa è la traiettoria della misericordia: deve diventare azione, comportamento, mentre se resta solo un sentimento, un’emozione, non è la misericordia che Dio vuole. Per questo nel giudizio finale ci sarà beatitudine, benedizione per chi ha praticato concretamente l’amore, per chi “ha fatto misericordia” (Lc 10,37) verso il povero, il sofferente, l’ultimo degli umani nostri fratelli (cf. Mt 25,31-46). Se stiamo attenti, ci rendiamo conto che la nostra salvezza non si gioca su azioni religiose, liturgiche, ascetiche, ma su azioni non religiose, umanissime. Sono queste azioni che determinano il nostro rapporto con Dio, eppure non è assolutamente chiesto a chi le compie di farlo in nome di Dio, di pensare a Dio o di indirizzarle a lui. Non è necessario, perché c’è già un legame profondo tra Dio e il povero, talmente profondo che non è Dio un pretesto per amare il povero, ma è piuttosto il povero una possibilità per amare Dio. L’amore del povero è dunque amore per un essere umano uguale a noi in dignità, un essere umano, nient’altro che un essere umano, ma che nella povertà ha una particolare somiglianza con Dio, perché somiglia a suo Figlio, che ha voluto spogliarsi, farsi povero (cf. 2Cor 8,9), umiliato e vittima degli altri. In questo senso il povero è “sacramento di Cristo”, è un segno che rinvia a Cristo stesso tra di noi; come amavano dire i profeti medioevali, “pauper Christi vicarius est”, “il povero è un vicario di Cristo”.
Ma accanto a questa sacramentalità del povero, occorre sapere riconoscere anche il suo magistero. Sì, dico magistero, anche perché so bene che è più facile pensare a una cattedra dei non credenti che a una cattedra dei poveri. I poveri non sono certo migliori degli altri, ma hanno comunque dei tratti esemplari, se vogliamo leggerli: hanno attenzione per gli altri, sanno dare facilmente il loro tempo e la loro presenza agli altri, sanno prendersi cura degli altri anche nella penuria dei loro mezzi, sanno attendere qualcosa e soprattutto non confidano in se stessi. Questi atteggiamenti possono essere di grande insegnamento per tutti. Se i poveri erano i primi clienti di diritto del regno di Dio, se erano le persone scelte di preferenza da Gesù, è perché erano e sono vittime dei fratelli e delle sorelle, dunque Dio sta dalla loro parte; ma anche perché sono più umanizzati di molti altri, certamente più dei ricchi philautici ed egoisti. Paolo VI si rivolse così a loro nel suo pellegrinaggio a Bogotà: “Voi siete un segno, voi un’immagine, voi un mistero della presenza di Cristo. Il sacramento dell’eucaristia ci offre la sua presenza nascosta, viva e reale; mai voi pure siete un sacramento, cioè un’immagine santa del Signore in questo mondo, come un riflesso che rappresenta il suo volto umano e divino” (Omelia del 23 agosto 1968).
Se tali sono i poveri, in questo anno della misericordia non pensiamo di vivere la grazia del giubileo solo passando attraverso la porta santa o vivendo i sacramenti. Questi sono mezzi, che possono addirittura diventare menzogna se non giungiamo concretamente a “fare misericordia” a delle persone concrete, a esseri umani come noi. E cerchiamo di diventare chiesa dei poveri, perché i ricchi possono trovare posto in una chiesa povera e di poveri, mentre i poveri non possono trovare posto in una chiesa ricca e di ricchi. Ha scritto p. Pedro Arrupe, quest’uomo di Dio, vero profeta: “Se esistono poveri sulla terra, la vostra celebrazione eucaristica è incompleta in qualche maniera” e noi non celebriamo in verità la misericordia di Dio!
di ENZO BIANCHI dal sito del Monastero di Bose
in Jesus - Rubrica La bisaccia del mendicante - Gennaio 2016

martedì 6 gennaio 2015

1028 - IL DOVERE DI TROVARE LA FIDUCIA PERDUTA

Molti leggono la crisi attuale come crisi di fiducia in campo finanziario, economico e politico ma, più in profondità, a livello culturale ed etico. È la diagnosi che emerge anche dall’indagine “Gli italiani e lo stato” condotta da Demos per Repubblica e commentata da Diamanti su queste pagine. Ritengo perciò che, all’apertura di un nuovo anno, valga la pena riflettere ancora sulla fiducia: sentimento, atteggiamento ed esperienza che appare decisiva nell’esistenza di ogni persona così come nella vita sociale della polis.
Non possiamo vivere senza porre la fiducia in qualcuno né senza ricevere fiducia da qualcuno, dagli altri. Ognuno di noi è nato perché sentiva questa spinta ad avere fiducia nella vita, in chi lo portava in grembo, in chi lo poteva accogliere. E ciascuno è venuto al mondo proprio grazie alla fiducia originaria posta nei genitori o in chi ci ha accompagnato nella nascita. Parimenti le nostre storie d’amore sono possibili solo quando uno sa mettere la fiducia in un altro, in un’altra e da questi riceverla. La fiducia è la realtà che rende possibile il vivere e il vivere in relazione: nell’amicizia, nell’amore, nel rapporto maestro-discepolo, nella relazione medico-paziente... Se una persona non riesce a fidarsi di nessuno, è condannata all’isolamento, imprigionata in una situazione mortifera.
È proprio la fiducia che può creare il legame sociale e generare la comunità: a livello politico la mancanza di fiducia genera una stanchezza nella democrazia e quindi ne mina la credibilità, aprendo lo spazio alla barbarie. Se la fiducia oggi difetta lo si deve in particolare a un triplice disincanto, sul piano economico, politico e identitario. Il senso del vivere insieme è compromesso dalla logica del mercato che privilegia l’interesse particolare e nega l’istanza di solidarietà; la vita politica offre il triste spettacolo di uno scollamento rispetto ai cittadini e di una autoreferenzialità elettiva che genera diffidenza e inaffidabilità; l’identità collettiva è smarrita e regredisce in un appiattimento su comunanze di tipo tribale.
Dobbiamo allora porci una domanda: come mai siamo precipitati in questa situazione in cui si afferma che è meglio diffidare, diffidare sempre, diffidare di chiunque? Quali sono i fattori che hanno minato la fiducia che si era creata sulle macerie della seconda guerra mondiale? Quella fiducia sociale che ci aveva dato la possibilità di una convivenza capace di assumere un progetto comune e di condividere una speranza?
Tra i fattori decisivi va annoverata l’illegalità crescente che si è espansa come un’epidemia, dalla quale nessun potere e gruppo sociale è restato immune. L’illegalità macroscopica, quasi sempre impunita, ha autorizzato un’illegalità quotidiana e minuta, che sembra rispondere al “così fan tutti”. Questa illegalità ha minato il senso di sicurezza e il bisogno di protezione dei cittadini, immettendo in loro una sfiducia e tentandoli, seducendoli fino a condurli a non darsi pena della collettività, a scambiare l’etica con il “fare i moralisti”, a lasciar correre... Insieme ai fattori ricordati di autoreferenzialità e di mancanza di senso del bene comune e del servizio alla polis, l’illegalità ha reso inaffidabili molti soggetti politici e le stesse istituzioni di rappresentanza democratica. I cittadini si sentono sempre più lontani dalla politica e finiscono per non partecipare più all’edificazione della polis che sembra invece sequestrata dai partiti, da forze o gruppi di potere sovente nascosti e dunque viene valutata come non possibile, ormai preda dei corrotti.
Qualcuno sostiene che viviamo già nell’epoca della post-democrazia e, a causa di questa debolezza della politica, si affermano il populismo, il sorgere del “salvatore” di turno, la smobilitazione dei corpi sociali, il conformismo e la degradazione dell’etica incapace di competere con illusioni che catturano le masse. La consapevolezza di essere cittadini di una polis comune ha ceduto il passo alla rassegnazione di essere consumatori in un mercato dopato, in cui la libera concorrenza è divenuta corsa alla sopraffazione, al dominio del più forte o del più furbo. E in questo precipitare della qualità della convivenza politica, vanno in frantumi e sono calpestate la solidarietà, l’attenzione ai deboli e alle vittime della storia.
Così i cittadini-consumatori continuano a credere ad annunci e promesse dei soggetti politici, nonostante non se ne vedano le condizioni e tanto meno i segnali di attuazione. Paure e illusioni sono fabbricate un giorno, esasperate quello successivo e dimenticate o mutate il giorno dopo ancora. Le persone sono sempre meno capaci di critica, il dibattito ragionato viene considerato una perdita di tempo e sostituito da urla tra sordi, l’incalzare di sondaggi di ogni tipo e qualità ha rimpiazzato il faticoso delinearsi di una “opinione pubblica”: così si passa d’inganno in inganno, perdendo sempre più il contatto con la realtà. Fino a quando? Sì perché, come ci insegna la storia, a un certo momento sopraggiunge un punto di rottura in cui all’incapacità di indignarsi e di impegnarsi segue la reazione irrazionale di chi si nutre di violenza.
Allora, che fare? Si tratta ora più che mai di rischiare la fiducia a partire dalle nostre relazioni personali, di ribadire la necessità della fiducia come fondamento della vita sociale. “Camminando si apre cammino”, così avendo fiducia si fa crescere la fiducia. I dati dell’inchiesta commentata da Diamanti dovrebbero suonare per tutti come un allarme: l’assuefazione alla sfiducia nelle istituzioni, negli altri, nel futuro non fa che asfaltare la strada alla barbarie e alla violenza. Sta a noi aprire un percorso diverso, resistendo, mettendo fiducia in noi stessi, esercitandoci con convinzione ad avere fiducia negli altri e a non tradire la loro, a partire da chi ci sta accanto. Il primo passo per amare gli altri come se stessi consiste proprio nell’avere fiducia negli altri almeno come in se stessi. La fiducia va cercata alla sorgente: nelle modalità dei nostri rapporti con noi stessi, con gli altri, con il futuro, con la storia, con il fatto stesso di vivere. Sì, la fiducia nella vita è ancora possibile, è un dovere e una promessa di cui siamo debitori verso gli altri e verso noi stessi.
di Enzo Bianchi, La Repubblica, 2 gennaio 2015

sabato 9 agosto 2014

964 - IL NOSTRO SILENZIO COLPEVOLE

“Qui a Qaraqosh la gente ha tanta paura: se i fondamentalisti entrano qui sarà un caos, una tragedia gravissima”. Così ci scriveva il 21 luglio Wisam, monaco iracheno che è stato più volte ospite della nostra Comunità a Bose assieme ai suoi due confratelli.
L’ultimo messaggio che ci ha mandato era datato 2 agosto e conteneva gli auguri per la festa della Trasfigurazione: “speriamo sia anche la Trasfigurazione dell’Iraq che sta soffrendo tanto”.
In queste ore anche Wisam e i suoi fratelli sono tra le decine di migliaia di profughi cristiani in fuga verso un luogo che non c’è. La vicenda di questa piccola comunità monastica è emblematica della tragedia che stanno vivendo i cristiani in quelle terre: nel 2005 l’auto su cui due di loro, allora studenti universitari di Baghdad, stavano viaggiando per andare a una cerimonia nuziale era stata colpita da un proiettile sparato da un autoblindo americano. Uno di loro era morto, l’altro sarebbe uscito dal coma dopo alcuni mesi: da allora si muove con due gambe artificiali e non oso immaginarlo oggi in fuga precipitosa. Da Baghdad si erano poi spostati nella piana di Ninive, dove sembrava che i cristiani potessero trovare maggiore protezione: lì conducevano la loro vita monastica alternando la preghiera notturna con il lavoro di manutenzione delle strade e di raccolta di detriti e rifiuti per sostentarsi e aiutare le persone ancora più in difficoltà di loro.
Tutto questo fino a ieri. Poi anche loro devono essere finiti inghiottiti nel fiume di sofferenze che sta travolgendo i cristiani di quella regione martoriata.
Papa Francesco, e con lui vescovi e patriarchi di quelle terre, non perdono occasione per richiamare, esortare, ammonire, invocare gesti e azioni degne dell’essere umano: ma la situazione non fa che peggiorare.
Gli organismi internazionali sono paralizzati, la politica estera europea è inesistente, il parlamento italiano è impegnato a oltranza a riformare se stesso, le urgenze di ciascuno di noi sono altre, dalla crisi economica e occupazionale all’organizzazione delle “meritate” ferie... e così decine di migliaia di persone abbandonano le loro case senza prendere nulla con sé, a centinaia sono uccisi, i più deboli – anziani, malati, bambini – muoiono per le insostenibili fatiche di un viaggio senza speranza.
I cristiani sono le prime vittime di queste atrocità e il loro perseverare nella fede dei padri è motivo di ostracismo e condanna, ma assieme a loro vengono colpiti anche i loro vicini musulmani.
Tornano qui alla mente le parole del testamento di fratel Christian, rapito e ucciso con i suoi fratelli in Algeria: “Sarebbe un prezzo troppo caro, per quella che, forse, chiameranno la “grazia del martirio”, il doverla a un algerino, chiunque egli sia, soprattutto se dice di agire in fedeltà a ciò che crede essere l'islam. So il disprezzo con il quale si è arrivati a circondare gli algerini globalmente presi. So anche le caricature dell'islam che un certo islamismo incoraggia. E' troppo facile mettersi a posto la coscienza identificando questa via religiosa con gli integralismi dei suoi estremisti”. Sono parole che ho avuto modo di sentire applicare da Wisam alla situazione irachena e ai musulmani della sua terra e che, a nome loro, sento di dover riaffermare ancora oggi.
Certo, lo scoraggiamento, il senso di impotenza, l’istinto di rimozione per vincere l’angoscia, l’impossibilità ad assumere sulle nostre spalle tutte le miserie del mondo ci frenano, ma cosa deve ancora succedere perché le nostre coscienze siano scosse e chi ne ha il potere faccia qualcosa per fermare il massacro? La storia ci chiederà conto di questa catastrofe umanitaria che non riusciamo o non vogliamo impedire.
Perché in Iraq come in Siria non è a rischio solo la sopravvivenza di una comunità cristiana presente nella regione fin dai primissimi secoli: è a rischio l’umanità intesa come capacità di sentirsi ed essere responsabili del proprio simile; è a rischio quella dote umana di esprimere sentimenti e istanze morali che chiamiamo cultura; è a rischio il patrimonio etico della convivenza, del dialogo, del confronto per fronteggiare insieme il duro mestiere del vivere; è a rischio il rapporto stesso con il creato.
Nella tragedia irachena è in gioco la nostra risposta al lancinante interrogativo posto da Primo Levi settant’anni fa: chiediamoci “se questo è un uomo”, se siamo esseri umani noi che ci abituiamo a seguire queste vicende protetti da uno schermo, sempre pronti a cambiare canale, se sono degni dell’autorità e del potere loro conferito quanti chiudono gli occhi e pensano ad altro o, peggio ancora, si ingegnano a trovare opportunità di guadagno nelle catastrofi che si abbattono sugli altri.
Chiediamoci che crescita economica è quella alimentata dai mercanti d’armi e dai profittatori di ogni risma; che diplomazia è quella che si preoccupa solo di equilibrismi, di non ingerenza, di rispetto di zone di influenza; che politica è quella che ha perso il senso della polis e del mondo come spazio comune.
Se non ora, quando ci decideremo a lavorare con risoluta pazienza per un disarmo delle menti, dei cuori, delle braccia? Quando ci ricorderemo che chi ha pronunciato la terribile frase “sono forse il custode di mio fratello?” era in realtà il suo assassino?
Enzo Bianchi,
La Stampa, 8 agosto 2014

martedì 22 dicembre 2009

188 - UN LIBRO PER NATALE: LE SFIDE DEL TERZO MILLENNIO

E’ uscito il nuovo libro del cardinale Carlo Maria Martini e di fratel Enzo Bianchi, pubblicato dall’editrice “In dialogo di Milano”. «Le sfide del terzo millennio. Giovani alle prese con il mondo che cambia». Il testo raccoglie due scritti inediti e preziosi, quasi una conversazione a distanza fra i due autori, che si rivolgono direttamente ai giovani d’oggi, per scoprire con loro la strada della felicità di una vita piena e ricca di relazioni positive con gli altri, nella città e nella Chiesa.

Domande impegnative stanno alla base delle riflessioni di Martini e Bianchi: chi è e come vive un giovane che vuole dirsi «cristiano», oggi, in un mondo che cambia e che sembra travolgere nella sua frenesia tante facili certezze? E ancora: dov’è la differenza che mostriamo in quanto cristiani rispetto alla vita del mondo? Perché una «differenza cristiana» deve pur esserci e deve essere qualcosa di visibile, deve avere a che fare con il nostro comportamento, deve essere un comportamento «altro», non «mondano». La risposta ai due grandi maestri della fede: il cardinal Martini, per tanti anni alla guida della Chiesa di Milano, fine biblista e conoscitore dell’animo umano e padre Bianchi, monaco, priore del Monastero di Bose, uno dei «profeti» più ascoltati nel nostro tempo.

Martini: «Seminare speranza»: «Occorre seminare speranza e la prima qualità che si richiede è di vivere l’amicizia per la città e per coloro che la abitano. Bisogna giocarsi per la città, bisogna amarla evangelicamente, amare le persone come sono, amare quelli che giungono dal di fuori e quelli che incutono più paura, che non sappiamo come avvicinare. La vostra vocazione è quella di creare piazze di incontro, luoghi nei quali si possono scambiare le opinioni, i pensieri, le intenzioni, i desideri e cercare insieme ciò che maggiormente giova al bene comune della città.»

Bianchi: «La tentazione della noia»: «Un cristiano giovane deve imparare a lottare contro la dissipazione, l’agitazione, che poi sovente ha come terribile risvolto la tentazione della noia. Questa è una delle lotte più grandi. Si tratta, nella vostra vita, di imparare a sottrarre del tempo per voi, da dedicare alla cura di ciascuno di voi, uno spazio di silenzio, uno spazio di solitudine. Voi dovete imparare a trovare del tempo nella giornata per pensare, perché, alla vostra età, è più importante pensare che pregare. Perché chi pensa ed è credente, dalla fede è indotto a pregare.»