Parrocchia S. Gerolamo Emiliani di Milano - Blog

Il Blog "Insieme per..." vuole proporre spunti di riflessione e di condivisione per costruire insieme e fare crescere la comunità della parrocchia di San Gerolamo Emiliani di Milano, contribuendo alla diffusione del messaggio evangelico.

sabato 23 maggio 2015

1076 - LA MIA ULTIMA PENTECOSTE

"Chi sei tu, dolce luce, che mi riempie e rischiara l'oscurità del mio cure? Tu mi guidi come una mano materna e mi lasci libero, così non saprei più fare un passo. Tu sei lo spazio che circonda il mio essere e lo racchiude in sé, da te lasciato cadrebbe nell' abisso del nulla, dal quale tu lo elevi all'essere. Tu, più vicino a me di me stessa e più intimo del mio intimo e tuttavia inafferrabile ed incomprensibile che fai esplodere ogni nome:
Spirito Santo - Amore eterno!

Non sei la dolce manna che dal cuore del Figlio fluisce nel mio, cibo degli angeli e dei santi? Egli, che si levò dalla morte alla vita, ha risvegliato anche me ad una vita nuova dal sonno della morte e mi dà una nuova vita di giorno in giorno, e un giorno la sua pienezza mi sommergerà, vita dalla tua vita - tu stesso:
Spirito Santo - Vita eterna

Sei tu il raggio che guizza giù dal trono del giudice eterno ed irrompe nella notte dell'anima che mai si è conosciuta? Misericordioso ed inesorabile penetra nelle pieghe nascoste. Si spaventa alla vista di se stessa lascia spazio al santo timore, inizio di ogni sapienza, che viene dall'alto e ci àncora con forza nell'alto: alla tua opera, come ci fa nuovi,
Spirito Santo - Raggio Impenetrabile!

Sei tu la pienezza dello Spirito e della forza con cui l'agnello sciolse il sigillo dell'eterno decreto divino? Da te sospinti i messaggeri del giudice cavalcano per il mondo e separano con spada tagliente il regno della luce dal regno della notte. Allora il cielo diventa nuovo e nuova la terra e tutto va al suo giusto posto con il tuo alito.
Spirito Santo - Forza vittoriosa.

Tu sei l'artefice che costruisce il duomo eterno che s'innalza dalla terra al cielo. Da te animate s'innalzano le colonne e restano saldamente fisse. Segnate con il nome eterno di Dio si alzano verso la luce sostenendo la cupola, che chiude il santo duomo coronandolo, la tua opera che trasforma il mondo.
Spirito Santo - Mano creatrice di Dio.

Sei tu colui che creò il chiaro specchio, vicinissimo al trono supremo, come un mare di cristallo, in cui la divinità amando si guarda? Ti chini sulla più bella opera della tua creazione e raggiante ti illumina il tuo proprio splendore, e la pura bellezza di tutti gli esseri, unita nel grazioso aspetto della Vergine, tua immacolata sposa:
Spirito Santo - Creatore dell'universo.

Sei tu il dolce canto dell'amore e del santo timore che eternamente risuona attorno al trono della Trinità e sposa in sé il puro suono di tutti gli esseri? L'armonia che congiunge le membra al capo, in cui ciascuno, felice, trova il segreto senso del suo essere e giubilante irradia, liberamente sciolto nel tuo fluire.
Spirito Santo - Giubilo eterno

Edith Stein (Teresa Benedetta della Croce)
Fu scritta pochi mesi prima della sua deportazione ad Auschwitz

1075 - PENTECOSTE FESTA DIFFICILE

…… la Pentecoste è una festa difficile. Ma non perché lo Spirito Santo anche per molti battezzati e cresimati è un illustre sconosciuto.

È difficile, perché provoca l'uomo a liberarsi dai suoi complessi. Tre soprattutto, che a me sembra di poter individuare così:

Il complesso dell'ostrica.
Siamo troppo attaccati allo scoglio. Alle nostre sicurezze. Alle lusinghe gratificanti del passato. Ci piace la tana. Ci attira l'intimità del nido. Ci terrorizza l'idea di rompere gli ormeggi, di spiegare le vele, di avventurarci sul mare aperto. Se non la palude, ci piace lo stagno.
Di qui, la predilezione per la ripetitività, l'atrofia per l'avventura, il calo della fantasia.
Lo Spirito Santo, invece, ci chiama alla novità, ci invita al cambio, ci stimola a ricrearci.

C'è poi il complesso dell'una tantum.
È difficile per noi rimanere sulla corda, camminare sui cornicioni, sottoporci alla conversione permanente. Amiamo pagare una volta per tutte. Preferiamo correre soltanto per un tratto di strada. Ma poi, appena trovata una piazzola libera, ci stabilizziamo nel ristagno delle nostre abitudini, dei nostri comodi. E diventiamo borghesi.
Il cammino come costume ci terrorizza. Il sottoporci alla costanza di una revisione critica ci sgomenta. Affrontare il rischio di una itineranza faticosa e imprevedibile ci rattrista.
Lo Spirito Santo, invece, ci chiama a lasciare il sedentarismo comodo dei nostri parcheggi, per metterci sulla strada subendone i pericoli. Ci obbliga a pagare, senza comodità forfettarie, il prezzo delle piccole numerosissime rate di un impegno duro, scomodo, ma rinnovatore.

E c'è, infine, il complesso della serialità.
Benché si dica il contrario, noi oggi amiamo le cose costruite in serie. Gli uomini fatti in serie. I gesti promossi in serie. Viviamo la tragedia dello standard, l'esasperazione dello schema, l'asfissia dell'etichetta. C'è un livellamento che fa paura. L 'originalità insospettisce. L 'estro provoca scetticismo. I colpi di genio intimoriscono. Chi non è inquadrato viene visto con diffidenza. Chi non si omogeneizza col sistema non merita credibilità. Di qui la crisi della protesta nei giovani e l'estinguersi della ribellione.
Lo Spirito Santo, invece, ci chiama all'accettazione del pluralismo, al rispetto della molteplicità, al rifiuto degli integralismi, alla gioia di intravedere che lui unifica e compone le ricchezze della diversità.

La Pentecoste vi metta nel cuore una grande nostalgia del futuro.
Don Tonino Bello

1074 - SPIRITO DI DIO

Spirito di Dio
che agli inizi della creazione ti libravi sugli abissi dell'universo, e trasformavi in sorriso di bellezza il grande sbadiglio delle cose, scendi ancora sulla terra e donale il brivido dei cominciamenti. Questo mondo che invecchia, sfioralo con l'ala della tua gloria. Dissipa le rughe. Fascia le ferite che l'egoismo sfrenato degli uomini ha tracciato sulla sua pelle. Mitiga con l'olio della tenerezza le arsure della sua crosta. Restituiscile il manto dell'antico splendore, che le nostre violenze le hanno strappato, e riversale sulle carni inaridite anfore di profumi. Permea tutte le cose, e possiedine il cuore. Facci percepire la tua dolente presenza nel gemito delle foreste divelte, nell'urlo dei mari inquinati, nel pianto dei torrenti inariditi, nella viscida desolazione delle spiagge di bitume. Restituiscici al gaudio dei primordi. Riversati senza misura sulle nostre afflizioni. Librati ancora sul nostro vecchio mondo in pericolo. E il deserto, finalmente, ridiventerà giardino, e nel giardino fiorirà l'albero della giustizia, e frutto della giustizia sarà la pace.
Spirito Santo
che riempivi di luce i Profeti e accendevi parole di fuoco sulla loro bocca, torna a parlarci con accenti di speranza. Frantuma la corazza della nostra assuefazione all'esilio. Ridestaci nel cuore nostalgie di patrie perdute. Dissipa le nostre paure. Scuotici dall'omertà. Liberaci dalla tristezza di non saperci più indignare per i soprusi consumati sui poveri. E preservaci dalla tragedia di dover riconoscere che le prime officine della violenza e della ingiustizia sono ospitate nei nostri cuori. Donaci la gioia di capire che tu non parli solo ai microfoni delle nostre Chiese. Che nessuno può menar vanto di possederti. E che, se i semi del Verbo sono diffusi in tutte le aiuole, è anche vero che i tuoi gemiti si esprimono nelle lacrime dei maomettani e nelle verità dei buddisti, negli amori degli indù e nel sorriso degli idolatri, nelle parole buone dei pagani e nella rettitudine degli atei.
Spirito Santo
che hai invaso l'anima di Maria per offrirci la prima campionatura di come un giorno avresti invaso la Chiesa e collocato nei suoi perimetri il tuo nuovo domicilio, rendici capaci di esultanza. Donaci il gusto di sentirci "estroversi". Rivolti, cioè, verso il mondo, che non è una specie di chiesa mancata, ma l'oggetto ultimo di quell'incontenibile amore per il quale la Chiesa stessa è stata costituita. Se dobbiamo attraversare i mari che ci distanziano dalle altre culture, soffia nelle vele perché, sciolte le gomene che ci legano agli ormeggi del nostro piccolo mondo antico, un più generoso impegno missionario ci solleciti a partire. Se dobbiamo camminare sull'asciutto, mettici le ali ai piedi perché, come Maria, raggiungiamo in fretta la città. La città terrena. Che tu ami appassionatamente. Che non è il ripostiglio dei rifiuti, ma il partner con cui dobbiamo "agonizzare" perché giunga a compimento l'opera della Redenzione.
Spirito di Dio
che presso le rive del Giordano sei sceso con pienezza sul capo di Gesù e l'hai proclamato Messia, dilaga su questo corpo sacerdotale raccolto davanti a te. Adornalo di una veste di Grazia. Consacralo con l'unzione, e invitalo a portare il lieto annunzio ai poveri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, e a promulgare l'anno di misericordia del Signore. Se Gesù ha usato queste parole di Isaia per la sua autoproclamazione nella sinagoga di Nazareth e per la stesura del suo manifesto programmatico, vuole dire che anche la Chiesa oggi deve farsi solidale con i sofferenti, con i poveri, con gli oppressi, con i deboli, con gli affamati e con tutte le vittime della violenza.
Facci capire che i poveri sono i "punti di entrata" attraverso i quali tu, Spirito di Dio, irrompi in tutte le realtà umane e le ricrei. Preserva, perciò, la tua sposa dal sacrilegio di pensare che la scelta degli ultimi sia l'indulgenza alle mode di turno, e non invece la feritoia attraverso la quale la forza di Dio penetra nel mondo e comincia la sua opera di salvezza.
Spirito Santo
dono del Cristo morente, fa' che la Chiesa dimostri di aver ereditato davvero. Trattienila ai piedi di tutte le croci. Quelle dei singoli e quelle dei popoli. Ispirale, parole e silenzi, perché sappia dare significato al dolore degli uomini. Così che ogni povero comprenda che non è vano il suo pianto e ripeta con il salmo "le mie lacrime, Signore, nell'otre tuo raccogli". Rendila protagonista infaticabile di deposizione del patibolo, perché i corpi schiodati dei sofferenti trovino pace sulle sue ginocchia di Madre. In quei momenti poni sulle sue labbra canzoni di speranza. E donale di non arrossire mai della Croce, ma di guardare ad essa come all'antenna della sua nave, le cui vele tu colmi di brezza e spingi con fiducia lontano.
Spirito di Pentecoste
ridestaci all'antico mandato di profeti, dissigilla le nostre labbra, contratte dalle prudenze carnali. Introduci nelle nostre vene il rigetto per ogni compromesso. E donaci la nausea di lusingare i detentori del potere per trarne vantaggio. Trattienici dalle ambiguità. Facci la grazia del voltastomaco per i nostri peccati. Poni il tuo marchio di origine controllata sulle nostre testimonianze. E facci aborrire dalle parole, quando esse non trovino puntuale verifica nei fatti. Spalanca i cancelletti dei nostri cenacoli. Aiutaci a vedere i riverberi delle tue fiamme nei processi di purificazione che avvengono in tutti gli angoli della terra. Aprici a fiducie ecumeniche. E in ogni uomo di buona volontà facci scorgere le orme del tuo passaggio.
Spirito del Signore dono del Risorto agli apostoli del cenacolo,
gonfia di passione la vita dei tuoi presbiteri. Riempi di amicizie discrete la loro solitudine. Rendili innamorati della terra, e capaci di misericordia per tutte le sue debolezze. Confortali con la gratitudine della gente e con l'olio della comunione fraterna. Ristora la loro stanchezza, perché non trovino appoggio più dolce per il loro riposo se non sulla spalla del Maestro. Liberali dalla paura di non farcela più. Dai loro occhi partano inviti a sovrumane trasparenze. Dal loro cuore si sprigioni audacia mista a tenerezza. Dalle loro mani grondi il crisma su tutto ciò che accarezzano. Fa' risplendere di gioia i loro corpi. Rivestili di abiti nuziali. E cingili con cinture di luce. Perché, per essi e per tutti, lo sposo non tarderà.
Tonino Bello, Parole d'amore, ed. La Meridiana, Molfetta, 2012

sabato 9 maggio 2015

1073 - VI DOMENICA DI PASQUA

Partiamo dal fondo del brano evangelico di Giovanni 15,26-16,4): «Vi ho detto queste cose affinché, quando verrà la loro ora, ve ne ricordiate, perché io ve l’ho detto. Non ve l’ho detto dal principio, perché ero con voi». C’è qualcosa di cui Gesù non ha potuto parlare perché era ancora con i discepoli; adesso, avvicinandosi la «sua ora» (la Pasqua), può parlare.
Di cosa? Dello Spirito Santo che manderà, perché i discepoli possano credere in Lui. Ci sono due aspetti che vanno considerati. Il primo è che lo Spirito Santo viene da Gesù: «Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio». Lo Spirito Santo sarà mandato da Gesù e farà da «suo Avvocato (Paràclito)».
Perché Gesù manda un “Avvocato”? Perché senza lo Spirito Santo non è possibile aver fede in Gesù. è una verità semplice e sconcertante: essere cristiani significa accogliere un dono (Grazia) che non viene né dall’impegno della libertà, né da un’altra realtà. Questo dono trasforma l’essere umano e gli cambia il cuore: solo in questo modo è possibile diventare discepoli di Gesù. A loro volta i discepoli di Gesù, corroborati dallo Spirito, potranno diventare testimoni di Gesù nel mondo, come lo Spirito è stato testimone di Gesù nel loro cuore. è così che nasce la Chiesa; essa, a sua volta, ha il compito di rendere testimonianza a Gesù Risorto santificando, mediante i sacramenti, la vita degli uomini. Come si vede, tutta la “dinamica cristiana” è messa in moto non dalla Chiesa e neppure dall’impegno del credente, ma da Gesù vivo, che dona il suo Spirito.
Il secondo aspetto riguarda il martirio. Quella sul martirio è una riflessione seria che è diventata, proprio di questi tempi, molto attuale. «Vi ho detto queste cose perché non abbiate a scandalizzarvi. Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio». Qui si parla del martirio che hanno sperimentato i primi cristiani; essi erano ebrei, rifiutati come bestemmiatori ed eretici dai propri correligionari. La nostra situazione è diversa, ma il martirio è sempre attuale nella vita della Chiesa. Va accolta e capita la parola di Gesù: «Hanno perseguitato me perseguiteranno anche voi».
Ogni cristiano è “per vocazione” chiamato al martirio, cioè a trovarsi di fronte il «caso serio» della sua vita in cui inevitabilmente chiarisce se è con Gesù, oppure no. Nel nostro Occidente questo momento è vicino: quotidianamente i cristiani si trovano nella condizione di dover essere martiri. Una Chiesa senza martiri è destinata a finire. Solo il martirio permetterà di vedere se c’è ancora chi ama Gesù più della propria vita. Avvicinandosi la Pentecoste possiamo metterci davanti a Gesù e dire: «Se anche restassi l’unico cristiano al mondo, avrei fede in Te perché ti ho visto e ti ho incontrato»; questa è la professione di fede del martire.
Commento di don Luigi Galli

venerdì 24 aprile 2015

1072 - CONCERTO PER IL 50° DELLA PARROCCHIA


venerdì 17 aprile 2015

1071 - III DOMENICA DI PASQUA

Il Vangelo di Giovanni (14,1-11) è chiaro e straordinario nelle sue promesse: «Il Padre mio, che me le ha date (le pecore), è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».
Seguiamo lo straordinario “percorso delle pecore”. Gesù dice che le pecore (cioè ciascuno di noi) sono sue, perché le ha comperate pagandole con il suo sangue. La Pasqua di Gesù ha segnato in modo radicale e irreversibile il nostro destino: siamo di Gesù. Egli, tuttavia, ci vuole liberi per poterlo amare. Ma la libertà non può cambiare quello che siamo diventati: gli apparteniamo a prescindere da ciò che facciamo. Mi servo di un esempio per essere chiaro: un figlio resta sempre figlio anche se scappa da casa o anche quando non riconosce i genitori; così io sono di Gesù solo per grazia (cioè per sua decisione irrevocabile) e non per quello che faccio; anche se dovessi ribellarmi con il peccato io sono sempre di Gesù: egli non mi lascerà mai perché gli appartengo. Se Gesù si dimenticasse di me, non sarebbe più Gesù ed io non sarei più io. Questo è il motivo per cui la fede non è uno “scherzo”, ma dice cos’è diventata la mia vita da quando Gesù mi ha comperato. Belle e straordinarie parole: «Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano».
Una domanda affiora: Gesù ci ha comperati con il suo sangue, ma da chi ci ha acquistati? Ecco la risposta: «Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola». Gesù ci ha “comperati” dal Padre. L’umanità di Gesù, dalla quale ognuno di noi ha preso la propria, era nelle mani del Padre creatore fin dall’inizio; così Gesù per “acquistarmi col sangue” ha dovuto chiedere al Padre la mia umanità. Dio, all’inizio, ha creato l’umanità per farne dono al Verbo che, incarnato, è divenuto Gesù, uomo-Dio; per questo la sua passione, morte e risurrezione è “il prezzo giusto” per la nostra salvezza: nessun essere umano andrà perduto perché né Satana, né la morte (di cui è Signore) possono fermare il disegno misericordioso del Padre.
Ma c’è un terzo passaggio: Gesù restituisce al Padre quello che il Padre gli ha “venduto”. Se non suonasse superficiale potremmo dire che questo è il gioco divertente che il Padre e il Figlio fanno dall’eternità. «Il Padre mio è più grande di tutti e nessuno può strapparle ( le pecore, cioè ciascuno di noi) dalla mano del Padre». è il vortice della vita soprannaturale: siamo nelle mani di Gesù e, un attimo dopo, siamo nelle mani del Padre e questo… all’infinito. Solo la preghiera può farci entrare in questo “gioco”; Dio prega il Figlio perché gli consegni “i figli”, ed è il Figlio che invoca il Padre perché gli restituisca i “suoi”.
Può essere che questo linguaggio inusuale appaia poco chiaro; in realtà manca ancora il terzo protagonista del “gioco” e cioè lo Spirito Santo. Lo stiamo aspettando: quando arriverà, tutto sarà più chiaro perché ci spiegherà che questo “gioco” si chiama Amore e Grazia.
Don Luigi Galli

domenica 5 aprile 2015

1070 - MARIA MADDALENA - 2

Cristo risorto con Maria Maddalena, Caltagirone
Maria Maddalena è giunta al sepolcro di buon mattino, ha visto con sorpresa la tomba vuota e resta presso il sepolcro a piangere perché il suo amico e Maestro è morto; si accontenterebbe di sapere dove l'hanno messo. Ella rappresenta l'umanità sempre alla ricerca di un salvatore, ma con una speranza inibita e ristretta, che non osa. La sua ricerca di Gesù è ancora molto umana: cerca Gesù tra i morti, dove non c'è. Sovente noi cerchiamo Dio dove non c'è, attraverso modelli di efficacia umana, di successo, di potere, di soddisfazioni facili.
La ricerca di Maria Maddalena è anche l'immagine di una società afflitta e smarrita, che desidererebbe almeno riflettere un poco, per comprendere le ragioni dei suoi mali, per vedere quali sono gli errori che ha commesso.
Gesù non è irritato dalla ricerca sbagliata e imperfetta della donna perché sa che in lei c'è molto amore e un profondo anelito. E, a un tratto, Maria Maddalena vede con i suoi occhi colui che non credeva più di vedere, ascolta una voce intensa che non avrebbe mai più pensato di udire, si sente chiamare per nome: «Maria! ».
È significativo che Gesù si riveli a lei non annunciandole l'evento che lo riguarda: "sono risorto, sono vivo", ma pronunciando il nome: "Maria!". Si tratta di una rivelazione personale, esistenziale, che infonde non solo la certezza che Cristo è vivo, bensì la coscienza di essere da lui conosciuta veramente, nella sua pienezza e dignità. Quello di Gesù è un appello discreto di libertà, espresso con il nome che indica meglio l'interiorità.
Così Gesù vuole incontrare ogni uomo: avvicinandosi, correggendo le ricerche incerte, confuse, maldestre, rivelando il suo amore e chiamando per nome. Ciascuno di noi può fare l'esperienza del Risorto, scoprirne i segni pur se sente nel cuore poca speranza e se sul suo volto scendono lacrime.
È nell'interiorità che possiamo scoprire l'amore di Dio; è dentro di noi che possiamo sentirci chiamati e restituiti alla nostra identità profonda, alla nostra vocazione di figli di Dio.
Carlo Maria Martini, Ritrovare se stessi.

1069 - MARIA MADDALENA - 1

L'evangelista Giovanni ci trasmette che la prima creatura a scoprire i segni del Risorto è stata una donna piena di sensibilità, di affetto, di tenerezza. Una donna colma di quell'anelito, di quel desiderio di andare al di là della morte e della finitudine umana, che sperimenta ogni persona quando, per esempio, nelle sue giornate prende delle decisioni coraggiose e oneste, senza che da esse gli venga alcun vantaggio per la vita presente, traendone anzi perdita e talora danno. E in occasione di simili atti che comprendiamo di dover compiere in maniera assoluta, senza ritorni umani e senza costrizioni esterne, che affermiamo, almeno implicitamente, l'esistenza di qualcosa al di là, che magari non riconosciamo ancora in parole o in concetti religiosi e tuttavia guida ogni azione onesta e disinteressata facendoci intuire come i conti che quaggiù non tornano, alla fine torneranno.
Questa forza interiore e questa speranza sono un grido verso il Risorto, sono la ricerca coltivata da Maria presso la tomba: la sua ricerca confusa e incerta è preziosa, è esperienza ineliminabile di una persona umana giunta a un minimo di autenticità e di onestà con se stessa e con la vita.
La forza interiore e la speranza sono l'antidoto di cui abbiamo bisogno contro il decadimento sociale, morale, civile e politico, un decadimento che tende a mandare in frantumi l'unità culturale e civile di un popolo, che tende a far perdere il senso delle ragioni per stare insieme e lavorare per lo stesso scopo, nella stessa direzione.
Per uscire dal cerchio infernale del degrado sociale e politico occorre che il cuore appesantito, come quello di Maria Maddalena che piange, sia mosso da una grande e concreta speranza, non legata a circostanze contingenti, a rimedi di corto livello sui quali siamo fin troppo portati allo scetticismo.
Gesù che appare alla donna ci invita a cambiare modo di pensare e di vedere, ad accettare che l'amore di Dio dissolve la paura, che la grazia rimette il peccato, che l'iniziativa di Dio viene prima di ogni sforzo umano e ci rianima, ci rigenera interiormente.
Carlo Maria Martini, Ritrovare se stessi

1068 - L'EVENTO DELLA RISURREZIONE DI CRISTO

Allo straziante grido di derelizione risuonato sulla bocca di Gesù in croce - «Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?» -, grido che riassume tutte le situazioni di afflizione dell'umanità, risponde nella notte del sabato santo e nel giorno di Pasqua, un gioioso grido di fede e di speranza: Cristo è risorto!
Di fede perché annuncia ciò che per sempre è accaduto in Cristo; di speranza perché annuncia ciò che attende tutti gli uomini e le donne della terra quando lo vedranno risorto nella pienezza della sua sfolgorante gloria.
La risurrezione di Gesù, infatti, non è come quella di Lazzaro (raccontata nel vangelo di Giovanni al capitolo 11) che era tornato per poco in mezzo ai suoi; è una nuova azione di Dio, che non riusciremo mai a immaginare con la nostra mente, con la nostra fantasia, come non possiamo immaginare la stupenda realtà che Dio farà di noi alla nostra morte e al momento della nostra risurrezione. Un'azione di Dio su Gesù e su di noi, tale che la morte non avrà più alcun potere.
La certezza di quel grido di gioia proclama che ogni abisso di male del mondo è stato inghiottito da un abisso di bene, che ogni morte ha già il suo contrappeso di vita, che ogni crisi ha già il suo superamento e ogni tristezza ha già la sua gioia.
La nostra esistenza umana è incline a rimpicciolire le speranze, a ridurle di giorno in giorno di fronte alle delusioni, e la nostra tristezza ci porta sovente a rifiutare parole di conforto, perché non abbiamo un'idea esatta della liberazione portata da Gesù risorto.
Il Risorto ha davvero inaugurato un mondo nuovo, che entra in mezzo a noi in quanto la Pasqua è una ri-creazione, una nuova creazione dell'umanità.
La risurrezione di Gesù è un fatto storico, di significato cosmico, è l'inizio della trasformazione globale del mondo; è un evento di significato epocale perché trasforma il senso della storia e ne indica la vera direzione. Un evento unico e insieme un evento che rivela un' attesa costante e universale, scritta nel cuore di ogni uomo e di ogni donna.
È vero che nel nuovo orizzonte derivato dalla risurrezione di Cristo è ancora presente la sofferenza, l'ostilità, la fatica, la violenza, le guerre, per cui ci si domanda: Ma dov'è il cambiamento che avrebbe operato il Risorto? La risposta è semplice: la Pasqua di Gesù non ci trasferisce automaticamente nel regno dei sogni; ci raggiunge nel cuore per farci percorrere con gioia e speranza quel cammino di purificazione e di autenticità, di verifica del nostro comportamento, che ha come traguardo la certezza di una vita che non muore più. La Pasqua non ci restituisce a un mondo irreale, bensì a un' esistenza autentica, un' esistenza di fede, di speranza, di amore: una fede che è fonte di gioia e di pace interiore, una speranza che è più forte delle delusioni, un amore che è più forte di ogni egoismo. Il Risorto è con noi e insieme a lui siamo in grado di vincere il male con il bene, di trarre dal male il bene più grande. Questa è la forza e la novità della Pasqua.
Carlo Maria Martini, Ritrovare se stessi.

1067 - BUONA PASQUA!

Oggi abbiamo bisogno che la forza di Dio ci commuova, che ci sia un gran terremoto, che un Angelo faccia rotolare la pietra del nostro cuore, quella pietra che impedisce il cammino.
Oggi abbiamo bisogno che la nostra anima sia scossa, che ci dicano che l'idolatria del quietismo intellettuale e possessivo non dà vita.
Oggi abbiamo bisogno, dopo essere stati scossi da tante frustrazioni, di tornare ad incontrarLo e che Egli ci dica: "non temete! mettetevi di nuovo in cammino, tornate alla Galilea del primo amore". Oggi abbiamo bisogno di incontrarci con Lui; dobbiamo trovarlo e dobbiamo lasciarci trovare.

Fratelli, la "Buona Pasqua" che vi auguro è che oggi un Angelo faccia rotolare la pietra e noi ci lasciamo incontrare da Lui.
(Jorge Mario Bergoglio, 22/03/2008)

Buona Pasqua!