Parrocchia S. Gerolamo Emiliani di Milano - Blog

Il Blog "Insieme per..." vuole proporre spunti di riflessione e di condivisione per costruire insieme e fare crescere la comunità della parrocchia di San Gerolamo Emiliani di Milano, contribuendo alla diffusione del messaggio evangelico.

sabato 29 novembre 2014

998 - AVVENTO: ATTESA E PAZIENZA

" La venuta del Signore impone al cristiano attesa di ciò che sta per venire e pazienza verso ciò che non sa quando verrà. E la pazienza è l'arte di vivere l'incompiuto, di vivere la parzialità e la frammentazione del presente senza disperare. Essa non è soltanto la capacità di sostenere il tempo, di rimanere nel tempo, di perseverare, ma anche di sostenere gli altri, di sopportarli, cioè di assumerli con i loro limiti e portarli. Ma è l'attesa del Signore, l'ardente desiderio della sua venuta, che può creare uomini e donne capaci di pazienza nei confronti del tempo e degli altri."
(Enzo Bianchi, Le parole della spiritualità, BUR, 2014, pag. 54)

997 - APOSTOLATO DELLA PREGHIERA - DICEMBRE 2014

INTENZIONE GENERALE
"Perché la nascita del Redentore porti pace, e speranza, a tutti gli uomini".

INTENZIONE MISSIONARIA
"Perché i genitori siano autentici evangelizzatori, trasmettendo ai figli il prezioso dono della fede".

INTENZIONE DEI VESCOVI
"Perché, nei credenti, cresca il desiderio di annunciare con gioia il Cristo, luce delle genti".

sabato 22 novembre 2014

996 - 2 DOMENICA DI AVVENTO 2014

Nelle prossime due domeniche saremo accompagnati dalla figura di Giovanni Battista. Nel Vangelo di oggi la parola chiave è «conversione». Il tempo del Vangelo inizia con la predicazione di Giovanni Battista. Per incontrare Gesù è necessario un percorso di “avvicinamento”: a questo serve il battesimo di penitenza praticato da Giovanni. L’appello è chiaro: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». Questa formula è molto densa e vuole significare l’attesa e l’attenzione necessarie per poter riconoscere Gesù quando si presenterà nel suo Natale.
Anche il nostro Avvento, allora, ha bisogno di un “battesimo di penitenza”, cioè di una verifica per capire come e cosa fare per essere pronti quando il Signore verrà. Il Vangelo di oggi ci prende per mano e ci guida in quattro passaggi. Il primo: quale conversione? L’appello di Giovanni è rivolto alla nostra libertà, al luogo dove prendiamo le decisioni; letteralmente la parola greca che noi traduciamo con “conversione” andrebbe tradotta con “cercate di cambiare modo di pensare”.
Dunque devo chiedermi qual è il mio orientamento di fondo e da che parte sta andando la mia vita; ci si riferisce alla vita di fede, cioè alla decisione bella, libera, totale e semplice a favore di Gesù e dello stare con lui. Chi sta con Gesù sul serio e non per abitudine, inevitabilmente cambia modo di pensare; per questo le persone troppo legate alle loro idee, al loro passato, a forme determinate di religiosità fanno fatica a incontrare il Signore; in questo caso non c’è la fede dei poveri, ma c’è una povera fede. Il secondo: riconoscere il limite. Aspetto il mio Salvatore solo se ho coscienza che da solo non ce la farò mai a salvarmi. Io sono povero e incapace di fare un passo verso la salvezza; posso fare molto, ma non posso allungare neppure di un istante la mia vita e non ho idea (nessuno ha idea) di come fare per “uscire vivo dalla vita”. Questo è il Vangelo: Gesù solo è il “Salvatore della vita”.Non basta dire: «Sono battezzato» (nel Vangelo di oggi si dice «abbiamo Abramo per Padre»).
La scoperta del limite non mi umilia ma mi esalta; la mia libertà si carica di responsabilità per costruire il mondo secondo Dio e Dio, in Gesù, si prende cura di me e mette in salvo per l’eternità tutto l’amore che ho avuto nel cuore. Terzo: confessare la misericordia per scoprire il peccato. Il linguaggio del Battista è duro ma spinge a riconoscere l’amore di Dio e a prenderlo sul serio. Così, incamminandoci verso il Natale, dobbiamo confessare la misericordia di Dio perché il suo perdono gratuito e il nostro pentimento ci facciano scoprire – da cristiani liberi e non da sudditi spaventati – il nostro peccato.
Il perdono di Dio precede la scoperta del nostro peccato perché Dio è amore e solo il suo amore mi fa dire «ma che stupido sono stato! Come ho fatto a non vedere un amore così grande e a perdermi inseguendo cose così piccole e brutte?».Quarto: avere il fuoco nelle ossa. Come faccio ad ascoltare un appello così esigente? Nella vita sono così distratto e spesso angosciato da tanti eventi che la misericordia di Dio, la mia conversione verso il Natale di Gesù, la necessità di una “mente elastica”… mi sembrano cose astratte. Eppure questo è il Vangelo: ogni momento dato a lui non tradisce ma – meraviglia! – rende il centuplo. Questo è il fuoco del Battesimo!
Don Luigi Galli

995 - LA CORONA DELL'AVVENTO

“La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolto” – “A quanti però l’hanno accolta ha dato il potere di diventare figli di Dio”: queste due espressioni del Vangelo di Giovanni, che si richiamano vicendevolmente, possono introdurci al tempo di Avvento, che è iniziato domenica scorsa.
In molte chiese è stata accesa la prima delle candele che indicano altrettante date del cammino verso il Natale.
Alcuni zelanti liturgisti non dimostrano eccessiva letizia per la “corona d’Avvento”: dicono che non è un segno liturgico, ma solo una tradizione che proviene dal mondo della riforma protestante. Hanno in parte ragione: quel simbolo non è un segno che esprime il Mistero, ma la liturgia è fedele anche all’umanità, agli uomini e alle donne del nostro tempo che comprendono i messaggi più attraverso i “segni” che non attraverso le “parole”. Gesù, infatti, parlava con parabole e annunciava la buona novella con “segni” umani (pane, vino, acqua, fango, imposizione delle mani…) senza ostentare posture ieratiche e sacrali, senza indossare paramenti sontuosi e barocchi (solo durante l’ultima cena si cinse il grembo con un grembiule!).
La “corona d’Avvento”, anche se originaria dalla riforma, è un segno, oltretutto, ecumenico che riunisce nel mistero del Natale cattolici, protestanti, anglicani. Penso che questo segno, così umano e semplice possa diffondere un anelito di mistero: l’inverno oscuro, i ceri ardenti, il cui numero cresce di domenica in domenica, simboleggiano l’oscurità che si allontana, finché, nel nostro rito ambrosiano, tutte e sei saranno accese: la pienezza del tempo apparirà allora nella luce.
Mentre la fiamma si fa progressivamente più splendente, nell’ombra che avvolge le giornate più corte dell’anno, la cera si scioglie. Nell’attesa, anche gli animi si consumano. Nella luce che aumenta, cresce la speranza e quando, nella notte santa, tutti i ceri saranno accesi, risorgerà la luce splendente del Natale. Si attenderà quella notte vegliando. Si abbandonerà la dolcezza della casa e ci si avvierà verso la chiesa in mezzo all’oscurità e alla nebbia che avvolgono le strade. Ricorderemo che Dio si è fatto uomo nella notte perché noi potessimo credere che Egli può illuminare qualsiasi tempo. Quella notte è un nuovo principio. Dai fondali dell’anima saliranno e si ingigantiranno le ombre, ma nella luce tutto riacquisterà la sua dimensione.
Cadranno le maschere e ogni uomo, davanti al Bambino nato e al pane spezzato condiviso da tutti nel vincolo della carità, apparirà quello che è: povero di relazioni autentiche e di veri sentimenti, nudo d’amore, assetato di concordia.
Le tenebre che sembravano avere il sopravvento nel mondo – l’odio, la guerra, la fragilità, la fame, l’ingiustizia, la persecuzione – saranno squarciate dalla luce.
Durante il nuovo anno, che presto giungerà, si accenderanno altre candeline: quelle sulla torta dei compleanni, quella della “Candelora”, quella, tremula e solenne, della veglia pasquale, quelle del Battesimo. Esse segneranno il tempo che trascorre e la nostra incapacità di viverlo in pienezza. Sforzandoci di accettarlo nella sua realtà, il “passato” da rievocare senza rimpianti e nostalgia, trasmettendolo ai figli e ai nipoti, diventerà “presente” da vivere per preparare il “futuro” che sta oltre la frontiera della morte, “nell’attesa della Sua venuta”.
Edoardo Zin - 21/11/2014, in
http://www.rmfonline.it/

994 - LA VOCAZIONE ALLA SANTITA'

Cari fratelli e sorelle,

un grande dono del Concilio Vaticano II è stato quello di aver recuperato una visione di Chiesa fondata sulla comunione, e di aver ricompreso anche il principio dell’autorità e della gerarchia in tale prospettiva. Questo ci ha aiutato a capire meglio che tutti i cristiani, in quanto battezzati, hanno uguale dignità davanti al Signore e sono accomunati dalla stessa vocazione, che è quella alla santità (cfr Cost. Lumen gentium, 39-42). Ora ci domandiamo: in che cosa consiste questa vocazione universale ad essere santi? E come possiamo realizzarla?

Innanzitutto dobbiamo avere ben presente che la santità non è qualcosa che ci procuriamo noi, che otteniamo noi con le nostre qualità e le nostre capacità. La santità è un dono, è il dono che ci fa il Signore Gesù, quando ci prende con sé e ci riveste di se stesso, ci rende come Lui. Nella Lettera agli Efesini, l’apostolo Paolo afferma che «Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa» (Ef 5,25-26). Ecco, davvero la santità è il volto più bello della Chiesa: è riscoprirsi in comunione con Dio, nella pienezza della sua vita e del suo amore. Si capisce, allora, che la santità non è una prerogativa soltanto di alcuni: la santità è un dono che viene offerto a tutti, nessuno escluso, per cui costituisce il carattere distintivo di ogni cristiano.

Tutto questo ci fa comprendere che, per essere santi, non bisogna per forza essere vescovi, preti o religiosi... Tutti siamo chiamati a diventare santi! Tante volte, poi, siamo tentati di pensare che la santità sia riservata soltanto a coloro che hanno la possibilità di staccarsi dalle faccende ordinarie, per dedicarsi esclusivamente alla preghiera. Ma non è così! Qualcuno pensa che la santità è chiudere gli occhi e fare una faccia da immaginetta, no non è quella la santità; la santità è qualcosa di più grande, più profondo che ci dà Dio. Anzi, è proprio vivendo con amore e offrendo la propria testimonianza cristiana nelle occupazioni di ogni giorno che siamo chiamati a diventare santi. E ciascuno nelle condizioni e nello stato di vita in cui si trova. Tu sei consacrato o consacrata? Sii santo vivendo con gioia la tua donazione e il tuo ministero. Sei sposato? Sii santo amando e prendendoti cura di tuo marito o di tua moglie, come Cristo ha fatto con la Chiesa. Sei un battezzato non sposato? Sii santo compiendo con onestà e competenza il tuo lavoro e offrendo del tempo al servizio dei fratelli. Ma padre, io lavoro in una fabbrica, io lavoro da ragioniere sempre con i numeri, lì non si può essere santi; sì, si può! Lì dove lavori tu puoi diventare santo! Dio ti dà la grazia di diventare santo. Dio comunica con te sempre, in ogni posto si può diventare santo, cioè aprirsi a questa grazia che ci lavora dentro e ci porta alla santità. Sei genitore o nonno? Sii santo insegnando con passione ai figli o ai nipoti a conoscere e a seguire Gesù. E ci vuole tanta pazienza per questo, per essere un buon genitore un buon nonno, una buona madre, una buona nonna, ci vuole tanta pazienza e in questa pazienza viene la santità, esercitando la pazienza. Sei catechista, educatore o volontario? Sii santo diventando segno visibile dell’amore di Dio e della sua presenza accanto a noi. Ecco: ogni stato di vita porta alla santità, sempre! A casa tua, sulla strada, nel lavoro, in chiesa, in qualsiasi momento e stato di vita, è stata aperta la strada verso la santità; non scoraggiatevi di andare su questa strada! È Dio che ti dà la grazia! L’unica cosa che chiede il Signore è che noi siamo in comunione con Lui e al servizio dei fratelli.

A questo punto, ciascuno di noi può fare un po’ di esame di coscienza: adesso possiamo farlo, ognuno risponde dentro di sé, in silenzio. Come abbiamo risposto finora alla chiamata del Signore alla santità? Ho voglia di diventare un po’ migliore? Di essere più cristiano, più cristiana? Questa è la strada della santità. Quando il Signore ci invita a diventare santi, non ci chiama a qualcosa di pesante e di triste, tutt’altro! È l’invito a condividere la sua gioia, a vivere e a offrire con gioia ogni momento della nostra vita, facendolo diventare allo stesso tempo un dono d’amore per le persone che ci stanno accanto. Se comprendiamo questo, tutto cambia e acquista un significato nuovo, un significato bello, a cominciare dalle piccole cose di ogni giorno. Un esempio: una signora va al mercato a fare la spesa, trova una vicina e cominciano a parlare e poi vengono le chiacchiere, e questa signora dice: no, io non sparlerò di nessuno; ecco, quello è un passo verso la santità! Questo ti aiuta a diventare più santo. Poi, a casa tua il figlio ti chiede di parlare un po’ delle sue cose fantasiose e tu dici sono tanto stanco, ho lavorato tanto; ma tu accomodati e ascolta tuo figlio che ha bisogno e tu lo ascolti con pazienza: questo è un passo verso la santità! Poi finisce la giornata, siamo

stanchi tutti, ma facciamo la preghiera: quello è un altro passo verso la santità! Poi arriva la domenica e andiamo alla Messa a fare la comunione, alcune volte una bella confessione che ci pulisca un po’: questo è un passo verso la santità! Poi la Madonna, tanto buona, tanto bella, prendo il rosario e la prego: questo è un passo verso la santità! Tanti piccoli passi verso la santità! Poi vado per strada e vedo un povero, un bisognoso, mi fermo ci parlo, gli do qualcosa: questo è un passo alla santità! Piccole cose sono piccoli passi verso la santità! Ogni passo verso la santità ci renderà delle persone migliori, libere dall’egoismo e dalla chiusura in se stesse, e aperte ai fratelli e alle loro necessità.

Cari amici, nella Prima Lettera di san Pietro ci viene rivolta questa esortazione: «Ciascuno viva secondo la grazia ricevuta, mettendola a servizio degli altri, come buoni amministratori di una multiforme grazia di Dio. Chi parla, lo faccia come con parole di Dio; chi esercita un ufficio, lo compia con l’energia ricevuta da Dio, perché in tutto venga glorificato Dio per mezzo di Gesù Cristo» (4,10-11). Ecco l’invito alla santità! Accogliamolo con gioia, e sosteniamoci gli uni gli altri, perché il cammino verso la santità non si percorre da soli, ognuno per conto proprio non può farlo, ma si percorre insieme, in quell’unico corpo che è la Chiesa, amata e resa santa dal Signore Gesù Cristo. Andiamo avanti con coraggio in questa strada della santità!
Grazie.
Papa Francesco, Udienza generale del 19 novembre 2014

sabato 15 novembre 2014

993 - PRIMA DOMENICA DI AVVENTO AMBROSIANO

Inizia con questa domenica l’Avvento ambrosiano. Avvento significa «arrivo di qualcuno» e quindi anche «attesa» di chi lo sta aspettando. La vita quotidiana del cristiano è fatta – come quella di ogni essere umano – di tempo e il tempo porta con sé la memoria del passato, la fede del presente, la fiduciosa speranza del futuro. Ogni secondo del tempo che ci è dato contiene queste tre dimensioni.
Il Vangelo della prima domenica di Avvento (Marco 13,1-27) ce lo dice con chiarezza: «Badate a voi stessi», cioè guardate dentro il vostro cuore. Nel cuore trovo la memoria della vita di Gesù, la gioia della presenza dello Spirito Santo che me lo fa amare e l’attesa dell’incontro faccia a faccia quando il Signore tornerà nella gloria. Riprendiamo queste tre dimensioni del tempo a partire dal Vangelo di oggi. La memoria del passato: l’Avvento ci orienta al Natale di Gesù. Gesù è nato tanto tempo fa e io vivo, nell’oggi dell’Eucaristia, la memoria e, dunque, l’attesa di quella nascita.
La gioia del presente: il Vangelo mi annuncia che, nel tempo che vivo, è presente lo Spirito Santo che tiene viva la fede in Gesù. Il nostro presente si manifesta spesso abitato dalla paura. Il linguaggio apocalittico del Vangelo è usato per descrivere la catastrofe della distruzione del tempio di Gerusalemme; lo stesso linguaggio potremmo usarlo noi, oggi, per descrivere la paura suscitata da tanti eventi. C’è paura nel mondo e nella Chiesa. Ma c’è anche una luce che risplende agli occhi di chi la sa vedere: quella dei martiri. Da quando Gesù è risorto la Chiesa mai ha avuto tanti martiri, che ci dicono che la fede in Gesù è ancora possibile perché, anche oggi, si può amarlo con tutto il cuore fino all’ultima goccia.
La fiduciosa speranza del futuro: il Vangelo e la venuta di Gesù ci dicono che il futuro è nelle mani di Dio e, perciò, il futuro sarà un tempo di misericordia e di pace. Con l’Avvento di Cristo, il mondo è posto nelle mani del Padre. La fatica della nostra fede consiste nell’attesa di ciò che è anticipato nella speranza.
Don Luigi Galli, assistente pastorale pressol' Università Cattolica

992 - LA VENUTA DEL SIGNORE

Con il tempo di Avvento si apre il cammino di un nuovo anno liturgico e stiamo richiamati al dovere della vigilanza. La liturgia, attraverso un linguaggio simbolico che chiede di essere interpretato correttamente, è annuncio della venuta del Signore.
I segni che vengono evocati non devono suscitare timore o smarrimento: non dobbiamo cercare di fuggire dalle difficoltà e dalle situazioni di profonda precarietà dell'esistenza quotidiana, ma orientare la nostra vita al Signore.
Il discepolo non vive nell'ansiosa attesa della "fine", ma nella certezza del compimento della storia. Per questo risuonano più che mai attuali le parole di Gesù: "Badate che nessuno vi inganni! Non allarmatevi: chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato".
 

venerdì 7 novembre 2014

991 - CRISTO RE DELL'UNIVERSO

Guardando a questo ultimo tempo della storia, che è la manifestazione definitiva del regno di Dio, comprendiamo come esso si manifesti solo nel mistero, in piccoli gesti simbolici ma significativi. 

Oggi per la Chiesa ambrosiana è l'ultima domenica dell'anno liturgico e si celebra la festa di nostro Signore Gesù Cristo re dell'universo. Non è facile cogliere come la regalità di Cristo appaia nella storia dell'umanità, piena di crudeltà e di violenze.
Occorre partire dal principio che la festa di Cristo Re dell'universo si svolge secondo due tempi: il primo è quello attuale, nascosto nel mistero. Il secondo è quello definitivo. Esso è il punto di arrivo di tutta la storia dell'umanità (e non solo della storia della Chiesa) e ne costituisce il punto di riferimento. 
Noi siamo in attesa di questo traguardo finale e puntiamo tutto su di esso. Non sarà semplicemente una glorificazione dei singoli e delle loro virtù, ma sarà la pienezza di vita nell'insieme dell'umanità, una sola cosa con Dio Padre, piena di meravigliosa trasparenza reciproca. 
in Carlo Maria Martini, Colti da stupore, pag. 29

venerdì 31 ottobre 2014

990 - COMMEMORAZIONE DEI SANTI E DEFUNTI

Il giorno successivo alla festa dei Santi e delle Sante è il giorno che la Chiesa cattolica dedica alla commemorazione di tutti i defunti. Le due memorie sono logiche e connesse. Il mistero della santità che ieri abbiamo assaporato oggi viene esteso a tutti i defunti che noi vogliamo ancora affidare alla paternità di Dio e nello stesso tempo vogliamo pregare perché siano essi ad intercedere per noi che restiamo ancora pellegrini in cammino verso la Santa Gerusalemme. La commemorazione ha origini antiche e si perdono nella notte dei tempi. Il culto dei morti è la prima forma di religione primitiva che in epoca romana assume la forma del culto dei Lari1, dopo esse-re passati attraverso l’Ade dei Greci e il mondo dell’aldilà della cultura dell’Egitto dei Faraoni.
La commemorazione dei defunti sopravvive alle epoche e ai culti, all’ateismo e all’indifferentismo: dall’antica Roma, alle civiltà celtiche, dal Messico alla Cina, dalla notte dei tempi ai nostri giorni in questi giorni i cimiteri diventano luoghi di mesto pellegrinaggio, di visite alle tombe, ovunque con un solo obiettivo: consolare in qualche modo le anime dei defunti perché proteggano al vita dei viventi sulla terra. Con il passare del tempo questa ricorrenza come sempre diventò un momento pagano, senza alcun riferimento religioso, espressione di esorcismo delle paure che il lungo inverno con il suo messaggio di morte porta con sé. I defunti non sono più a-mici e protettore, ma pericolo e spiriti maligni. La tradizione celtica esprime questa realtà per cui la ricorrenza oggi restaurata di
Halloween (che in origine era Hallowmass: Santificazione/Messa in onore dei Santi), oggi è diventata un espediente economico che sfrutta le paure ancestrali a scapito di una riflessione seria e spirituale sul-la morte e sulla vita. In memoria dei morti e per spaventarli ci si mascherava da santi, da angeli e diavoli con ma-schere ricavate da zucche essiccate o svuotate per esorcizzare la paura accendendo grandi falò che illuminavano la notte e sconfiggevano il buio.
Di fronte a questa degenerazione la Chiesa reagì con l’istituzione della solennità di Tutti Santi istituita da papa Bonifacio IV il 13 maggio del 610 per celebrare la memoria dei cristiani ammazzati per la fede. Nel 835 Papa Gregorio III (731-741) spostò la ricorrenza dal 13 maggio al 1 novembre, pensando in questo modo di dare un nuovo significato alla ricorrenza ormai divenuta pagana. Nel 998 Odilone abate di Cluny nel 1048 aggiunge-va al calendario cristiano il 2 novembre come data per commemorare i defunti. La possibilità concessa ad ogni prete di celebrare in questo giorno tre messe, nel 1748 era riservata alla Spagna fino al 1915 quando Benedetto XV la estese a tutta la Chiesa universale.
Noi celebriamo questa Eucaristia per tutti i defunti dei presenti e ognuno potrà al momento giusto nomi-narli uno per uno: dire il Nome significa evocare la Persona, il suo valore e la sua Presenza. Celebriamo questa Eucaristia anche per tutti i defunti di tutti gli amici che conosciamo attraverso internet e tutti insieme formiamo una sola comunità, una sola chiesa. Di ieri, di oggi e di domani. Possa lo Spirito Santo darci il «gusto» della mor-te perché possiamo assaporare e vivere la vita nel segno della Risurrezione.
don Paolo Farinella

mercoledì 29 ottobre 2014

989 - CHIEDIAMO DI NON ESSERE MOTIVO DI SCANDALO

Quando ci riferiamo alla Chiesa, però, immediatamente il pensiero va alle nostre comunità, alle nostre parrocchie, alle nostre diocesi, alle strutture nelle quale siamo soliti riunirci e, ovviamente, anche alla componente e alle figure più istituzionali che la reggono, che la governano. È questa la realtà visibile della Chiesa. Dobbiamo chiederci, allora: si tratta di due cose diverse o dell’unica Chiesa? E, se è sempre l’unica Chiesa, come possiamo intendere il rapporto tra la sua realtà visibile e quella spirituale?
Innanzitutto, quando parliamo della realtà visibile della Chiesa (abbiamo detto che sono due: la realtà visibile della Chiesa, quella che si vede e la realtà spirituale), non dobbiamo pensare solamente al Papa, ai Vescovi, ai preti alle suore, alle persone consacrate. La realtà visibile della Chiesa è costituita dai tanti fratelli e sorelle battezzati che nel mondo credono, sperano e amano.
Tante volte sentiamo dire: ‘la Chiesa non fa questo, la Chiesa non fa quello”, ma dimmi, chi è la Chiesa? I preti, i vescovi, il papa, la Chiesa siamo tutti! Tutti noi!
Tutti i battezzati siamo la Chiesa, la Chiesa di Gesù. Da tutti coloro che seguono il Signore Gesù e che, nel suo nome, si fanno vicini agli ultimi e ai sofferenti, cercando di offrire un po’ di sollievo, di conforto e di pace. Tutti quelli che fanno ciò che il Signore ci ha comandato fanno la Chiesa. Comprendiamo, allora, che anche la realtà visibile della Chiesa non è misurabile, non è conoscibile in tutta la sua pienezza: come si fa a conoscere tutto il bene che viene fatto? Tante opere di amore! Tante fedeltà nelle famiglie! Tanto lavoro per educare i figli e per trasmettere la fede. Tanta sofferenza nei malati che offrono le loro sofferenze al Signore. Questo non si può misurare. È tanto grande! Come si fa a conoscere tutte le meraviglie che, attraverso di noi, Cristo riesce ad operare nel cuore e nella vita di ogni persona? Vedete: anche la realtà visibile della Chiesa va oltre il nostro controllo, va oltre le nostre forze, ed è una realtà misteriosa, perché viene da Dio.
Per comprendere il rapporto, nella Chiesa, tra la sua realtà visibile e quella spirituale, non c’è altra via che guardare a Cristo, del quale la Chiesa costituisce il corpo e dal quale essa viene generata, in un atto di infinito amore. Anche in Cristo infatti, in forza del mistero dell’Incarnazione, riconosciamo una natura umana e una natura divina, unite nella stessa persona in modo mirabile e indissolubile. Ciò vale in modo analogo anche per la Chiesa. E come in Cristo la natura umana asseconda pienamente quella divina e si pone al suo servizio, in funzione del compimento della salvezza, così avviene, nella Chiesa, per la sua realtà visibile, nei confronti di quella spirituale. Anche la Chiesa, quindi, è un mistero, nel quale ciò che non si vede è più importante di ciò che si vede, e può essere riconosciuto solo con gli occhi della fede (cfr Cost. dogm. sulla Chiesa Lumen gentium, 8).
Nel caso della Chiesa, però, dobbiamo chiederci: come la realtà visibile può porsi a servizio di quella spirituale? Ancora una volta, possiamo comprenderlo guardando a Cristo. Cristo è il modello della Chiesa che è il suo corpo, modello di tutti i cristiani, di tutti noi. Quando si guarda Cristo non si sbaglia. Nel Vangelo di Luca si racconta come Gesù, tornato a Nazaret, come abbiamo sentito, dove era cresciuto, entrò nella sinagoga e lesse, riferendolo a se stesso, il passo del profeta Isaia dove sta scritto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore» (4,18-19). Ecco: come Cristo si è servito della sua umanità, perché era anche uomo, per annunciare e realizzare il disegno divino di redenzione e di salvezza, perché era Dio, così deve essere anche per la Chiesa. Attraverso la sua realtà visibile, tutto ciò che si vede: i sacramenti, la testimonianza di tutti noi cristiani, la Chiesa è chiamata ogni giorno a farsi vicina ad ogni uomo, a cominciare da chi è povero, da chi soffre e da chi è emarginato, in modo da continuare a far sentire su tutti lo sguardo compassionevole e misericordioso di Gesù.
Cari fratelli e sorelle, spesso come Chiesa facciamo esperienza della nostra fragilità e dei nostri limiti, tutti ne abbiamo. Tutti siamo peccatori. Tutti, nessuno tra tutti noi può dire ‘io non sono peccatore’. Se qualcuno di noi se la sente di non essere peccatore alzi la mano, vediamo quanti. Non si può. Tutti lo siamo. Questi limiti, questi nostri peccati, è giusto che procurino in noi un profondo dispiacere, soprattutto quando diamo cattivo esempio e ci accorgiamo di diventare motivo di scandalo. Quante volte abbiamo sentito nel quartiere ‘quella persona di là sta sempre in chiesa ma sparla di tutti, spella tutti’; che cattivo esempio sparlare dell’altro! Questo non è cristiano, è un cattivo esempio. Così diamo un cattivo esempio: ‘se questo è un cristiano, io mi faccio ateo’. La nostra testimonianza è quella che fa capire cosa significa essere cristiano! Chiediamo di non essere motivo di scandalo. Chiediamo allora il dono della fede, perché possiamo comprendere come, nonostante la nostra pochezza e la nostra povertà, il Signore ci ha reso davvero strumento di grazia e segno visibile del suo amore per tutta l’umanità. Possiamo diventare motivo di scandalo, ma possiamo anche diventare motivo di testimonianza: essere testimone che con la nostra vita diciamo ‘così Gesù vuole che noi facciamo’.
Grazie.
Papa Francesco, Udienza generale 29 ottobre 2014