Parrocchia S. Gerolamo Emiliani di Milano - Blog

Il Blog "Insieme per..." vuole proporre spunti di riflessione e di condivisione per costruire insieme e fare crescere la comunità della parrocchia di San Gerolamo Emiliani di Milano, contribuendo alla diffusione del messaggio evangelico.

mercoledì 29 ottobre 2014

988 - APOSTOLATO DELLA PREGHIERA - NOVEMBRE 2014

Intenzione generale : "Perché le persone che soffrono la solitudine sperimentino la vicinanza di Dio, e il sostegno dei fratelli".

Intenzione missionaria: "Perché i giovani Seminaristi, Religiosi e Religiose abbiano formatori saggi, e ben preparati".

Intenzione dei Vescovi: "Perché l’uomo riscopra la sacralità della vita, in un mondo che esalta l’avere e l’apparire, piuttosto che l’essere".

giovedì 23 ottobre 2014

987 - GIORNATA MISSIONARIA MONDIALE 2014


986 - PERIFERIE CUORE DELLA MISSIONE

La parola “periferie” ricorre frequentemente nel magistero di papa Francesco, che si è presentato come ”venuto dalla fine del mondo” e che ci spinge continuamente a “uscire”, a creare nelle comunità le condizioni per favorire l’”inclusione”. Lui stesso non poteva che richiamare tutta la Chiesa a raggiungere le “periferie esistenziali”: dimenticati, esclusi, stranieri, umanità insomma ai “margini” della nostra vita (ma possiamo considerarci “noi” centro?). Nel tema della prossima giornata missionaria mondiale è contenuta una duplice “provocazione” per le nostre Chiese locali: accogliere l’invito a uscire dal nostro modo di pensare e vivere, per essere Chiesa attratta dai “lontani della terra”, per riscoprire il “cuore” della missionarietà, che è la gioia sperimentata dal missionario mentre evangelizza, sapendo che annunciando Gesù, tutti sono arricchiti e resi testimoni della gioia del Vangelo (= lieta notizia).
Soffermiamoci sul termine “periferia” per assimilare quale stile viene richiamato con questo tema: la periferia è il cuore della missione della Chiesa, è il cuore di ciò che vibra, ciò che raccoglie i desideri e le scelte dell’uomo, infatti chi pone il suo cuore nelle periferie è uno che esce continuamente dalle sue sicurezze e s’incammina verso l’altro che vive lontano da sé… Dio ci spinge a uscire da noi stessi per incontrare, nel volto dei fratelli, il suo stesso volto: “Ciò che avete fatto a uno di questi piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40). Dio s’identifica coi miei fratelli… il cuore paterno di Dio vuole abitare tra gli ultimi…
Andare / Uscire verso gli ultimi (poveri e peccatori) per i cristiani non vuol dire solo andare verso i fratelli e le sorelle, ma scoprire che Dio è già qui, Lui accanto all’umanità. Se le “periferie” sono il “luogo” dove si converte la Chiesa, andare verso le periferie (e abitarvi da poveri in mezzo ai poveri) significa far risuonare l’annuncio del Regno che libera dall’attaccamento disordinato nei confronti delle ricchezze…
Nella settimana di formazione di Assisi, a fine agosto 2013, meditando il passo di Atti 3,4, è stato fatto notare che la guarigione dello storpio presso la porta del Tempio, è una immagine chiara del dinamismo che qui vogliamo illustrare: Gesù ordina all’uomo storpio: “Alzati, mettiti nel mezzo” (la periferia diventa il centro della scena, mentre Gesù si colloca in secondo piano); Gesù vuole che tutti guardino con benevolenza e con misericordia quell’uomo, perché in modo fraterno si comprenda che la malattia lo ha “spinto fuori”, lo ha costretto a vivere ai margini… Potrebbe sembrare in controtendenza questo tema rispetto al titolo del prossimo Convegno Missionario Nazionale di Sacrofano: “Alzati e va’ a Ninive, la grande città”.
In realtà il suggerimento è quello di vedere nella “grande città” e nella vita della “gente di Ninive” le periferie, o comunque un luogo di molteplici povertà materiali e spirituali, dove moltissimi uomini e donne “non sanno distinguere la destra dalla sinistra”. Al numero 127 dell’Evangelii Gaudium, papa Francesco scrive, parlando della predicazione (e Giona si è dimostrato profeta efficace verso quelli di Ninive): “C’è una forma di predicazione che compete a tutti noi come impegno quotidiano. Si tratta di portare il Vangelo alle persone con cui ciascuno ha a che fare, tanto ai vicini quanto agli sconosciuti. E’ la predicazione informale che si può realizzare durante una conversazione ed è anche quella che attua un missionario quando visita una casa…” L’esortazione apostolica “Evangelii Gaudium” (traducibile sia in “la gioia del vangelo” ma anche “la gioia di evangelizzare”) ci guiderà sicuramente neIl’itinerario di questi anni, ed i sussidi che vengono proposti da Missio, contribuiranno a sviluppare ciò che la preghiera preparata per la Giornata Missionaria Mondiale, contiene come enunciato: Il Signore ci aiuti a uscire dalle nostre certezze per incontrare chi sembra “lontano”; lo Spirito ci richiami a essere Luce del mondo alla periferia di ogni uomo, dove le tenebre impediscono ai nostri fratelli di essere pienamente uomini; il Padre ci renda misericordiosi e, commuovendoci per i fratelli più poveri, ci renda Dono per tutti.
Fondazione Missio

domenica 19 ottobre 2014

985 - PAOLO VI - LA GIOIA CRISTIANA

Il XX secolo ha un record di papi riconosciuti santi dalla Chiesa o di cui è in corso il processo di beatificazione, tanto che l’espressione “santo padre” sembra istituire un nesso quasi necessario tra l’esercizio del pontificato e la personale esperienza di santità. Ma si è santi per come si vive prima che per il ruolo di responsabilità che si esercita, per cui è essenziale entrare nella loro vita per impararne la profondità di dedizione totale a Dio, come nel caso della beatificazione di Paolo VI che non è figura circondata dalla popolarità di cui godono san Giovanni XXIII e san Giovanni Paolo II. Eppure la storia dimostra che egli è stato forse il più grande e significativo Papa del’900 poiché senza di lui la Chiesa non avrebbe fatto i grandi passi di rinnovamento legati soprattutto al Concilio, ma ciò è stato possibile grazie alla sua umanità spesa nell’intelligente e magnanimo servizio alla Chiesa dapprima nella diplomazia vaticana con Pio XII, poi da arcivescovo di Milano ed infine da papa.
Bisogna però sfatare alcuni luoghi comuni: papa Montini non era affatto il tipo dubbioso ed incerto, tormentato tra un’apertura eccessivamente progressista e una difesa acritica della tradizione; era piuttosto un cristiano a tutto tondo, realmente cattolico nell’apertura alla Verità tutta intera di cui voleva valorizzare ogni sfumatura. Tenendo ben ferma la barra del timone della barca di Pietro, fu fedele al mandato di custodire il deposito della fede non come sua proprietà, ma come dono ricevuto perché il Credo del popolo di Dio permanesse nel tempo. Il cuore della sua santità risiede proprio qui, nell’amare il primato di Dio nella vita per essere in grado di accogliere ed ascoltare tutto l’umano. Lo aveva imparato nel lavoro apparentemente formale svolto presso la Segreteria di Stato, lo aveva posto come programma del suo episcopato milanese, era pronto a realizzarlo compiutamente nello stile petrino che ha inaugurato.
Eletto Papa nel 1963, la prima decisione fu di continuare il Concilio e di dargli pieno compimento incrementando la comunione tra i vescovi con lo strumento del Sinodo e con la riforma della Curia romana, rilanciando l’evangelizzazione, affrontando gli enormi problemi di un mondo che stava rapidamente mutando. Con grande intelligenza ed acuta sensibilità culturale si è messo in ascolto delle istanze della modernità per coglierne gli aspetti autentici alla luce del Vangelo, senza timore di rendersi impopolare nella difesa dell’insegnamento morale della Chiesa (ricordiamo l’Humanae Vitae) o di difendere i diritti dei più poveri con l’insegnamento sociale della Populorum Progressio.
Ma nella straordinaria ampiezza del suo pontificato è importante ricordare soprattutto il suo essere uomo del dialogo con la modernità, guida di una nuova evangelizzazione, testimone della gioia cristiana.
Inaugura il metodo del dialogo con la prima enciclica programmatica del 1964 Ecclesiam Suam in cui a cerchi concentrici mostra come il dialogo dentro la Chiesa, tra le diverse confessioni e religioni deve raggiungere l’intera umanità, senza superba pretesa di una superiorità ma per la coscienza del carattere inclusivo che la fede ha di valorizzare ogni frammento di verità e di intercettare le giuste domande della modernità, parlando anche a quelle che papa Francesco chiamerebbe le periferie dell’umano. Da questa apertura del cuore e della mente nasce la forza dell’evangelizzazione che Paolo VI ha vissuto, in obbedienza al nome prescelto, come missione a tutte le genti inaugurando la prassi dei viaggi intercontinentali divenuti normali per i suoi successori. Ancor oggi Papa Bergoglio cita la Evangelii Nuntiandi del 1974 come uno dei testi esemplari per orientare una “Chiesa in uscita”.
Ma forse ciò che stupisce di più della sua personalità cristiana è la limpida testimonianza che ha saputo offrire della gioia cristiana cui, unico tra i papi, ha dedicato nel 1975 uno specifico documento, l’esortazione apostolica Gaudete in Domino. Solo un santo poteva scrivere un documento sulla gioia in un momento storico così travagliato e difficile, al termine di un Anno Santo che non aveva raccolto i frutti sperati. Ma la gioia vera non nasce dal successo mondano, bensì da Cristo che Montini aveva imparato ad amare sin da giovanissimo, l’Unico capace di trasfigurare l’esistenza sino alla morte avvenuta per lui proprio nel giorno dedicato alla Trasfigurazione del Signore del 1978.
La sintesi di questo pontificato sta proprio nella profonda religiosità di Montini, vissuta come cifra di ogni suo impegno e valorizzata nel naturale senso religioso di cui aveva scritto nel 1957 in una lettera pastorale per la grande missione cittadina di Milano. Ma prima ancora di questa finezza d’animo, in lui ha sempre prevalso la certezza che essere cristiani è bello, che Dio ha creato una bellezza che permea la scena drammatica di questo mondo e che rende ragionevole obbedire all’imperativo paolino “siate lieti nel Signore”.
Ora Paolo VI è riconosciuto beato e speriamo di poterlo annoverare presto tra i santi, nonostante le incomprensioni sofferte in vita, smentite dall’applauso scrosciante tributatogli il giorno del suo funerale, quando la sua povera bara di legno uscì da Piazza San Pietro accompagnata dalla commossa platea dell’umanità che aveva tanto amato
Giampaolo Cottini - 17/10/2014

sabato 18 ottobre 2014

984 - DEDICAZIONE DELLA CATTEDRALE


Duomo di Milano
Oggi la Chiesa ambrosiana ricorda la Dedicazione del Duomo, «la chiesa madre di tutti i fedeli ambrosiani». Per questo ci presenta Gesù che entra nel tempio, quasi a creare un rapporto tra quel tempio e il nostro, il Duomo. Il brano del Vangelo secondo Matteo (21, 10-17), dopo aver precisato il contesto, scandisce il brano con due citazioni bibliche.
Siamo a Gerusalemme, che è tutta «in agitazione» per l’arrivo di Gesù, che entra in città, acclamato come «colui che viene nel nome del Signore» al canto degli Osanna dei discepoli, ma anche della folla, che pare cantare a due cori. «La gente», dice Matteo, da una parte chiede chi sia «costui»; altra gente (l’altro coro) risponde: «È il profeta Gesù». Certo, potremmo pensare che la domanda della folla sia dubbiosa: «Ma chi è?». Nessuno lo conosce ancora e la risposta richiama il giudizio severo di Natanaele, ripreso da Giovanni: «Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?» (Giovanni 1,46).
Quasi a rispondere a queste domande Gesù entra nel tempio e ne scaccia i mercanti e i cambiavalute, che avevano avuto il permesso dei sacerdoti e pensavano di non fare nulla di male; anzi, credevano di fare una cosa buona, offrendo le colombe ai pellegrini e cambiando il loro denaro con le monete sacre del tempio, così che potessero fare un’offerta degna a Dio, e ai suoi sacerdoti.
Ed è questo il loro errore: si sono fatti “garanti” di ciò che Dio desidera e l’hanno “separato” dal mondo, facendo “monete speciali” per Dio! Gesù stesso spiega il suo gesto, citando insieme Isaia (56,7) e Geremia (7,11), che si completano a vicenda. Isaia canta il sogno di Dio: «Condurrò sul monte santo tutti i popoli e li colmerò di gioia nella mia casa». Il desiderio di Dio è di accogliere tutti, perché godano del suo amore e vivano secondo la sua alleanza. Geremia, a sua volta, ammoniva quelli che avevano fatto del tempio stesso una «spelonca di ladri», perché onoravano Dio, ma opprimevano lo straniero, l’orfano, la vedova.
Mons. Ennio Apeciti

venerdì 10 ottobre 2014

983 - VII DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI

Di questa pagina ricchissima (Matteo 13,3b-23) possiamo solo balbettare qualcosa sul seminatore, sul seme che siamo noi, sulla citazione di Isaia che Gesù propone ai suoi discepoli. Il seminatore: è sereno, generoso, fiducioso. Semina con largo gesto del braccio e vede bene che alcuni semi vanno sulla strada o sul terreno sassoso o tra le spine, ma non per questo trattiene il braccio o si fa prudente.
Non agisce al minimo né con prudenza: è pieno di speranza. Sa che nessun seme è perduto: nulla della generosità di Dio è perduto! Non vuole rischiare che per troppa prudenza, per non sprecare il seme, ci sia una parte del terreno buono che non riceve il seme. Il seme: la parabola ha un insegnamento fondamentale, quello della “crescita” del seme.
Quali sono le tappe per le quali deve passare il seme – che siamo noi – perché possa produrre il suo frutto prezioso? Occorre metterci “il cuore”, perché su questo si appunta la tentazione del Maligno: viene a rubare «ciò che è stato seminato nel cuore».
La parola di Dio ha bisogno non di un ascolto superficiale o distratto, ma deve scendere nel cuore, nella sede degli affetti profondi e delle scelte della vita.
Il secondo passo è il passaggio dall’entusiasmo del momento alla fedeltà del tempo, perché la fedeltà è la forma matura dell’amore. Come l’innamoramento (in-amore) è un ingresso nell’amore, così nella fede: per provare la vera gioia che non passa dopo i primi momenti di entusiasmo, occorre la perseveranza. 
Ed è questo il terzo passo: perseverare nella fedeltà dell’amore, anche quando la delusione emerge, quando la fatica è grande e la stanchezza pesa sul cuore e sul volto. Chi ama non si arrende. Certo questa scommessa sulla sicura vittoria del perdono e dell’amore non è condivisa da tutti, espone all’incomprensione, emargina da certi ambienti sociali. Per questo Gesù avvisa che occorre superare «la preoccupazione del mondo e l’inganno della ricchezza».
Occorre il coraggio, che Gesù descrive attraverso la citazione del capitolo 6 di Isaia, quello che presenta la vocazione del profeta. Isaia all’inizio si spaventa, si sente indegno della chiamata di Dio, ma sentendo il grido di desiderio di Dio («Chi manderò? Chi andrà per noi?») brucia di entusiasmo: «Eccomi, manda me!». Il mondo ha bisogno di gente entusiasta, che, anche se debole, grida a Dio: «Eccomi, manda me!».
Mons.Ennio Apeciti

giovedì 2 ottobre 2014

982 - PAOLO VI, UN BEATO PER IL NOSTRO TEMPO

L'associazione Amici di "Dai Nostri Quartieri" ha organizzato per venerdì 3 Ottobre alle ore 21 presso la sala del consiglio di zona 3, in Via Sansovino 9 un incontro sul tema:

PAOLO VI, UN BEATO PER IL NOSTRO TEMPO

Una conversazione a 3 voci con Giselda Adornato, consulente storico della Causa di Beatificazione; Alberto Ratti, già presidente nazionale della Federazione Universitaria dei Cattolici Italiani e don Roberto Davanzo, direttore della Caritas Ambrosiana.

Questi tre competenti relatori non faranno un “convegno” con tanti riferimenti, ma ci sveleranno tratti e insegnamenti ben chiari e precisi di Giovanni Battista Montini, Papa Paolo VI e prima Vescovo di Milano, compito nel quale ha promosso la costruzione di ben 5 chiese nella nostra attuale zona 3: S. Ignazio di Loyola, San Leone Magno, San Gerolamo Emiliani, San Vincenzo De’ Paoli e Santo Spirito.

Il legame chiesa-modernità, l’attenzione alla politica che Paolo VI ha definito “la più alta forma di carità” e le questioni sociali affrontate nell’enciclica Populorum Progressio saranno i temi che ci accompagneranno la sera di Venerdì attorno alla figura del prossimo Beato (19 Ottobre a Roma).

Sul sito
www.dainostriquartieri.it è caricato anche il video di Telenova che annuncia questo incontro.

domenica 28 settembre 2014

981 - APOSTOLATO DELLA PREGHIERA OTTOBRE 2014

Intenzione generale
"Perché il Signore conceda pace, alle regioni del mondo più martoriate dalla guerra e dalla violenza".

Intenzione missionaria
"Perché la Giornata Missionaria Mondiale risvegli, in ogni fedele, la passione e lo zelo di portare a tutto il mondo il Vangelo".

Intenzione dei vescovi
"Perché i Cattolici Italiani diano il loro contributo alla crescita della coerenza morale, nella vita pubblica e privata".

sabato 20 settembre 2014

980 - IV DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI

"Il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo": è il cuore della liturgia odierna.Questo pane è Gesù, che ha condiviso la nostra esistenza e si è fatto garante dell'Alleanza definitiva tra Dio e l'uomo.
Il segno del pane richiama il dono totale del Signore: il pane è la stessa vita di Gesù. Come il pane è preparato per essere consumato, diventando nutrimento per colui che ne mangia, così quanti credono in Gesù sono destinati a vivere di Lui: "Io sono il pane della vita; chi viene a le non avrà fame e chi crede in me non avrà sede, mai!".

 Lettura di Isaia 63,19b-64,10
Alla gioia e al canto per il ritorno dall'esilio (dopo il 538 a.C.) subentra la delusione per la fatica della ripresa e lapaura che Dio stesso si sia stancato del suo popolo e l'abbia abbandonato alla sua malvagità. Un segno sembravano le rovine di Gerusalemme e del tempio. Il profeta rinnova la memoria delle opere antiche di Dio, descritte con efficaci immagini, e si appella alla sua paternità. Preghiera bellissima e sempre attuale, ma da arricchiere alla luce di Cristo.
 
Salmo 76: Vieni Signore a salvare il tuo popolo.
 
Epistola agli Ebrei 9,1-12
Ebrei cristiani erano tentati di ritornare alle tradizioni della vecchia legge e ai riti del tempio della Gerusalemme "presente", ossia terrena. Il brano ne richiama sommariamente alcuni; ma ne afferma la scarsa efficacia rispetto all'azione di Gesù: questi, venuto da un mondo celeste ed entrato nel vero santuario di Dio tramite il suo passaggio pasquale, produce una vera redenzione per tutti. Così egli inaugurò il mondo "futuro" e definitivo.
 
Vangelo di Giovanni 6,24-35
La moltiplicazione dei pani sucita interesse nella folla, ma Gesù invita ad andare oltre e a scoprirne il "segno": lui è il vero pane del cielo per una vita eterna. Lui, con la sua "carne" e il suo "sangue", con la sua parola che sazia e disseta più dell'antica divina Torah: questa, pur già nutriente, lasciava ancora "fame e sete" (Sir.24,21).
Pagina illuminante sul rapporto tra Ebraismo e Cristianesimo, tra Mosè e Gesù, anzi tra Gesù e il divino.

mercoledì 17 settembre 2014

979 - LA CHIESA E' MISSIONARIA

Quando professiamo la nostra fede, noi affermiamo che la Chiesa è “cattolica” e “apostolica”. Ma qual è effettivamente il significato di queste parole, di queste due note caratteristiche della Chiesa? E che valore hanno per le comunità cristiane e per ciascuno di noi?
Cattolica significa universale. Una definizione completa e chiara ci è offerta da uno dei Padri della Chiesa, dei primi secoli, san Cirillo di Gerusalemme, quando afferma: «La Chiesa senza dubbio è detta cattolica, cioè universale, per il fatto che è diffusa ovunque dall’uno all’altro dei confini della terra; e perché universalmente e senza defezione insegna tutte le verità che devono giungere a conoscenza degli uomini, sia riguardo alle cose celesti, che alle terrestri».
Un segno evidente della cattolicità della Chiesa è che essa parla tutte le lingue. E questo non è altro che l’effetto della Pentecoste: è lo Spirito Santo, infatti, che ha messo in grado gli Apostoli e la Chiesa intera di far risuonare a tutti, fino ai confini della terra, la Bella Notizia della salvezza e dell’amore di Dio. La Chiesa così è nata cattolica, cioè “sinfonica” fin dalle origini, e non può che essere cattolica, proiettata all’evangelizzazione e all’incontro con tutti. La Parola di Dio oggi si legge in tutte lingue, tutti hanno il Vangelo nella propria lingua per leggerlo e torno sullo stesso, sempre buono prendere con noi un Vangelo piccolo per portarlo in tasca, nella borsa e durante la giornata leggerne un passo, questo ci fa bene. Il Vangelo è diffuso in tutte le lingue perché la Chiesa, l’annunzio di Gesù Cristo Redentore, è in tutto il mondo. Ed è per questo che si dice che la Chiesa è cattolica, perché è universale.
Se la Chiesa è nata cattolica, vuol dire che è nata «in uscita», che è nata missionaria. Se gli Apostoli fossero rimasti nel Cenacolo senza uscire per predicare il Vangelo, la Chiesa sarebbe soltanto la Chiesa di quel popolo, di quella città, di quel Cenacolo. Tutti invece sono usciti per il mondo dal momento della nascita della Chiesa, dal momento che è venuto lo Spirito Santo e per questo la Chiesa è nata in uscita, cioè missionaria. È quello che esprimiamo qualificandola apostolica perché l’Apostolo è quello che porta la Buona Notizia della Resurrezione di Gesù. Questo termine ci ricorda che la Chiesa, sul fondamento degli Apostoli e in continuità con essi – sono gli Apostoli che sono andati e hanno fondato nuove chiese, hanno fatto nuovi vescovi, e così in tutto il mondo in continuità; oggi tutti noi siamo in continuità con quel gruppo di Apostoli che ha ricevuto lo Spirito Santo e poi è andato in uscita a predicare. La Chiesa è inviata a portare a tutti gli uomini l’annuncio del Vangelo, accompagnandolo con i segni della tenerezza e della potenza di Dio. Anche questo deriva dall’evento della Pentecoste: è lo Spirito Santo, infatti, a superare ogni resistenza, a vincere la tentazione di chiudersi in sé stessi, tra pochi eletti, e di considerarsi gli unici destinatari della benedizione di Dio. Se un gruppo di cristiani pensasse di essere un gruppo di eletti, alla fine morirebbe, prima nell’anima e poi nel corpo perché non hanno vita, non sono capaci di generare vita in altra gente, altri popoli, non sono apostolici. Ed è proprio lo Spirito a condurci incontro ai fratelli, anche a quelli più distanti in ogni senso, perché possano condividere con noi l’amore, la pace, la gioia che il Signore Risorto ci ha lasciato in dono.
Che cosa comporta, per le nostre comunità e per ciascuno di noi, far parte di una Chiesa che è cattolica e apostolica? Anzitutto, significa prendersi a cuore la salvezza di tutta l’umanità, non sentirsi indifferenti o estranei di fronte alla sorte di tanti nostri fratelli, ma aperti e solidali verso di loro. Significa inoltre avere il senso della pienezza, della completezza, dell’armonia della vita cristiana, respingendo sempre le posizioni parziali, unilaterali, che ci chiudono in noi stessi.
Far parte della Chiesa apostolica vuol dire essere consapevoli che la nostra fede è ancorata all’annuncio e alla testimonianza degli stessi Apostoli di Gesù; è ancorata là, è una lunga catena che viene da là. E perciò sentirsi sempre inviati, sentirsi mandati, in comunione con i successori degli Apostoli, ad annunciare, con il cuore pieno di gioia, Cristo e il suo amore a tutta l’umanità.
Vorrei ricordare la vita eroica di tanti missionari e missionarie che hanno lasciato la loro patria per andare ad annunciare il Vangelo in altri paesi e in altri continenti. Mi diceva un cardinale brasiliano che lavora abbastanza nell’Amazzonia, che quando lui va in una città dell’Amazzonia, va sempre al cimitero e lì vede le tombe di questi missionari, sacerdoti, fratelli, suore, che sono andati a predicare il Vangelo, apostoli, e lui pensa che tutti quelli potrebbero essere canonizzati subito: hanno lasciato tutto per annunciare Gesù Cristo! Rendiamo grazie al Signore perché la nostra Chiesa ha tanti missionari, ha avuto tanti missionari e ne ha bisogno di più ancora! Ringraziamo il Signore di questo! Fra tanti giovani, ragazzi e ragaze che sono qui, se qualcuno ha la voglia di diventare missionario, vada avanti! È bello questo! Portare il Vangelo di Gesù! Che sia coraggioso e coraggiosa!
Chiediamo allora al Signore di rinnovare in noi il dono del suo Spirito, perché ogni comunità cristiana e ogni battezzato sia espressione della santa madre Chiesa cattolica e apostolica.
papa Francesco, udienza del 17 settembre 2014