Parrocchia S. Gerolamo Emiliani di Milano - Blog

Il Blog "Insieme per..." vuole proporre spunti di riflessione e di condivisione per costruire insieme e fare crescere la comunità della parrocchia di San Gerolamo Emiliani di Milano, contribuendo alla diffusione del messaggio evangelico.
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venerdì 17 aprile 2015

1071 - III DOMENICA DI PASQUA

Il Vangelo di Giovanni (14,1-11) è chiaro e straordinario nelle sue promesse: «Il Padre mio, che me le ha date (le pecore), è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».
Seguiamo lo straordinario “percorso delle pecore”. Gesù dice che le pecore (cioè ciascuno di noi) sono sue, perché le ha comperate pagandole con il suo sangue. La Pasqua di Gesù ha segnato in modo radicale e irreversibile il nostro destino: siamo di Gesù. Egli, tuttavia, ci vuole liberi per poterlo amare. Ma la libertà non può cambiare quello che siamo diventati: gli apparteniamo a prescindere da ciò che facciamo. Mi servo di un esempio per essere chiaro: un figlio resta sempre figlio anche se scappa da casa o anche quando non riconosce i genitori; così io sono di Gesù solo per grazia (cioè per sua decisione irrevocabile) e non per quello che faccio; anche se dovessi ribellarmi con il peccato io sono sempre di Gesù: egli non mi lascerà mai perché gli appartengo. Se Gesù si dimenticasse di me, non sarebbe più Gesù ed io non sarei più io. Questo è il motivo per cui la fede non è uno “scherzo”, ma dice cos’è diventata la mia vita da quando Gesù mi ha comperato. Belle e straordinarie parole: «Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano».
Una domanda affiora: Gesù ci ha comperati con il suo sangue, ma da chi ci ha acquistati? Ecco la risposta: «Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola». Gesù ci ha “comperati” dal Padre. L’umanità di Gesù, dalla quale ognuno di noi ha preso la propria, era nelle mani del Padre creatore fin dall’inizio; così Gesù per “acquistarmi col sangue” ha dovuto chiedere al Padre la mia umanità. Dio, all’inizio, ha creato l’umanità per farne dono al Verbo che, incarnato, è divenuto Gesù, uomo-Dio; per questo la sua passione, morte e risurrezione è “il prezzo giusto” per la nostra salvezza: nessun essere umano andrà perduto perché né Satana, né la morte (di cui è Signore) possono fermare il disegno misericordioso del Padre.
Ma c’è un terzo passaggio: Gesù restituisce al Padre quello che il Padre gli ha “venduto”. Se non suonasse superficiale potremmo dire che questo è il gioco divertente che il Padre e il Figlio fanno dall’eternità. «Il Padre mio è più grande di tutti e nessuno può strapparle ( le pecore, cioè ciascuno di noi) dalla mano del Padre». è il vortice della vita soprannaturale: siamo nelle mani di Gesù e, un attimo dopo, siamo nelle mani del Padre e questo… all’infinito. Solo la preghiera può farci entrare in questo “gioco”; Dio prega il Figlio perché gli consegni “i figli”, ed è il Figlio che invoca il Padre perché gli restituisca i “suoi”.
Può essere che questo linguaggio inusuale appaia poco chiaro; in realtà manca ancora il terzo protagonista del “gioco” e cioè lo Spirito Santo. Lo stiamo aspettando: quando arriverà, tutto sarà più chiaro perché ci spiegherà che questo “gioco” si chiama Amore e Grazia.
Don Luigi Galli

sabato 17 maggio 2014

935 - 5 DOMENICA DI PASQUA

Per comprendere il Vangelo di oggi (Giovanni 14,21-24) dobbiamo tenere conto della prima lettura, tratta dal capitolo 10 degli Atti degli apostoli, ove si narra il Battesimo del centurione Cornelio da parte di Pietro. Cornelio era un romano e un soldato: dunque, ciò che di meno amabile poteva esserci per un ebreo del tempo di Gesù. Cornelio apparteneva al popolo che aveva sottomesso gli ebrei e si faceva pagare pesanti tasse; i soldati, come Cornelio, spesso erano prepotenti con la povera gente e avevano diritto di saccheggio e di farsi mantenere dalla popolazione già povera.
Inoltre i romani erano idolatri, credevano in divinità così diverse e lontane dal volto purissimo del Dio degli ebrei: Giove e compagni erano corrotti e prepotenti quanto gli essere umani, mentre il Dio di Israele si presentava come un padre amorevole, come uno sposo innamorato, come colui che a ogni essere umano dice: «Tu sei prezioso per me e io ti amo» (Isaia 43,4). D’altra parte Cornelio era buono, onesto, rispettoso. Credeva nel Dio degli ebrei e leggeva con amore la Bibbia e praticava in casa e tra i suoi familiari i comandi del Signore. Gli stessi ebrei lo stimavano, ma non avrebbero potuto ammetterlo nel popolo eletto, perché non era circonciso: forse solo suo figlio sarebbe stato annoverato tra gli eletti per i meriti di Cornelio, che era anche umile e aveva accettato questa esclusione.
A lui bastava credere in quel Dio che aveva scoperto come l’unico e vero Dio. Anche Pietro aveva faticato a capire cosa fare e aveva detto: «Sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia». Sto rendendomi conto! Non era del tutto convinto, forse, ma allora ricordò le parole che ci propone oggi il Vangelo. Le aveva dette Gesù nell’Ultima cena ai suoi apostoli, a Pietro che gli era vicino. Gesù per sette volte aveva usato il verbo “amare”, per far capire come riconoscere chi veramente lo amava: «Chi mi ama, osserva i miei comandamenti e mette in pratica la mia parola». E per dare forza alle sue parole aveva usato il modo semitico di dire una frase e il suo contrario: «Chi mi ama osserva; chi non osserva la mia parola, non mi ama».
Dunque, la fede vera è fatta di amore e non di timore; è fatta di comunione e non di esclusione: nessuno è escluso dall’amore di Dio (neppure chi come Cornelio può sembrare un nemico e un peccatore) se cerca di fare la sua volontà, se ascolta la sua Parola e cerca di metterla in pratica ogni giorno. Chi fa così è “amato da Dio”: questo concetto è ripetuto due volte da Gesù: «Chi mi ama, sarà amato dal Padre mio». Pietro ha capito a fatica che non è la razza che ci fa figli di Dio, ma l’amarlo, il fare la sua volontà, il mettere in pratica i suoi comandamenti, che poi sono uno solo: «Ama il tuo Dio e ama il tuo prossimo e fallo con tutto te stesso». D’altra parte l’amore non conosce compromessi.
Non si ama a metà, non si può fare la volontà di Dio a metà: non si può vivere da cristiani del «sì, ma non esageriamo!». Sant’Ambrogio ripeteva spesso: «Tu sei tutto per me!». In questo modo ha cambiato il mondo. Possiamo farlo anche noi.
Mons. Ennio Apeciti

sabato 25 maggio 2013

813 - DOMENICA DELLA SANTA TRINITA'

Il brano di Giovanni 14,21-26 riporta alcune promesse fatte da Gesù ai suoi, nel Cenacolo, prima di consegnarsi volontariamente alla morte. Al v. 21 promette, a chi lo ama, ossia a chi accoglie e osserva i suoi comandamenti, di essere, a sua volta, amato da Dio, il Padre, e da lui stesso, da Gesù che si rivelerà nella sua più piena identità di Figlio. A Giuda, quello di Giacomo, che gli chiede perché non intende manifestarsi al mondo (v. 22), egli risponde ritornando sulla necessità di osservare la sua parola per essere amati dal Padre e godere della simultanea presenza del Padre e del Figlio (v. 23). Al contrario, chi non ama Gesù, non è in grado di mettere in pratica la parola che egli trasmette e che è del Padre (v. 24). I vv. 25-26, infine, riportano la promessa dell’invio dello Spirito Santo da parte del Padre sui discepoli una volta che Gesù, compiuta la sua pasqua, ritorna a Dio da cui è venuto. Il compito dello Spirito sarà quello di insegnare ossia di interiorizzare nell’animo dei credenti la parola del Signore e di farla rivivere nella comunità dei credenti.
Il Tempo “dopo Pentecoste” che accompagna il cammino della Chiesa fino alla ripresa di un nuovo anno liturgico, è destinato a far comprendere alla Chiesa come nello Spirito, effuso quale dono supremo della Pasqua, le è dato accedere alla persona del suo Signore e Salvatore Crocifisso e Risorto e, quindi, alla salvezza.
Una salvezza, quella offerta e data in Cristo, che procede da un disegno per noi inaccessibile, ideato nel seno della Trinità d’amore e che consiste nella redenzione del mondo dal suo terribile naufragio dovuto al peccato e dal conseguente suo assoggettamento al potere delle tenebre. Di questo disegno è venuto a parlarci lo stesso Verbo di Dio divenuto uno di noi nel seno di Maria, nato come uomo a Betlemme e che ha realizzato quel disegno morendo per i nostri peccati e risorgendo dai morti per aprire anche a noi la via verso la Vita, quella stessa di Dio!
In questa domenica, pertanto, le Scritture che ci permettono di udire la Parola vivente di Dio, guidano i nostri animi a penetrare nell’insondabile mistero della Vita divina che si rivelò, per la prima volta ad Abramo, nei tre misteriosi personaggi che si presentano alla sua tenda «nell’ora più calda del giorno» (Lettura: Genesi 18,1) e ai quali, per impulso divino, si rivolge come ad una sola persona: «Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo» (v. 3). Cosa, questa, riscontrabile anche nella promessa dei tre uomini fatta, però, in prima persona: «Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio» (v. 10).
Toccherà però al Verbo di Dio divenuto uomo portarci la pienezza della rivelazione: parlandoci di Dio come del Padre e dicendo di essere il suo Unico Figlio che è stato mandato nel mondo perché gli uomini che crederanno in lui diventino a loro volta figli!
È ciò che Gesù afferma a proposito di colui che, avendo accolto la sua Parola, la osserva, ossia la vive come segno concreto del suo amore per lui. Questi «sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui» (Vangelo: Giovanni 14,21) ovvero, con parole ancora più esplicite: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (v. 23).
L’incredibile esperienza che il Signore prospetta a quanti lo amano è dunque quella di sperimentare, fin da ora, la comunione di vita con il Padre e il Figlio e, dunque, con la “vita divina”. Chi può comprendere tutte queste cose umanamente impensabili e di per sé inaccessibili alla nostra mente?
Del resto l’Apostolo avverte che non siamo in grado nemmeno di dire: «Gesù è Signore!» (Epistola: 1 Corinzi 12,3), ossia di avere nel cuore e, dunque, sulle labbra la professione di fede in Gesù, «se non sotto l’azione dello Spirito Santo» (v. 3) ovvero se non viene raggiunti da un’illuminazione dall’Alto.
Sarà perciò l’irrompere dello Spirito Santo che il Padre manda come guida, consolatore e difensore dei credenti a “insegnare” le cose grandi che ci riguardano e che Gesù, in persona, ci ha rivelato (cfr. Giovanni 14,26). È lo Spirito Santo, perciò, a guidarci nell’adesione di fede e di amore a Gesù e dunque a immetterci nella comunione con la Vita divina, la vita delle Tre Divine Persone, un solo Dio!
È ciò che ci fa autorevolmente dire l’orazione All’Inizio dell’assemblea Liturgica: «Dio Padre, che mandando agli uomini la Parola di Verità e lo Spirito di santificazione ci hai rivelato il tuo mistero mirabile, donaci di confessare la vera fede e di riconoscere la gloria della trinità eterna, adorando l’unità nella maestà divina».
A.Fusi

venerdì 21 maggio 2010

317 - DOMENICA DI PENTECOSTE

“Lo Spirito della verità … sarà in voi”: nella pienezza della gioia pasquale, sono ancora le parole di Gesù, quelle più solenni, a illuminare il nostro cammino. Il dono dello Spirito Santo, “effusione ardente” d’amore che unisce il Padre e il Figlio, è il principio e fondamento di unità per i discepoli di ogni tempo, chiamati ad essere testimoni del Signore. Resi partecipi dell’amore di Gesù, viviamo della sua stessa promessa e camminiamo in novità di vita verso la gioia del Regno: “Quando mostrerò la mia santità in voi, dice il Signore, vi radunerò tra le genti e vi darò un cuore nuovo”.

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Lettura Atti 2,1-11: Lo Spirito Santo, dice la tradizione ortodossa, è l’estasi di Dio. Nello Spirito, Dio esce da sé e si comunica, creando comunione, là dove viene accolto. Il dono delle lingue è segno di una comunione che consente l’incontro nel rispetto delle differenze.

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Salmo 103: Del tuo Spirito,Signore, è piena la terra.

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Epistola 1Corinti 12,1-11: Molti sono i frutti dello Spirito in noi: la fede che ci fa confessare Gesù Signore; carismi e ministeri particolari nella vita della chiesa. Ma in modo più fondamentale, dono dello Spirito Santo è l’unità. Egli fa convergere ogni diversità verso l’utilità comune.

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Vangelo Giovanni 14,15-20: Lo Spirito è l’altro Paraclito, il testimone a favore, dopo Gesù, primo Paraclito. Egli custodisce la nostra vita, non perché si sostituisce a Gesù nella sua assenza, ma perché ci dona di riconoscere i segni della sua presenza tra noi.