Parrocchia S. Gerolamo Emiliani di Milano - Blog

Il Blog "Insieme per..." vuole proporre spunti di riflessione e di condivisione per costruire insieme e fare crescere la comunità della parrocchia di San Gerolamo Emiliani di Milano, contribuendo alla diffusione del messaggio evangelico.

lunedì 7 dicembre 2009

173 - IMMACOLATA CONCEZIONE DI MARIA - 8 DICEMBRE

Roma
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Già celebrata dal sec. XI, questa solennità si inserisce nel contesto dell’Avvento-Natale, congiungendo l’attesa messianica e il ritorno glorioso di Cristo con l’ammirata memoria della Madre. In tal senso questo periodo liturgico deve essere considerato un tempo particolarmente adatto per il culto della Madre del Signore. Maria è la tutta santa, immune da ogni macchia di peccato, dallo Spirito Santo quasi plasmata e resa nuova creatura. Già profeticamente adombrata nella promessa fatta ai progenitori della vittoria sul serpente, Maria è la Vergine che concepirà e partorirà un figlio il cui nome sarà Emmanuele. Il dogma dell’Immacolata Concezione fu proclamato da Pio IX nel 1854. (dal Messale Romano)

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“La festa dell'Immacolata Concezione ci invita a contemplare lo splendore di Dio riflesso sul volto della Vergine Santa, la nuova Eva, la Madre del Redentore.

In Lei si realizza pienamente il disegno di Dio, quale ce lo descrive l'Apostolo Paolo: "Ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci ad essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo" (Ef 1, 4-5).

Il progetto eterno è stato turbato dalla colpa originale, ma "dove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia"! (Rm 5, 20). Nel mistero pasquale l'amicizia di Dio ci viene nuovamente offerta, e all'uomo che accoglie il Cristo è dato di diventare, in Lui e attraverso di Lui, "figlio di Dio" (cfr. Gv 1, 12).

Ecco, carissimi fratelli e sorelle, l'orizzonte in cui si colloca l'odierna solennità. Maria si trova nel cuore di questo mistero come la prima dei salvati e la Chiesa la venera "immacolata", cioè assolutamente priva di ogni macchia di peccato, perché la redenzione manifesta in Lei una forza salvifica preveniente e permanente. Chiamata ad essere il "grembo" del Redentore, Ella è stata come plasmata dal frutto divino del suo grembo per quella forza salvifica che, nella previsione di Dio, anticipatamente si sprigiona dal sacrificio di Cristo. Ella è così Madre del Redentore e primizia dei redenti.

Contemplare l'Immacolata significa inebriarci di luce. E della sua luce abbiamo più che mai bisogno, in questo nostro tempo segnato da tante difficoltà e problemi.

L'Immacolata è annuncio di un Dio misericordioso, che non si arrende al peccato dei suoi figli; è il modello a cui la Chiesa guarda, per diventare sempre di più una comunità di Santi; è "segno di sicura speranza e di consolazione" (Lumen Gentium 68) per il popolo di Dio e per l'intera umanità, che Ella accompagna con tenerezza di Madre.

Vergine Santa, accogli quest'oggi i nostri sentimenti filiali. Eccoci davanti a Te, con le nostre fatiche e i nostri propositi di bene.

Guarda a tutte le nazioni del mondo, specie a quelle devastate dalla guerra, ed instilla nella nostra travagliata famiglia umana pensieri e sentimenti di pace.

Guarda ai giovani, e sostieni la loro speranza muovendoli all'impegno per la costruzione di un mondo migliore.

Guarda soprattutto alle famiglie, perché trovino nel disegno di Dio il senso della loro missione.

Nella tua intercessione poniamo la nostra piena fiducia, "o clemente, o pia, o dolce Vergine Maria".

(Giovanni Paolo II, Roma, piazza di Spagna, 8 dicembre 1993)

venerdì 4 dicembre 2009

172 - VIENI SIGNORE GESU'

Vieni, Signore Gesù, a cercare il tuo servo; cerca la tua pecora affaticata; vieni, pastore... Mentre ti trattieni sui monti, la tua pecora sta errando: su, lascia le novantanove altre che pure sono tue, e vieni a cercare l'unica che si è smarrita. Vieni, senza farti aiutare, senza farti annunciare; ora, sei tu che io attendo. Non prendere la frusta. Prendi il tuo amore; vieni con la dolcezza del tuo Spirito. Non esitare a lasciare sui monti queste tue novantanove pecore. Sulle cime dove le hai poste, i lupi non hanno accesso... Vieni a me, che mi sono smarrito lontano dai greggi di lassù, dove avevi posto anche me, ma i lupi della notte mi hanno fatto abbandonare i tuoi ovili.


Cercami Signore, poiché la mia preghiera ti cerca. Cercami, trovami, rialzami, portami! Quello che cerchi, puoi trovarlo; quello che trovi, degnati di rialzarlo; e quello che rialzi, mettitelo in spalla. Non ti stanca questo pietoso fardello, non ti è di peso portare colui che hai giustificato. Su, vieni Signore, perché anche se è vero che sto errando, «non ho dimenticato la tua parola» (cf. Sal 119/118), e nutro speranza di essere guarito. Vieni, Signore, sei l'unico a poter ancora chiamare la tua pecora perduta; alle altre che avrai lasciato, non causerai alcuna tristezza. Anche esse si rallegreranno al vedere tornare il peccatore. Vieni, e ci sarà salvezza sulla terra, e ci sarà gioia in cielo (Lc 15, 7).


Non mandare i tuoi servi, non mandare mercenari, vieni tu, a cercare la tua pecora. Rialzami in questa carne che, con Adamo, è caduta. Con questo gesto, riconoscimi non come un figlio di Eva, ma come il figlio di Maria, vergine pura, vergine per grazia, senza nessun sospetto di peccato. Poi, portami fino sulla tua croce. Essa è la salvezza degli erranti, il solo riposo degli affaticati, l'unica vita di tutti quelli che muoiono.
(Sant'Ambrogio Commento al Salmo 118, 22, 27-30)

171 - SANT'AMBROGIO - 7 DICEMBRE

Ambrogio era nato a Treviri, nella Gallia, verso il 339. Era figlio di un funzionario romano in servizio al di là delle Alpi, e dopo la morte del padre la famiglia rientrò a Roma. Ambrogio studiò diritto e retorica, e intraprese la carriera giuridica.

Si trovava a Milano, quando il Vescovo morì, e da buon funzionario imperiale, cercò che fossero evitati quei disordini spesso provocati dalle tumultuose elezioni ecclesiastiche. Parlò con senno e fermezza nelle adunanze dei fedeli, perché tutto fosse fatto secondo coscienza e nel rispetto della libertà. Fu in seguito a questi suoi giudiziosi discorsi che dall'assemblea si alzò un grido: "Ambrogio Vescovo!". Era il 7 dicembre 374.

Ambrogio, che si trovava in quell'assemblea come funzionario imperiale, non era neppure battezzato, essendo soltanto catecumeno. Sorpreso e anche spaventato, proclamò dunque la sua indegnità; si professò peccatore, tentò perfino di fuggire. Tutto fu inutile.

Ricevette il Battesimo, e, subito dopo, la consacrazione episcopale. "Tolto dai tribunali e dall'amministrazione pubblica - dirà il nuovo Vescovo - per passare all'episcopato, ho dovuto cominciare a insegnare quello che non avevo mai imparato". Si diede perciò alla lettura dei Libri sacri, poi studiò i Padri della Chiesa e i Dottori, tra i quali sarebbe stato incluso anche lui, insieme con un giovane retore che, dopo dieci anni, egli stesso avrebbe battezzato: Agostino da Tagaste.

Ambrogio, che veniva dalla carriera dei dignitari imperiali, sostenne dinanzi all'Imperatore, non solo i diritti della Chiesa, ma l'autorità dei suoi pastori. "Sono i Vescovi che devono giudicare i laici, e non il contrario" diceva, e tra i laici metteva, per primo, l'imperatore.

Un'altra massima dell'ex funzionario imperiale era questa: "L'Imperatore è nella Chiesa, non al disopra della Chiesa". E le contingenze portarono Sant'Ambrogio ad applicare tale massima nei riguardi del grande e intollerante Imperatore Teodosio.

Quando Teodosio, in seguito all'uccisione del comandante del presidio di Tessalonica, fece trucidare - almeno così si disse - 7000 abitanti innocenti, il Vescovo non solo gli rimproverò il massacro, ma gl'impose una pubblica penitenza. Teodosio cercò di resistere. Infine cedette e fece penitenza dall'ottobre al Natale.

L'iconografia ambrosiana si è compiaciuta di rappresentare Sant'Ambrogio che scaccia dalla soglia della cattedrale l'Imperatore pubblico peccatore: in realtà l'azione del Vescovo si svolse tramite lettere e intermediari, ma il gesto resta ugualmente significativo, per indicare che né corona né scettro esonerano l'uomo dalla legge morale, uguale per tutti, e di cui sono giudici autorevoli soltanto i ministri di Dio e i pastori di anime.

Ambrogio rappresenta la figura ideale del vescovo, pastore, liturgo e mistagogo. Le sue opere liturgiche, i commentari sulle Scritture, i trattati ascetico-morali restano memorabili documenti del magistero e dell'arte di governo. Guida riconosciuta nella Chiesa occidentale, in cui trasfonde anche la ricchezza della tradizione orientale, estese il suo influsso in tutto il mondo latino. In epoca di grandi trasformazioni culturali e sociali, la sua figura si impose come simbolo di libertà e di pacificazione. Diede particolare risalto pastorale ai valori della verginità e del martirio. Autore di celebri testi liturgici, è considerato il padre della liturgia ambrosiana.

giovedì 3 dicembre 2009

170 - 4 ° DOMENICA DI AVVENTO - AMBROSIANO

Mosaico della Cappella Palatina - Palermo
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Il Signore viene. Questa è la notizia strabiliante del Natale al quale l'Avvento ci prepara: "Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi" (Gv 1,14). Dio ha voluto un giorno essere nostro consanguineo, partecipe della nostra umanità, perché noi già dall'origine siamo stati voluti figli di Dio, coloro che "provengono da una stessa origine", e "hanno in comune il sangue e la carne; per questo Gesù non si vergogna di chiamarli fratelli" (Epist.). E' il senso primo del Natale: Dio si è fatto uno di noi per mostrare che noi siamo figli di Dio come lui. Figli come il Figlio: questa è la nostra identità più vera, l'unico progetto che siamo chiamati a realizzare nella vita. Dio diviene nostro consanguineo, per essere poi nostro redentore. La sua obbedienza fino alla morte rappresenta l'opera del Fratello maggiore che a nome nostro e per noi riconcilia l'umanità a Dio: "Conveniva infatti che Dio rendesse perfetto per mezzo della sofferenza il capo che guida alla salvezza" (Epist.). Appunto "per ridurre all'impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che, per timore della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita" (Epist.). In un duplice senso allora Cristo è nostro fratello: come immagine sul quale siamo stati creati, e come nostro capo che ci strappa dalla morte, "perché per la grazia di Dio egli provasse la morte a vantaggio di tutti" (Epist.).

Quel gesto in croce ha valso a lui la risurrezione e a noi la redenzione. Ora per quel gesto veniamo riconciliati con Dio, inveriamo la nostra identità di figli di Dio e veniamo così strappati alla morte, destinati alla risurrezione del corpo per una vita eterna. Fine dall'incarnazione è la redenzione, e quindi la graduale identificazione con quel Figlio glorioso che ora siede alla destra del Padre. La vicenda umana di Gesù ha posto i fatti decisivi che hanno trasformato il destino umano. Ora il frutto di quei gesti deve giungere a toccare ogni credente che vi si apre con fede. Dall'alto della croce Gesù ha dato lo Spirito perché portasse a destinazione personale la sua opera, incanalandola nella Chiesa, quale suo prolungamento e strumento di salvezza per tutti gli uomini.

Quel giorno a Gerusalemme Gesù entrò in città per compiervi i suoi gesti salvifici. Ma, assieme, inventò un segno che facesse memoria di quei suoi atti, ne contenesse e ne comunicasse tutto il frutto. Fu la sera - alla vigilia della sua Pasqua - in cui istituì l'Eucaristia, dicendo: "Fate questo in memoria di me" (Lc 22,19). Così il Signore rimane con noi, divenuto contemporaneo con la sua persona risorta e viva, mediante l'azione del suo Spirito che addirittura penetra e trasforma il cuore e la libertà del credente.

E proprio nell'Eucaristia oggi "viene", lì si attua la contemporaneità di Cristo. Il sacerdote dice "in persona Christi": "Questo è il mio Corpo". La messa rende presenti quegli atti di morte e risurrezione - quasi in sintesi e nel "mistero"- ma reali e proprio gli stessi. "Tutto ciò che Cristo è, tutto ciò che ha compiuto e sofferto per tutti gli uomini, partecipa all'eternità divina e perciò abbraccia tutti i tempi" (Ecclesia de Eucaristia, 11). Essendo quindi "parallelo" al tempo in quanto eterno, quel segno dell'Ultima Cena può essere richiamato in ogni celebrazione: "Cristo è tornato al Padre soltanto dopo averci lasciato il mezzo per parteciparvi come vi fossimo stati presenti" (Idem). E' nel Sacramento l'avvento di Cristo oggi nella Chiesa. A lui allora andiamo incontro con canti festosi e fede come capitò quella volta a Gerusalemme: "Benedetto colui che viene nel nome del Signore. Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli". Sarà l'inno degli angeli sopra la grotta di Betlemme. Il Signore è venuto; il Signore viene; il Signore verrà. Nel Natale il Signore è venuto; nell'Eucaristia il Signore viene; nella Parusia il Signore verrà. Qui, oggi, come salvatore; là però come giudice. Se l'accogliamo oggi come salvatore, l'avremo là come giudice misericordioso.

(Don Romeo Maggioni)

Letture: Is.4,2-5; Sal 23, Eb. 2,5-15; Lc. 19,28-38

mercoledì 2 dicembre 2009

169 - NEL TEMPO DELL’ATTESA

Il Signore viene. Avvento è il tempo dell’attesa, desiderio di incontro tra Dio e l’uomo. L’uomo cerca il suo Dio. Dio cerca la sua creatura per renderla finalmente libera, non resta sordo al richiamo, ma è venuto a riportare l’armonia nelle vicende umane. Avvento è tempo d’incontro tra profezia attesa e risposte, le domande di ieri stanno per diventare un corpo dato per la salvezza.

Il Signore viene, l’attesa non può essere passiva per chi lo invoca.

L’Avvento è tempo di scelta, è coinvolgimento appassionato nelle sorti del mondo. E’ voglia di trasformarlo seguendo le vie della volontà d’amore.

L’Avvento è un’avventura che lega insieme il passato delle richieste umane, del grido di libertà del momento di prima e il sogno del ritorno definitivo, quando tutte le lacrime finalmente verranno asciugate. Il già e il non ancora vengono raccontati per rinnovare che da già è affascinato e chi dal non ancora è provocato. Un’avventura per comprendere se l’attesa del Natale prossimo è per noi attesa del Cristo Signore nel già e nel non ancora, nella salvezza già avvenuta nella sua carne donata e nella beata speranza del suo ritorno glorioso.

Un tempo di coraggiosa lotta per vincere le suggestioni della rilassatezza, dell’egoismo imprigionante, per restare svegli con le cinture ai fianchi e le lanterne accese.

Natale è festa e, se ti senti invitato, lasciare spegnere la lampada è peccato.

(di don Gennaro Martino, in Famiglia Cristiana n.48)

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lunedì 30 novembre 2009

168 - L’ENCICLICA “CARITAS IN VERITATE” IN PILLOLE - 3 -

La lotta contro la fame: Eliminare la fame nel mondo è divenuta, nell'era della globalizzazione, anche un traguardo da perseguire per salvaguardare la pace e la stabilità del pianeta. La fame non dipende tanto da scarsità materiale, quanto piuttosto da scarsità di risorse sociali, la più importante delle quali è di natura istituzionale. Manca, cioè, un assetto di istituzioni economiche in grado sia di garantire un accesso al cibo e all'acqua regolare e adeguato dal punto di vista nutrizionale, sia di fronteggiare le necessità connesse con i bisogni primari e con le emergenze di vere e proprie crisi alimentari, provocate da cause naturali o dall'irresponsabilità politica nazionale e internazionale. Il problema dell'insicurezza alimentare va affrontato in una prospettiva di lungo periodo, eliminando le cause strutturali che lo provocano e promuovendo lo sviluppo agricolo dei Paesi più poveri mediante investimenti in infrastrutture rurali, in sistemi di irrigazione, in trasporti, in organizzazione dei mercati, in formazione e diffusione di tecniche agricole appropriate, capaci cioè di utilizzare al meglio le risorse umane, naturali e socio-economiche maggiormente accessibili a livello locale, in modo da garantire una loro sostenibilità anche nel lungo periodo (n.27)

Vita e sviluppo: L'apertura alla vita è al centro del vero sviluppo. Quando una società s'avvia verso la negazione e la soppressione della vita, finisce per non trovare più le motivazioni e le energie necessarie per adoperarsi a servizio del vero bene dell'uomo. Se si perde la sensibilità personale e sociale verso l'accoglienza di una nuova vita, anche altre forme di accoglienza utili alla vita sociale si inaridiscono (n.28).

Diseguaglianze: La dignità della persona e le esigenze della giustizia richiedono che, soprattutto oggi, le scelte economiche non facciano aumentare in modo eccessivo e moralmente inaccettabile le differenze di ricchezza e che si continui a perseguire quale priorità l'obiettivo dell'accesso al lavoro o del suo mantenimento, per tutti. (n.32

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domenica 29 novembre 2009

167 - VEGLIATE E PREGATE IN OGNI MOMENTO

“Vegliate!” ci dice Gesù con insistenza. Non dobbiamo soltanto credere, ma anche vegliare; non dobbiamo semplicemente amare, ma anche vegliare; non dobbiamo solamente ubbidire, ma anche vegliare. Vegliare perché ? Per questo grande, per questo supremo avvenimento: la venuta di Cristo. Sembra trattarsi di una chiamata speciale, un dovere che non ci sarebbe mai venuto in mente se Gesù, in persona, non ce l’avesse ingiunto. Ma cos’è vegliare ?

Veglia nell’attesa di Cristo, chi tiene il suo spirito sensibile, aperto, sul chi va là, che resta vivace, sveglio, pieno di zelo nel cercarlo ed onorarlo. Desidera trovare Cristo in tutto quello che succede. Non proverebbe nessuna sorpresa, né spavento, né agitazione se apprendesse che Gesù fosse qui.

Veglia con Cristo chi, mentre guarda il futuro, sa di non dovere dimenticare il passato, chi non dimentica ciò che Cristo ha sofferto per lui. Veglia con Cristo chi, in ricordo di lui, si unisce alla croce e all’agonia di Cristo, chi porta gioiosamente la tunica che Cristo ha portato fino alla croce ed ha lasciato dopo la sua Ascensione. Spesso nelle lettere, gli scrittori ispirati esprimono il desiderio del secondo avvento. Ma non dimenticano mai il primo, la crocifissione e la risurrezione… Perciò l’apostolo Paolo, quando invita i Corinzi ad « aspettare la venuta del Signore », non manca di dire loro di « portare sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo » (2 Cor 4, 10). Il pensiero di quello che è Cristo oggi non cancelli il ricordo di quello che è stato per noi…

Vegliare è quindi vivere liberi nei confronti delle cose presenti, è vivere nell’invisibile, è vivere nel pensiero di Cristo tale quale è venuto una prima volta e tale quale deve venire, è desiderare la sua seconda venuta, nella memoria piena di amore e di riconoscenza per la sua prima venuta.

Cardinale John Henry Newman (1801-1890), sacerdote, fondatore di una comunità religiosa, teologo

venerdì 27 novembre 2009

166 - 3° DOMENICA DI AVVENTO - AMBROSIANO

Nel progressivo itinerario dell’Avvento in preparazione al Natale, questa terza domenica di Avvento in rito ambrosiano individua in Gesù "colui che deve venire" ossia l’atteso "inviato" da Dio che porta a compimento la promessa di salvezza per il popolo d’Israele e per tutti i popoli della terra.

Il passo evangelico è preso dal cap. 7 di Luca, che riportando le parole e i miracoli compiuti da Gesù lo presenta come l’"atteso" portatore di salvezza annunciato dai Profeti e la cui "potenza" salvifica si manifesta nella sua "misericordia" e nella sua bontà. I versetti oggi proclamati, in particolare, costituiscono la parte centrale del capitolo e contengono la testimonianza che Gesù fa di sé (vv 21-23) in risposta agli inviati da Giovanni il Battista (vv 18-20) e la testimonianza che Gesù offre sul Battista (vv 24-28).

Il testo evangelico, proclamato nel progressivo cammino di illuminazione e di fede con cui il tempo liturgico dell’Avvento ci prepara a celebrare nel Natale la "prima venuta del Signore" "nella carne", ci dice che le divine promesse di salvezza si realizzano in quella specifica modalità che il termine "carne" evoca; vale a dire nella fragilità e nella debolezza propria a ogni uomo. Un simile modo di agire da parte di Dio suscita naturalmente perplessità e interrogativi all’umana intelligenza.

Del resto la Lettura ci conferma come il nostro è un Dio che sorprende e scompagina gli schemi umani più ragionevoli, tutto piegando alla sua volontà salvifica: l’elezione e l’investitura regale di Ciro, re di Persia, un nemico dunque d’Israele, è voluta da Dio proprio per la liberazione del suo popolo (cfr. Isaia 45,1ss).

Interrogativi e perplessità nutrite anche da Giovanni il Battista quando «fu informato dai suoi discepoli su tutte queste cose», ossia sulla predicazione e sull’attività di Gesù, sul suo sedersi a mensa con i "pubblicani e i peccatori", sul suo prendersi cura dei malati, dei poveri, dei marginali nella società del tempo. Interrogativi e perplessità ben riconoscibili nella domanda posta a Gesù: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?» .

Giovanni, infatti, in sintonia con il comune sentire del tempo, diceva imminente l’arrivo dell’inviato di Dio come "giudice" escatologico, ossia come colui che viene per il "giudizio finale" di salvezza per i buoni e di perdizione nel fuoco eterno per i malvagi e gli empi. Per questo l’agire di Gesù può rappresentare, anche per il Battista, come uno "scandalo" ossia come un inciampo nel credere e nel riconoscere proprio in Lui "colui che deve venire".

Eppure, a ben guardare, Gesù si muove nella linea della promessa salvifica di Dio così come è stata annunziata dal profeta Isaia e che lui stesso cita sintetizzando: «i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciata la buona notizia» (cfr. Isaia 29,18-19; 35,5-6; 61,1-2). Ed è proprio l’annuncio ai "poveri" della buona novella dell’amore e della vicinanza di Dio a essi, e di cui i "miracoli" sono il segno tangibile, ad accreditare Gesù come "colui che deve venire" e al quale occorre aprirsi, rinunciando alle personali attese e vedute, per poter gioire della beatitudine e della gioia proprie di chi incontra Dio e la sua salvezza.

Questo è il Messia che la Chiesa annuncia incessantemente e che la celebrazione annuale del Natale intende riproporre con forza. Il Signore verrà senza dubbio come il giudice dei vivi e dei morti per il giudizio di salvezza e di condanna. ( A.Fusi)

Lettura: Isaia 45,1-8; Salmo 125; Epistola: Romani 9,1-5; Vangelo: Luca 7,18-26.

165 - LA MEDAGLIA MIRACOLOSA

Qualche mese dopo le apparizioni, Suor Caterina è inviata al ricovero di Enghein (Parigi) per curare gli anziani. La giovane suora si mette al lavoro. Ma una voce interiore insiste: si deve far coniare la medaglia. Nel febbraio 1832 scoppia a Parigi una terribile epidemia di colera, che provocherà più di 20.000 morti ! In Giugno le Figlie della Carità cominciano a distribuire le prime 2.000 medaglie, fatte coniare da Padre Aladel. L guarigioni si moltiplicano, come le protezioni e le conversioni. Fu un avvenimento straordinario. Il popolo di Parigi chiamò la medaglia «miracolosa».

Nell’autunno 1834 c’erano già più di 500.000 medaglie. Nel 1835 nel mondo intero ce n’era già più di un milione. Nel 1839 la medaglia era diffusa in più di dieci milioni di esemplari.

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Le parole e le immagini impresse sul diritto della medaglia esprimono un messaggio con tre aspetti intimamente legati. “O Maria concepita senza peccato, prega per noi che ricorriamo a Te”

L’identità di Maria ci è rivelata qui esplicitamente: la Vergine Maria è immacolata fin dal concepimento. Da questo privilegio, che le deriva dai meriti della Passione di suo Figlio Gesù Cristo, ne scaturisce tutta la sua potenza d’intercessione, che ella esercita per coloro che la pregano.

Ed è per questo che la Vergine invita tutti gli uomini a ricorrere a Lei nelle difficoltà della vita.

I suoi piedi sono posati sulla metà del globo e schiacciano la testa al serpente.

Le sue mani sono aperte e le sue dita sono ornate di anelli ricoperti di pietre preziose, dalle quali escono raggi, che cadono sulla terra, allargandosi verso il basso.

Lo splendore di questi raggi, come la bellezza e la luce dell’apparizione, descritte da Caterina, richiamano, giustificano e nutrono la nostra fiducia nella fedeltà di Maria (gli anelli) nei confronti del suo Creatore e verso i suoi figli, nell’efficacia del suo intervento (i raggi di grazia, che cadono sulla terra) e nella vittoria finale (la luce), poiché lei stessa, prima discepola, è la primizia dei salvati.

La medaglia porta sul suo rovescio una lettera e delle immagini, che ci introducono nel segreto di Maria. La lettera « M » è sormontata da una croce. La « M » è l’iniziale di Maria, la croce è quella di Cristo. I due segni intrecciati mostrano il rapporto indissolubile che lega Cristo alla sua santissima Madre. In basso, due cuori, l’uno circondato da una corona di spine, l’altro trapassato da una spada. Il cuore coronato di spine è il cuore di Gesù. Ricorda l’episodio crudele della Passione di Cristo, prima della morte, raccontata nei Vangeli. Il cuore simboleggia la sua Passione d’amore per gli uomini. Il cuore trafitto da una spada è il cuore di Maria, sua Madre. Si riferisce alla profezia di Simeone, raccontata nei Vangeli, il giorno della presentazione di Gesù al tempio di Gerusalemme da Maria e Giuseppe. Simboleggia l’amore di Cristo, che è in Maria e richiama il suo amore per noi, per la nostra salvezza e l’accettazione del sacrificio del suo Figlio.

Attorno sono raffigurate dodici stelle. Corrispondono ai dodici apostoli e rappresentano la Chiesa. Essere Chiesa, significa amare Cristo, partecipare alla sua passione, per la Salvezza del mondo. Ogni battezzato è invitato ad associarsi alla missione del Cristo, unendo il suo cuore ai Cuori di Gesù e di Maria.

giovedì 26 novembre 2009

164 - SANTA CATERINA LABOURE E LE APPARIZIONI DI RUE DU BAC

Caterina Labourè nacque a Fain-les-Moutiers, un villaggio della Borgogna, il 2 maggio 1806. Rimasta orfana di madre a nove anni con sette fratelli e due sorelle, Caterina non poté frequentare le classi elementari, ma dovette rendersi utile in famiglia.

All'età di ventiquattro anni fu ammessa tra le Figlie della Carità. Durante il suo noviziato ebbe alcune visioni, ma le più importanti furono le apparizioni dell'Immacolata della "Medaglia--miracolosa".

Fu questo un ciclo di almeno cinque apparizioni, simili fra loro, ma delle quali due ebbero caratteristiche ben individuate. Nella notte tra il 18 e il 19 1uglio 1830, Caterina, condotta da un angelo nella grande cappella della Casa Madre, ebbe un colloquio con la Madonna, che le preannunziò nuovi incontri. Questi avvennero nel settembre, il 27 novembre e nel dicembre 1830. La più nota e la più singolare delle apparizioni fu quella avvenuta il 27 novembre, nella quale si possono distinguere due fasi. Nella prima fase la Madonna appare a Caterina, nell’atto di offrire a Dio un piccolo globo dorato, simbolo del mondo e di ogni anima, ch'Ella tiene all'altezza del cuore: dalle mani della Madonna piovono sul globo inferiore due fasci di luce. Nella seconda fase, mentre il piccolo globo d'oro scompare, le mani della Vergine si abbassano, ancora irraggianti fasci luminosi, simbolo delle grazie ottenute da Dio per la sua intercessione e, come a formare un'aureola intorno alla testa della Madonna, appaiono a caratteri d'oro le parole della giaculatoria: "O Maria, concepita senza peccato, pregate per noi che ricorriamo a Voi". Poi il quadro sembra visto nel suo retro: la figura della Madonna scompare e al centro si staglia, luminosissima, la lettera M, al di sopra della quale appare la croce e al di sotto i ss. Cuori di Gesù e Maria, mentre dodici stelle fulgidissime fanno corona.

Contemporaneamente una voce interiore ingiunse a Caterina di far coniare una medaglia che riproducesse la visione: ma soltanto il 30 giugno 1832 furono coniati i primi millecinquecento esemplari. La medaglia fu presto detta "miracolosa" e fra i miracoli più belli da essa operati, vi fu la conversione dell'ebreo Alfonso Ratisbonne (20 gennaio 1842). Per desiderio espresso dalla Madonna nelle apparizioni di Parigi, nacque l'Associazione delle Figlie di Maria Immacolata (1836-47). Nessuno, tranne i superiori, seppe mai dei favori celesti concessi a Caterina Ella visse nella più grande umiltà e nel più assoluto silenzio e servì per quarantasei anni i poveri dell'ospizio di Enghien a Parigi.

Morì il 31 dicembre 1876; quando la sua salma fu esumata, le mani che avevano toccato la Madonna e gli occhi che l'avevano veduta, apparvero straordinariamente conservati. Fu beatificata da Pio XI il 28 maggio 1933 e canonizzata da Pio XII il 27 luglio 1947: le sue reliquie riposano nella cappella in cui ebbe le apparizioni. La festa liturgica è stabilita al 28 novembre.

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