Parrocchia S. Gerolamo Emiliani di Milano - Blog

Il Blog "Insieme per..." vuole proporre spunti di riflessione e di condivisione per costruire insieme e fare crescere la comunità della parrocchia di San Gerolamo Emiliani di Milano, contribuendo alla diffusione del messaggio evangelico.

mercoledì 11 novembre 2009

151 - GLORIA AL PADRE

Amore che mi formasti
a immagine dell’Iddio
che non ha volto,
Amore che sì teneramente

mi ricomponesti dopo la rovina,

Amore, ecco, mi arrendo:
sarò il tuo splendore eterno.
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Amore, che mi hai eletto

fin dal giorno che le tue mani

plasmavano il corpo mio,

Amore, celato nell’umana carne,

ora simile a me interamente sei,

Amore, ecco, mi arrendo:
sarò il tuo possesso eterno.
.

Amore, che al tuo giogo

anima e sensi,
tutto m’hai piegato,
Amore, tu involi nel gorgo tuo,

il cuore mio non resiste più,

ecco, mi arrendo, Amore:
mia vita ormai eterna.

(Padre David Turoldo)

150- L’ENCICLICA “CARITAS IN VERITATE” IN PILLOLE - 2 -

Proprietà intellettuale: Ci sono forme eccessive di protezione della conoscenza da parte dei Paesi ricchi, mediante un utilizzo troppo rigido del diritto di proprietà intellettuale, specialmente nel campo sanitario. Nello stesso tempo, in alcuni Paesi poveri persistono modelli culturali e norme sociali di comportamento che rallentano il processo di sviluppo. (n.22)

Progresso integrale: Va tuttavia sottolineato come non sia sufficiente progredire solo da un punto di vista economico e tecnologico. Bisogna che lo sviluppo sia anzitutto vero e integrale. L'uscita dall'arretratezza economica, un dato in sé positivo, non risolve la complessa problematica della promozione dell'uomo. (n.23)

Precarietà lavorativa: Quando l'incertezza circa le condizioni di lavoro, in conseguenza dei processi di mobilità e di deregolamentazione, diviene endemica, si creano forme di instabilità psicologica, di difficoltà a costruire propri percorsi coerenti nell'esistenza, compreso anche quello verso il matrimonio. Conseguenza di ciò è il formarsi di situazioni di degrado umano, oltre che di spreco sociale. Rispetto a quanto accadeva nella società industriale del passato, oggi la disoccupazione provoca aspetti nuovi di irrilevanza economica e l'attuale crisi può solo peggiorare tale situazione. L'estromissione dal lavoro per lungo tempo, oppure la dipendenza prolungata dall'assistenza pubblica o privata, minano la libertà e la creatività della persona e i suoi rapporti familiari e sociali con forti sofferenze sul piano psicologico e spirituale. (n.25)

L’uomo, il primo capitale: Desidererei ricordare a tutti, soprattutto ai governanti impegnati a dare un profilo rinnovato agli assetti economici e sociali del mondo, che il primo capitale da salvaguardare e valorizzare è l'uomo, la persona, nella sua integrità: “L'uomo infatti è l'autore, il centro e il fine di tutta la vita economico-sociale” (n.25)

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domenica 8 novembre 2009

149 - TESTIMONE DELLA CARITA’

Lo scorso 25 ottobre in piazza Duomo è stato beatificato Don Carlo Gnocchi. Nel saluto al termine dell’Angelus di domenica 25 ottobre papa Benedetto XVI ha ricordato la figura di don Carlo: “Egli fu dapprima un valido educatore di ragazzi e giovani. Nella seconda guerra mondiale divenne cappellano degli alpini, con i quali fece la tragica ritirata di Russia, scampando alla morte per miracolo. Fu allora che progettò di dedicarsi interamente ad un’opera di carità. Così, nella Milano in ricostruzione, don Gnocchi lavorò per “restaurare la persona umana” raccogliendo i ragazzi orfani e mutilati e offrendo loro assistenza e formazione. Diede tutto se stesso fino alla morte, e morendo donò le cornee a due ragazzi ciechi”.

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Oggi la Chiesa ambrosiana celebra la Giornata diocesana della carità.

Presentiamo alcuni pensieri del nostro nuovo beato don Carlo Gnocchi, che seppe vivere tutta la sua vita all’insegna della carità e del dono di sé.

“L’unica ricchezza che tutti possediamo e possiamo donare è quella di volere bene. Poi il fare il bene diventa una necessità e una dolcezza. Solo la carità resta e sarà la nostra ricchezza nella vita a venire””.

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“Di una cosa sola ha bisogno il mondo e per questa bisogna lottare: di carità e di amore evangelico. Ciascuno di noi ha il dovere di anticipare e attuare, per quanto gli compete, l’avvento della carità. E’ bene poca cosa quello che un uomo può fare, si sa. E’ una goccia di dolcezza in un oceano amarissimo. Ma pure il mare è formato da tante gocce.

Basta che ognuno porti la sua… non scoraggiatevi dunque se di fronte al molto che resta da fare la vostra opera appare piccola e insufficiente. Dio sa le nostre possibilità”.

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“Desidero e prego dal Signore una sola cosa: servire per tutta la vita i suoi poveri. Ecco la mia “carriera”. Purtroppo non so se di questa grande grazia ne sono degno, perché si tratta di un privilegio. E’ questo che ti rende e renderà sempre più vicino a Dio, perché Dio è tutto qui, nel fare del bene a quelli che soffrono e hanno bisogno di un aiuto materiale e morale. Il Cristianesimo, a quelli che lo capiscono veramente, non domanda altro. Tutto il resto viene dopo e viene da sé”.

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venerdì 6 novembre 2009

148 - NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL’UNIVERSO

È l’ultima domenica dell’Anno liturgico in rito ambrosiano, nella visione del Cristo crocifisso, vuole additare alla Chiesa e al mondo il cuore e il centro della "storia" che, proprio grazie alla Pasqua del Signore, è attraversata da una concreta possibilità di salvezza offerta a tutti.

Il brano evangelico fa parte del racconto della crocifissione (Luca 23,26-56) e segue immediatamente la scarna descrizione della crocifissione stessa tra due "malfattori" (v 33), le parole di perdono di Cristo crocifisso e la spartizione delle sue vesti (v 34) e soprattutto lo scherno e la derisione dei capi del popolo (v 35) ai quali si uniscono anche i soldati (v 36). I primi ridicolizzano Gesù nella sua pretesa messianica sbugiardata dal fatto che non è in grado di "salvare sé stesso", mentre i soldati lo deridono per la sua qualità "politica" di "re dei Giudei", titolo che per spregio compare pure sulla scritta posta sopra la croce (v 38).

Ai capi e ai soldati si associa nella derisione e nell’insulto uno dei due "malfattori" appesi come Gesù alla croce. Egli, con rabbia, denuncia l’inconsistenza della pretesa messianica di Gesù, che, a differenza del Messia promesso da Dio, non è capace di procurare "salvezza". Per i contemporanei di Gesù, rappresentati dai capi, dai soldati e dal "malfattore", la salvezza era concepita come salvezza di natura "politica" o "spettacolare-miracolistica" come sarebbe, quella di scendere dalla Croce! Ma nel disegno di Dio, l’incomprensione, la non accettazione, la persecuzione e la derisione del Signore crocifisso in cui viene raggiunto il punto estremo dello svuotamento della sua condizione divina e della sua umiliazione (cfr. Epistola: Filippesi 2,7-8), lo accredita, al contrario, come quel "servo" «disprezzato, rifiutato dalle nazioni, schiavo dei potenti» (Lettura: Isaia 49,7) che Dio invece stabilisce come «luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra» (v 6).

Nell’altro malfattore che si rivolge al crocifisso chiamandolo per nome: Gesù! Ovvero riconoscendo che in lui, Dio "salva" (vv 40-42) la promessa profetica è avverata. In Gesù la salvezza fa il suo efficace ingresso nella storia e nell’umanità. Il Crocifisso, infatti, è in grado di riaprire le porte del Paradiso sigillato a causa del peccato di Adamo ovvero di far entrare, chi a lui si affida, in quella comunione di vita che lo unisce al Padre.

Questa domenica, con la scena solenne di Cristo crocifisso costituito re dell’universo, chiude il corrente anno liturgico e pone, così, nella luce della croce del Signore, e dunque della Pasqua, il nuovo anno che sta per iniziare con il tempo dell’Avvento. Cristo Gesù, "esaltato" sulla croce, è all’inizio, al centro, e al termine dei tempi e della storia che, grazie a lui, diventa lo spazio dove la salvezza, concretamente offerta al "malfattore", che lo invoca, deve raggiungere tutte le nazioni, tutte le genti, tutti gli uomini compresi quelli che, come "i soldati" e "uno dei malfattori" scuotono il capo increduli davanti a lui.

La preghiera liturgica, penetrando in profondità la Scrittura con la guida dello Spirito, vede nell’evento "storico" della croce non solo il «compimento della nostra salvezza», bensì la solenne proclamazione e costituzione di Gesù crocifisso quale «Signore di tutte le creature», che una volta "ricapitolate" in lui dalla dispersione frutto del peccato, egli può presentare a Dio come «regno universale ed eterno: regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace» (Prefazio).

Nel solenne raduno eucaristico, specialmente domenicale, la Chiesa, riproponendo "nel mistero" la Croce del Signore, ne annunzia l’intatta efficacia salvifica "oggi", qui e adesso, e anticipa il giorno felice in cui tutti potremo «regnare nella gloria senza fine con lui, che vive e regna nei secoli dei secoli» (Orazione dopo la Comunione).

(A.Fusi)

mercoledì 4 novembre 2009

147 - A CHI È AFFIDATO IL DEPOSITO DELLA FEDE?

Il deposito della fede è affidato dagli Apostoli alla totalità della Chiesa. Tutto il popolo di Dio, con il senso soprannaturale della fede, sorretto dallo Spirito Santo e guidato dal Magistero della Chiesa, accoglie la Rivelazione divina, sempre più la comprende e la applica alla vita.

(dal Compendio del catechismo della Chiesa Cattolica, nr.15).

To whom is the deposit of faith entrusted?

The Apostles entrusted the deposit of faith to the whole of the Church. Thanks to its supernatural sense of faith the people of God as a whole, assisted by the Holy Spirit and guided by the Magisterium of the Church, never ceases to welcome, to penetrate more deeply and to live more fully from the gift of divine revelation.

(Compendium of the Catechism of the Catholic Church, nr. 15)

¿A quién ha sido confiado el depósito de la fe?

El depósito de la fe ha sido confiado por los Apóstoles a toda la Iglesia. Todo el Pueblo de Dios, con el sentido sobrenatural de la fe, sostenido por el Espíritu Santo y guiado por el Magisterio de la Iglesia, acoge la Revelación divina, la comprende cada vez mejor, y la aplica a la vida.

(Compendio del Catecismo de la Iglesia Católica, n.15)

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martedì 3 novembre 2009

146 - SAN CARLO: UNA VITA DONATA

Che cosa ha fatto San Carlo Borromeo?

Ha rischiato, ha donato la vita. Mentre la peste divorava la città si è buttato dentro a questo flagello, non come mercenario, che stava lontano dagli appestati, ma come il buon pastore, che stava in mezzo ad essi, senza paura della morte.

Egli non ha lasciato nessuna autobiografia, nessuno scritto spirituale, che ci parli del suo segreto, della sua interiorità, della sua preghiera. Come testimonianza della sua preghiera abbiamo alcuni quadri che lo mostrano estatico o in lacrime in venerazione del Crocefisso.

Se San Carlo viveva nella sua interiorità segreta una inesauribile capacità di lode e di sofferenza (che sono, come testimoniano i Salmi, le due facce della preghiera dell’uomo), la sofferenza era quella che probabilmente prevaleva all’esterno.

San Carlo è stato l’uomo della preghiera, delle lacrime, della penitenza intesa non come opera eroica, ma come partecipazione misteriosa, appassionata alle sofferenze di Cristo, al suo entrare nel fondo del peccato del mondo, cogliendo l’assurdità del rifiuto di Dio, vivendone il brivido fino quasi allo scoppio del cuore e alla divisione dell’animo.

San Carlo è uno di quei grandi testimoni che sono penetrati fino al fondo di questo mistero, hanno bevuto le ultime gocce di questo calice amaro e hanno saputo quindi conoscere con lucidità il tempo, le cose, la storia.

(Cardinale Carlo Maria Martini, Omelia per la Solennità di San Carlo, 1983).

AUGURI DI BUON ONOMASTICO

AL CARDINALE CARLO MARIA MARTINI !

lunedì 2 novembre 2009

145 - SAN CARLO NELL'ARTE

Un appuntamento che si ripete ogni anno,ma solo in occasione della festa di san Carlo Borromeo: tra le navate della cattedrale vengono appese le grandi tele che illustrano la vita, e i miracoli, del vescovo milanese. Autentici, bellissimi capolavori della pittura lombarda del primo Seicento.

Due sono le serie dei grandi quadri ambrosiani. Il primo ciclo pittorico è riferito ai Fatti della vita del beato Carlo, e consta di 28 teleri di notevoli dimensioni (sei metri di base per qusi cinque di altezza), realizzati a tempera forte e dovuti al pennello di celebri maestri del Seicento. Il secondo, invece, ha per oggetto i Miracoli di san Carlo , e comprende altrettante tele, di minore grandezza rispetto al primo ciclo ma non di minore importanza, e in buona parte opera dei medesimi artisti. L'insieme dei dipinti rappresenta quindi una grandiosa rassegna della pittura manierista lombarda.

Mentre dunque laici e religiosi sollecitavano l'avvio del processo di canonizzazione del Borromeo, nel settembre del 1602 la Fabbrica del Duomo decise di rendere un eccezionale omaggio alla memoria di Carlo con una serie di dipinti imponenti che raccontassero gli episodi salienti della sua esistenza. Tale memoria, secondo canoni estetici già chiariti dall'arcivescovo Federico Borromeo, doveva mirare all'espressione degli affetti con commozione ma anche con decoro, rispettando soprattutto l'esattezza storica dei fatti rappresentati.
Per quanto riguarda i soggetti dei singoli quadri, fin dall'inizio venne prediletto il tema dell'azione di Carlo durante la peste, sublime prova di umiltà, carità e responsabilità. E alle medesime qualità evangeliche fanno riferimento anche le tele che rappresentano il santo vescovo rinunciare a titoli e rendite, distribuendo ai bisognosi i propri beni, nonchè quelle che evidenziano quel suo stile di vita estremamente sobrio ed ascetico.

di Luca Frigerio

144 - SAN CARLO BORROMEO – 4 novembre

San Carlo era nato nel 1538 nella Rocca dei Borromeo, padroni e signori del Lago Maggiore e delle terre rivierasche. Era il secondo figlio del Conte Giberto e quindi, secondo l'uso delle famiglie nobiliari, fu tonsurato a 12 anni. Il giovane prese la cosa sul serio: studente a Pavia, dette subito prova delle sue doti intellettuali. Chiamato a Roma, venne creato Cardinale a soli 22 anni. Gli onori e le prebende piovvero abbondanti sul suo cappello cardinalizio, poiché il Papa Pio IV era suo zio. Inviato al Concilio di Trento vi fu, secondo la relazione di un ambasciatore, " più esecutore di ordini che consigliere ". Ma si rivelò anche un lavoratore formidabile, un vero forzato della penna e della carta.

Nel 1562, morto il fratello maggiore, avrebbe potuto chiedere la secolarizzazione, per mettersi a capo della famiglia. Restò invece nello stato ecclesiastico, e fu consacrato Vescovo nel 1563, a 25 anni.

Entrò trionfalmente a Milano, destinata ad essere il campo della sua attività apostolica. La sua arcidiocesi era vasta come un regno, stendendosi su terre lombarde, venete, genovesi e svizzere. Il giovane Vescovo la visitò in ogni angolo, preoccupato della formazione del clero e delle condizioni dei fedeli. Fondò seminari, edificò ospedali e ospizi. Profuse, inoltre, a piene mani, le ricchezze di famiglia in favore dei poveri.

Nello stesso tempo, difese i diritti della Chiesa contro i signorotti e i potenti. Riportò l'ordine e la disciplina nei conventi, con un tal rigore da buscarsi un colpo d'archibugio, sparato da un frate indegno, mentre pregava nella sua cappella. La palla non lo colpì. La sua attività apparve prodigiosa, come organizzatore e ispiratore di confraternite religiose, di opere pie, di istituti benefici.

Milano, durante il suo episcopato, rifulse su tutte le altre città italiane. Da Roma, i Santi della riforma cattolica guardavano ammirati e consolati al Borromeo, modello di tutti i Vescovi. Ma per quanto robusta, la sua fibra era sottoposta a una fatica troppo grave. Bruciato dalla febbre, continuò le sue visite pastorali, senza mangiare, senza dormire, pregando e insegnando.

"Le anime – diceva San Carlo Borromeo - si conquistano con le ginocchia". Si conquistano cioè con la preghiera, e preghiera umile. San Carlo Borromeo fu uno dei maggiori conquistatori di anime di tutti i tempi.

Fino all'ultimo, continuò a seguire personalmente tutte le sue fondazioni, contrassegnate dal suo motto, formato da una sola parola: Humilitas.

Il 3 novembre dei 1584, il Vescovo di Milano crollò sotto il peso della sua insostenibile fatica. Aveva soltanto 46 anni, e lasciava ai Milanesi il ricordo di una santità seconda soltanto a quella di un altro grande Vescovo milanese, Sant'Ambrogio.

domenica 1 novembre 2009

143 - COMUNICARE CON I NOSTRI MORTI

E’ possibile comunicare con i morti. Essi ci conoscono e, pur essendo ora in cielo presso Dio, conoscono il mondo che hanno lasciato, ne conoscono prima di tutto il rapporto con Dio e con i suoi piani eterni che possono ormai contemplare. A partire da Dio quindi conoscono le nostre cose, i nostri problemi e ne parlano tra loro e con Dio.

Essi non soltanto ci conoscono, ma ci sono vicini. E’ vero che hanno lasciato il mondo per abitare dove sono i corpi gloriosi di Gesù e Maria, cioè al di fuori e al di là di tutto l’universo.

Ma intervengono ancora nel mondo e vi sono presenti con la loro preghiera, con la forza del loro amore, con le ispirazioni che ci offrono, con gli esempi che ci ricordano, con gli effetti delle loro intercessioni.

L’amore che hanno nutrito per le persone care, per noi, per me, per voi, non l’hanno perduto. Lo conservano in cielo, trasfigurato e non abolito dalla gloria.

Genitori, parenti, amici cari parlano a Dio di noi, e gli presentano le nostre intenzioni e le nostre difficoltà. Pregano in nostro favore perché questi interessi, intenzioni, valori crescano in noi e siano portati a quella perfezione che ci permetterà di godere, un giorno, il volto di Dio con loro e come loro.

C’è un modo di presenza dei nostri morti che vorrei sottolineare.

Essi sono presenti presso ogni tabernacolo e presso ogni altare in cui si celebra l’Eucarestia. Nell’Eucarestia c’è Gesù risorto, c’è la forza della sua risurrezione, e con Gesù risorto, sono presenti tutti i santi, tutti coloro che sono morti nel Signore. Sono presenti con la loro adorazione e con il loro amore per Gesù che è anche amore per noi che siamo attorno all’Eucarestia.

E sono presenti, in particolare, quelli che ci amano di più, che ci sono cari, e che con noi adorano Gesù.

E’ vero che c’è e rimane un terribile velo tra il mondo visibile e quello invisibile. Tuttavia è altrettanto vero che l’amore è più forte della morte e l’amore di Cristo riempie il cuore e la vita dei nostri cari defunti. Lo stesso amore di carità che è in noi è in loro, anche se in loro è in pienezza.

E, proprio a partire da questa pienezza, essi ci raggiungono e noi pure ci congiungiamo con loro, con il nostro amore e con la nostra preghiera.

Abbiamo nella fede, nella preghiera e nell’Eucarestia il mezzo, il luogo e l’ambiente per una reale comunicazione di amore con i defunti.

(Cardinale Martini, Omelia nella commemorazione dei defunti, 1983)

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142 - IL RICORDO DEI MORTI

Non c'è nulla che possa sostituire l'assenza di una persona a noi cara.

Non c'è alcun tentativo da fare, bisogna semplicemente tenere duro e sopportare.

Ciò può sembrare a prima vista molto difficile, ma è al tempo stesso una grande consolazione, perché finché il vuoto resta aperto si rimane legati l'un l'altro per suo mezzo.

È falso dire che Dio riempie il vuoto; Egli non lo riempie affatto, ma lo tiene espressamente aperto, aiutandoci in tal modo a conservare la nostra antica reciproca comunione, sia pure nel dolore.

Ma la gratitudine trasforma il tormento del ricordo in una gioia silenziosa.

I bei tempi passati si portano in sé non come una spina, ma come un dono prezioso.

Bisogna evitare di avvoltolarsi nei ricordi, di consegnarci ad essi; così come non si resta a contemplare di continuo un dono prezioso, ma lo si osserva in momenti particolari e per il resto lo si conserva come un tesoro nascosto di cui si ha la certezza.

Allora sì che dal passato emanano una gioia e una forza durevoli.

(Dietrich Bonhoeffer)

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