Parrocchia S. Gerolamo Emiliani di Milano - Blog

Il Blog "Insieme per..." vuole proporre spunti di riflessione e di condivisione per costruire insieme e fare crescere la comunità della parrocchia di San Gerolamo Emiliani di Milano, contribuendo alla diffusione del messaggio evangelico.

domenica 21 agosto 2016

1202 - BEATA SEI TU MARIA

Beata sei tu, Maria,
perché Dio ti ha rivolto il suo sguardo d’amore:
egli ha guardato a te, l’umile sua serva,
per chiederti di diventare la madre del suo Figlio.
Così si potevano realizzare le promesse antiche fatte ad Abramo.
Così Dio si mostrava fedele all’alleanza,
così egli veniva incontro alle attese dei poveri,
alle invocazioni degli affamati,
alle suppliche dei miseri.

Beata sei tu, Maria, perché hai creduto.
Ti sei messa totalmente nelle mani di Dio,
gli hai affidato la tua esistenza,
il tuo corpo e la tua anima
perché egli preparasse una degna dimora al suo Verbo.

Beata sei tu, Maria,
perché hai accompagnato il tuo Figlio
lungo tutta la sua vita,
da quel giorno in cui venne alla luce
in un alloggio di fortuna
e fu deposto in una mangiatoia,
fino ai piedi della croce, nell’ora più straziante,
l’ora della prova, del dolore.

Beata sei tu, Maria, 
perché sei stata trasfigurata,
corpo e anima, dalla sua risurrezione
e la morte, già vinta dal suo amore,
non ha potuto trattenerti nelle sue mani.

Maria, Vergine della notte,
illumina la notte della sofferenza,
del dolore e della solitudine.
Nel buio del nostro calvario
rimani accanto alle nostre croci.
Nella dolcezza e nella forza
della tua maternità,
illumina l'ora delle tenebre.

In pace mi corico e mi addormento
perché tu, sicuro, mi fai riposare.
Passa la notte in trepida veglia
accanto a noi, tuoi figli;
donaci di attendere sereni, in pace,
l'aurora del giorno senza tramonto.
Amen.

(dall’archivio di Qumran)

mercoledì 17 agosto 2016

1201 - SANTA ELENA

È impossibile parlare dei primi secoli del Cristianesimo senza ricordare con particolare affetto il nome di S. Elena, della quale si rinvengono notizie contrastanti presso gli storici. Nata in Roma da genitori pagani verso il 250, dimostrò subito eccellentissime doti di ingegno e di bontà d'animo. Divenuta grandicella, per la sua delicatezza e per la sua modestia, piacque al giovane ufficiale Costanzo Cloro, che la volle in sposa, e la condusse con sè in Dardania, dove egli era nato e possedeva delle terre. Altri studiosi vogliono sia nata a Drepanum in Bitinia nel golfo di Nicomedia (attuale Turchia); città rinominata in seguito Helenopolis ("città di Elena") in suo onore, dal futuro figlio Costantino, il che ha causato anche l’incerta e successiva interpretazione dell’ indicazione di Drepanum come luogo di nascita di Elena stessa.

Nella città di Naisso, nacque da Elena nell'anno 272, Costantino, il grande imperatore che avrebbe data la libertà al Cristianesimo. Quando Cloro venne dal Senato creato Cesare assieme a Galerio per ordine degli imperatori Diocleziano 'e Massimiano, dovette legalmente ripudiare la sua sposa Elena nel 293 per volere di Diocleziano e sposare Teodora, la figliastra dell'imperatore Massimiano, allo scopo di cementare con un matrimonio dinastico l'elevazione di Costanzo a Cesare di Massimiano all'interno della Tetrarchia. Di fatto Elena fu lasciata libera di vivere tranquillamente col figlio Costantino nella quiete della loro villa nell'Illiria.

Quantunque ammirabili e singolari fossero le virtù di Elena durante il governo dell'imperatore suo marito, tuttavia non erano che virtù umane, non essendo ancor cristiana. La grazia però del battesimo non era più lontana. Infatti Costantino suo figlio, proclamato imperatore nel 306, dopo la morte di Costanzo, la chiamò subito presso di sé, conferendole il titolo prestigioso di Augusta, e… facendole conoscere il vero Dio. È impossibile dire con quanto fervore Elena si mise a far opere di pietà, quantunque fosse in età di circa sessant'anni; cercò in ogni modo di ricuperare il tempo perduto, edificando coi suoi esempi la chiesa di Dio, che suo figlio cercava di dilatare colla sua autorità.

Avendo Elena largamente a sua disposizione i tesori dell'impero, se ne servì per fare abbondanti elemosine, e per arricchire di vasi e arredi sacri le chiese della cristianità. Dopo il Concilio di Nicea, l'imperatore Costantino si diede con grandissimo slancio a far costruire templi e basiliche al vero Dio, specialmente in Terra Santa. La piissima Elena si assunse l'incarico di curare le costruzioni di Palestina a nome del figlio, recandosi essa stessa sul luogo. Partì per Gerusalemme l'anno 326: e quel viaggio non fu che una continua effusione di elemosine ch'essa andava spargendo a larghe mani ovunque passava e a chiunque ricorreva a lei. Giunta a Gerusalemme, fece tosto gettare a terra il tempio di Venere che era stato edificato sul Calvario dai pagani, che avevano così voluto profanare il luogo della morte e della risurrezione di Gesù. Ivi essa scoprì e ritrovò il S. Sepolcro ed il legno della S. Croce. In processione, col Vescovo di Gerusalemme, la Croce su cui Gesù era morto fu portata nella cattedrale della città.

Dopo questo, Elena si trattenne ancor un po' a Gerusalemme per vedere iniziata la sontuosa basilica fatta da lei erigere sul S. Sepolcro; indi, ordinate le costruzioni di altre chiese sul luogo della nascita e della Crocifissione di Gesù, si preparò per il ritorno. Prima di partire da Gerusalemme volle servire a tavola ella stessa le Vergini che erano ricoverate nel monastero da lei fatto costruire. Ritornata a Roma, il Signore la chiamò a godere il premio delle sue fatiche e delle sue elette virtù. Spirò tra le braccia del figlio Costantino l'anno 328.
Gli storici non sono sempre concordi nel riferire la vita di Elena e i particolari della sua conversione alla religione ortodossa. Alcuni ne additano la causa ai motivi politici che avrebbero indotto lo stesso Costantino a spingerla a ciò, per riconquistare il favore da lui perso presso i popoli orientali dell’Impero.

PRATICA. Facciamo elemosine per soccorrere poveri e promuovere il culto di Dio.

PREGHIERA. Concedi, o Signore, che ad imitazione della tua serva Elena disprezziamo i beni della terra, e ci dedichiamo tutti al tuo santo servizio e a procurare la tua gloria.
 

venerdì 12 agosto 2016

1200 - IL MAGNIFICAT

Dal Vangelo secondo Luca Lc 1,39-56 
In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto». Allora Maria disse: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome; di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre». Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.
Parola del Signore.
 
 
Il Magnificat di Maria è certamente il suo testamento spirituale, perché in esso ella raccoglie la migliore tradizione biblica di cui si nutre fino a identificarsi con Abramo e con tutte le sue generazioni future «per sempre» (v. 55). Il suo inno sgorga da un duplice incontro: due madri, Maria ed Elisabetta, e due figli, Gesù e Giovanni, di cui uno alla presenza dell’altro, non ancora conosciuto, «danza» di gioia nel ventre materno, come Davide davanti all’Arca del Signore (2 Sam 6,14). Maria si fa voce degli anawìm/i poveri di Yhwh di cui, per natura, diventa la madre, essendo la figlia primo-genita dell’unico e vero «povero in spirito» (Mt 5,2) da cui erediterà lo spirito di povertà come dimensione essenziale della ecclesialità ai piedi della croce nuda, vestita solo del dono del Figlio (cf Gv 19,25-27). 

1199 - UNA DONNA VESTITA DI SOLE

Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo Ap 11,19A;12,1-6A.10AB
Si aprì il tempio di Dio che è nel cielo e apparve nel tempio l’arca della sua alleanza. Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle. Era incinta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto. Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna, che stava per partorire, in modo da divorare il bambino appena lo avesse partorito. Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e suo figlio fu rapito verso Dio e verso il suo trono. La donna invece fuggì nel deserto, dove Dio le aveva preparato un rifugio. Allora udii una voce potente nel cielo che diceva: «Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo».

Il brano liturgico appartiene all’ultimo libro della Bibbia scritta, l’Apocalisse, databile fine del sec. I. Il brano comprende elementi disparati, non bene armonizzati, per descrivere la visione di una donna in lotta con un drago che combatte contro di lei e contro la sua discendenza.
La donna splendente (descritta con le immagini tradizionali di sole, luna e stelle) è simbolo del popolo di Dio, Israele, da cui proviene Gesù secondo la carne, ma anche della Chiesa che di Gesù è il corpo.
Il bimbo maschio, partorito dalla donna e salvato da Dio, è il Messia nella sua duplice consistenza: come Gesù di Nàzaret, figlio della donna, e come Cristo, principio della sua discendenza, cioè della Chiesa che forma il suo corpo mistico.
La tradizione cristiana ha sempre applicato questo testo a Maria, a cominciare da Sant’Agostino, passando per San Bernardo, i quali hanno visto nella donna dell’Apocalisse la figura di Maria.
Secondo l’artista che ne dipinse il bozzetto, approvato il 25 ottobre 1955, il francese Arsène Heitz, Ap 12,1 del testo di oggi è alla base della bandiera europea che su fondo blu, ha una corona di 12 stelle gialle, altamente simbolica e potentemente evocativa, come simbolo di unità, solidarietà e armonia nella diversità.
Paolo Farinella, prete

1198 - ASSUNZIONE DI MARIA

A Gerusalemme, nella valle del Cèdron, accanto al Getsèmani, fin dal II secolo si venera la tomba di Maria dove, il 15 agosto di ogni anno, si recano le Chiese orientali, presenti nella città santa, con una solenne processione, scendendo dalla porta dei Leoni, detta anche Porta di Santo Stefano o in arabo Sittim Miriam – Sorgente/Pozzo di Maria.
I vangeli sono molto discreti riguardo a Maria, di cui non parlano più dopo la Pentecoste; la sua presenza è significativa nei Vangeli dell’infanzia di Gesù (cf Mt 1-2 e Lc 1-2), pochissimi e sparuti cenni durante la vita pubblica (cf Mc 3,21.31; 6,3; Mt 13,55; Lc 8,19; Gv 2,5.12), e, infine, la sua presenza ai piedi della croce (cf Gv 19,25-27).
Il culto della Vergine è tardivo: il concilio di Efeso, il 3° ecumenico della cristianità antica, nel 431 dà impulso organizzato alla devozione mariana, definendo Maria Theotòkos – Madre di Dio.
Nel sec. V è ancora viva la festa della Dormitio Mariae celebrata presso la tomba della Vergine al Getsemani e che l’imperatore Maurizio (539-602) impone a tutto l’impero d’oriente.
A Roma, papa Sisto III (432-440) fece costruire la basilica di Santa Maria Maggiore e, dal sec.VI, si iniziò a celebrare una festa mariana di carattere generale fissata al 1° gennaio.
Intorno al 660 la data ufficiale divenne il 15 agosto. Con papa Sergio I (687-702), di origine siriana, la festa fu introdotta ufficialmente col nome di «Dormizione».
Una settantina d’anni dopo, verso il 770, comparve il termine assunzione.
Questa festa, fino a Pio V (1566), fu celebrata solennemente con una processione stazionale che, partendo da Sant’Adriano al Foro, attraversava le vie della città, termi-nando a Santa Maria Maggiore. Come le grandi solennità liturgiche, anche l’Assunzione includeva il digiuno, la vigilia e un’ottava di festa: per questo la liturgia riporta, ancora oggi, l’ufficio vigiliare.
Pio XII nel 1950 definì dogma di fede che «la beata Vergine Maria, terminato il corso della sua vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo», mentre il concilio Vaticano II da parte sua, nella costituzione dogmatica Lumen Gentium, precisò ulteriormente «per essere così più pienamente conforme al Figlio suo, Signore dei signori e vincitore del peccato e della morte» (LG 59).
La Chiesa orientale, fin dal tempo del concilio di Efeso del 431, ha sempre considerato il Transito o Dormizione della Vergine come la «festa delle feste» della Madre di Dio, la «Pasqua della Madre di Dio». Tutte le Chiese orientali, da quella siriaca a quella alessandrina, etiopica, greca, armena e assira, hanno sempre celebrato la Dormizione di Maria come la più grande festa mariana.
I quattordici giorni che precedono la festa furono chiamati «piccola quaresima della Vergine» in rapporto alla grande quaresima che precede la Pasqua di risurrezione di Gesù: per questo motivo sono giorni di preghiere e di austeri digiuni.
Paolo Farinella, prete
 

lunedì 8 agosto 2016

1197 - CREDO IN DIO E NEGLI UOMINI

Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore. La vita è difficile ma non è grave: dobbiamo cominciare a prendere sul serio il nostro lato serio, il resto verrà da sé. Una pace futura potrà essere veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso; se ogni uomo si sarà liberato dall'odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo; se avrà superato quest'odio e l'avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore, se non è chiedere troppo. E' l'unica soluzione possibile.
È quel pezzettino d'eternità che ci portiamo dentro. Sono una persona felice e lodo questa vita, nell'anno del Signore 1942, l'ennesimo anno di guerra.
Le mie battaglie le combatto contro di me, contro i miei propri demoni: ma combattere in mezzo a migliaia di persone impaurite, contro fanatici furiosi e gelidi che vogliono la nostra fine, no, questo non è proprio il mio genere. Non ho paura, non so, mi sento così tranquilla. Mi sento in grado di sopportare il pezzo di storia che stiamo vivendo, senza soccombere. Mi sembra che si esageri nel temere per il nostro corpo. Lo spirito viene dimenticato, s'accartoccia e avvizzisce in qualche angolino. Viviamo in un modo sbagliato, senza dignità.
Io non odio nessuno, non sono amareggiata: una volta che l'amore per tutti gli uomini comincia a svilupparsi in noi, diventa infinito.
Bene, io accetto questa nuova certezza: vogliono il nostro totale annientamento. Ora lo so: Continuo a lavorare e a vivere con la stessa convinzione e trovo la vita ugualmente ricca di significato, anche se non ho quasi più il coraggio di dirlo quando mi trovo in compagnia.
La vita e la morte, il dolore e la gioia e persecuzioni, le vesciche ai piedi e il gelsomino dietro la casa, le innumerevoli atrocità, tutto, tutto è in me come un unico, potente insieme e come tale lo accetto e comincio a capirlo sempre meglio.
Un'altra cosa ancora dopo quella mattina: la mia consapevolezza di non essere capace di odiare gli uomini malgrado il dolore e l'ingiustizia che ci sono al mondo, la coscienza che tutti questi orrori non sono come un pericolo misterioso e lontano al di fuori di noi, ma che si trovano vicinissimi e nascono dentro di noi: e perciò sono meno più familiari e assai meno terrificanti. Quel che fa paura è il fatto che certi sistemi possono crescere al punto da superare gli uomini e da tenerli stretti in una morsa diabolica, gli autori come le vittime.
Etty Hillesum, Diario 1941-1943, a cura di J.G. Gaarlandt, Adelphi, Milano, 1985

1196 - LA DIMENSIONE DELL'ETERNITA'

In noi c'è la possibilità di accedere alla dimensione dell'eternità liberandoci da tutte le resistenze a Dio. Questo dato fondamentale della creazione che non si oppone alla Parola di Dio continua tutta la nostra spiritualità, essa si compie in quegli istanti in cui riusciamo a spogliarci completamente di noi stessi per accogliere le forze dello spirito, che scendendo in noi creano l'uomo nuovo. La preghiera è lo stato di offerta della terra all'opera santificatrice e ordinatrice di Dio. Quando ci spogliamo di tutte le nostre persuasioni, di tutte le convinzioni mentali, di tutta la nostra volontà, di tutti i nostri modi di vedere e facciamo un silenzio totale in noi stessi abbandonando anche ciò che ci è stato detto dagli uomini per giungere a Dio, e ci offriamo, con totale abbandono, alle forze dello Spirito, allora la grazia scende in noi e ci rende creature feconde e ordinate.
Giovanni Vannucci, Libertà dello spirito, Cens Liscate-Milano, 1985

giovedì 28 luglio 2016

1195 - ULTIMA LETTERA DI PADRE JACQUES HAMEL

Lettera inviata ai suoi fedeli da padre Jacques Hamel prima delle vacanze estive:

La primavera è stata piuttosto freddina. Se il nostro umore è stato un po' depresso, pazienza: l'estate arriverà. E così pure le vacanze. Le vacanze sono un periodo nel quale prendere le distanze dalle nostre occupazioni quotidiane.
Ma non sono una semplice parentesi: sono un periodo di riposo, ma anche di ricarica, di incontri, di condivisione, di convivialità.
Un tempo di ricarica: alcuni si prenderanno qualche giorno per un ritiro spirituale o un pellegrinaggio.
Altri rileggeranno il Vangelo, soli o in compagnia, la vera parola del nostro quotidiano.
Altri ancora potranno ricaricarsi con il grande libro della Creazione, ammirando paesaggi talmente diversi e magnifici da innalzarci e parlarci di Dio.
Che noi possiamo in quei momenti ascoltare l'invito di Dio a prenderci cura di questo pianeta e a farne, dove lo abitiamo, un mondo più ospitale, più umano, più fraterno.
Un tempo di incontri, con conoscenti e con amici: un momento per cogliere l'occasione di vivere qualcosa insieme.
Un momento per prestare attenzione al nostro prossimo, quale esso sia. Un tempo di condivisione: un momento per condividere la nostra amicizia, la nostra gioia.
Per condividere il nostro sostegno ai più piccoli, mostrando loro quanto contino per noi.
Un tempo di preghiera, anche: cerchiamo di presentare attenzione a ciò che accadrà nel nostro mondo in quel periodo.
Preghiamo per coloro che hanno maggiormente bisogno delle nostre preghiere, per la pace, per una vita migliore insieme. Sarà ancora l'anno della Misericordia.
Facciamo sì che il nostro cuore presti attenzione alle cose belle, al singolo individuo e a tutti coloro che rischiano di sentirsi un po' più soli.
Che le vacanze ci permettano di fare il pieno di gioia, di amicizia e di ricarica.
E allora, meglio equipaggiati, potremo riprendere insieme il cammino.
Buone vacanze a tutti!
 

1194 - LA PARABOLA DI LAZZARO

Nella lettura del Vangelo di Luca 16,19-31 di domenica 31 luglio continua la meditazione su povertà e ricchezza, con una parabola evangelica molto nota e ricca di spunti. Vi è una sorta di contrappasso: Lazzaro ha sofferto in terra e gode in paradiso; l’uomo ricco, che ha goduto in terra, ora soffre all’inferno.
Dobbiamo però tentare una lettura più profonda di questa ricca parabola.
1. Il ricco senza nome. La parabola chiama il povero per nome, mentre il ricco rimane anonimo: un particolare non trascurabile. Il povero Lazzaro, in realtà, è “ricco” della sua povertà e, presentandosi “vuoto” davanti al giudizio di Dio, può essere riempito della misericordia del Padre. Il ricco, invece, ha reso opaca la sua figura. Le ricchezze arricchiscono solo quando sono usate per gli altri; quando sono accumulate per se stesse, sbiadiscono il volto del ricco, che alla morte si presenta davanti a Dio carico non di piaghe da guarire (come il povero), ma di superbia che pretende un premio. Di fronte a un cuore che si è affidato solo alle ricchezze, la misericordia di Dio si ferma perché non sa dove posarsi. Il Vangelo continua così a metterci in guardia dalle ricchezze; esse sono ingannevoli non perché malvage in sé, ma perché possono dare l’illusione di pretendere la ricompensa anche di fronte a Dio.
2. «Ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio Padre». Questo particolare ci dice una cosa molto importante: anche nel profondo dell’inferno il ricco non capisce dove ha sbagliato e si preoccupa dei propri familiari e non dei figli o della moglie di Lazzaro. Questo aspetto rende bene l’accecamento che possono provocare le ricchezze. I cristiani saranno interrogati sulla carità verso i fratelli; e questo non solo alla fine della vita, ma ogni giorno. Lo scandalo più grande è la mancanza di amore e di uguaglianza tra coloro che, in forza del Battesimo, sono costituiti in una profonda fraternità. Sant’Ambrogio diceva: «Il superfluo dei ricchi è il necessario dei poveri». La dottrina sociale della Chiesa insegna che chi possiede le ricchezze è solo l’amministratore di beni che hanno in sé come necessaria una destinazione sociale. Amministrare il denaro per “quelli della propria casa” senza preoccuparsi della giustizia e della carità verso i più poveri è contro il Vangelo.
3. «Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro». In termini evangelici potremmo dire: «I cristiani hanno le beatitudini del Vangelo: ascoltino quelle!». È necessario dare un contenuto moderno e praticabile alla beatitudine della povertà, di fronte a un mondo che ruota attorno alla ricchezza. La virtù della povertà combatte la miseria e l’ingiustizia, che sono offese gravi alla dignità dell’immagine divina scritta sul volto di ogni uomo. Il cristiano sa che la virtù della povertà sgorga dalla fiducia in Dio: il povero è colui che considera Dio il suo vero tesoro e fa delle ricchezze uno strumento della carità. Il cristiano povero non disprezza nulla di ciò che Dio ha creato, ma sa che i beni sono di tutti e che tutti debbono poterne godere in pace. La povertà salva la carità, rinfresca la speranza e rende concreta la fede.
Commento di don Luigi Galli

domenica 10 luglio 2016

1193 - LE VIE PER ENTRARE NELLA VITA ETERNA

Volete che parli delle vie della riconciliazione con Dio? Sono molte e svariate, però tutte conducono al cielo. La prima è quella della condanna dei propri peccati. Confessa per primo il tuo peccato e sarai giustificato (Is 43,26). Perciò anche il profeta diceva: « Ho detto: Confesserò al Signore le mie colpe, e tu hai rimesso la malizia del mio peccato » (Sal 32,5). Condanna dunque anche tu le tue colpe. Questo è sufficiente al Signore per la tua liberazione. E poi se condanni le tue colpe sarai più cauto nel ricadervi…
Questa è dunque una via di remissione, e ottima; ma ve n’è un’altra per nulla inferiore: non ricordare le colpe dei nemici, dominare l’ira, perdonare i fratelli che ci hanno offeso. Anche così avremo il perdono delle offese da noi fatte al Signore. E questo è un secondo modo di espiare i peccati. « Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi » (Mt 6,14).
Vuoi imparare ancora una terza via di purificazione? È quella della preghiera fervorosa e ben fatta che proviene dall’intimo del cuore… Se poi ne vuoi conoscere anche una quarta, dirò che è l’elemosina. Questa ha un valore molto grande. Aggiungiamo poi che, se uno si comporta con temperanza e umiltà, distruggerà alla radice i suoi peccati con non minore efficacia dei mezzi ricordati sopra. Ne è testimone il pubblicano che non era in grado di ricordare opere buone, ma al loro posto offrì l’umile riconoscimento delle sue colpe e così si liberò dal grave fardello che aveva sulla coscienza (Lc 18,9).
Abbiamo indicato cinque vie di riconciliazione con Dio… Non star dunque senza far nulla, anzi ogni giorno cerca di avanzare per tutte queste vie, perché sono facili, e non puoi addurre la tua povertà per esimertene.
San Giovanni Crisostomo (ca 345-407), Omelia sulle vie della riconciliazione 2, 6