Parrocchia S. Gerolamo Emiliani di Milano - Blog

Il Blog "Insieme per..." vuole proporre spunti di riflessione e di condivisione per costruire insieme e fare crescere la comunità della parrocchia di San Gerolamo Emiliani di Milano, contribuendo alla diffusione del messaggio evangelico.

domenica 5 luglio 2009

42 - IL MESSAGGIO ESTIVO DEL PARROCO

Quest’anno il mio messaggio augurale, alla vigilia del periodo estivo di riposo e ferie, vuole essere innanzitutto un ringraziamento per tutto quanto abbiamo vissuto insieme e per tutte le preziose persone che hanno offerto il loro tempo, la loro opera e disponibilità di volontariato per rendere l’amore di Cristo visibile ai propri fratelli, in un contesto parrocchiale difficile qual è il nostro.

È stato un anno che ci ha fatto vivere, sulla scia dell’apostolo Paolo, la necessità di testimoniare con coraggio la nostra fede confermandola con la preghiera e le opere, e la necessità di vivere con intensità il rapporto con Dio nell’ascolto della sua Parola e nell’Eucaristia settimanale.


Sono molti gli avvenimenti che hanno segnato, seppure nel nostro piccolo, questi mesi: oltre al mese di maggio vissuto con intensità spirituale con il Santo Rosario; i periodi liturgici forti dell’Avvento e della Quaresima, e soprattutto la settimana “Autentica” (Santa), hanno visto la partecipazione di più fedeli, che in maggior numero si sono avvicinati al sacramento della “Confessione”. Tutto questo ci fa ben sperare che ci sia un ritorno dell’attenzione al vero centro della vita, Gesù Cristo.

Anche sotto l’aspetto pratico delle opere murarie dobbiamo ringraziare Dio, che attraverso la generosità di tante persone ci ha permesso di realizzare la bella cappella del “SS. Sacramento” e, con maggior impegno finanziario, anche la nuova sede della Caritas e la sala della Terza Età, che inaugureremo la prima domenica di ottobre, oltre alla sistemazione interna della nostra bella chiesa. Certo, ci rimangono anche dei residui di debito, ma sono sicuro che se quanto abbiamo realizzato è per volontà di Dio, Dio non mancherà di portare a termine ciò che ha iniziato per mezzo di noi.
E ancora grazie a Dio e a voi, fratelli e sorelle, per l’anno trascorso, che per me è il secondo da parroco; vi auguro di cuore di vivere delle buone e serene vacanze perché possiate ritemprare il corpo e l’anima per preparavi ad un gioioso rientro.

(Il parroco Padre Luigi)

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martedì 30 giugno 2009

41 - LA FAME NEL MONDO

La fame è una morte lenta e si­lenziosa, e la fame sta au­mentando nel mondo. Siamo al massimo storico. Lo denuncia la Fao: secondo una stima, nel 2009 saranno 1,02 miliardi le persone che soffriranno per mancanza di cibo. Una cifra che supera di oltre 100 mi­lioni il livello del 2008. È, dunque, un sesto della popolazione mon­diale.

La situazione è drammatica anche nei Paesi sviluppati: sono 15 milioni le persone affamate. «L’at­tuale situazione dell’insicurezza a­limentare nel mondo non ci può la­sciare indifferenti – è l’appello di Jacques Diouf, direttore generale della Fao – le nazioni povere devo­no essere dotate degli strumenti e­conomici e politici necessari a sti­molare la produzione e la produt­tività del loro settore agricolo. Gli investimenti in agricoltura – ag­giunge Diouf – devono aumentare perché per la maggioranza dei Pae­si poveri un settore agricolo in buo­ne condizioni è essenziale per com­battere i problemi della fame e del­la povertà, ed è anche un prerequi­sito indispensabile per la crescita e­conomica generale».


Il numero delle persone affamate è aumentato nei periodi 1995- 97 e 2004-06 in tutte le regioni del mon­do, esclusa l’America Latina e i Ca­raibi. Quasi l’intera popolazione sottonutrita vive in Paesi in via di sviluppo (ma, come si è detto, il pro­blema esiste anche in quelli svilup­pati): in Asia e nel Pacifico circa 642 milioni di persone soffrono di de­nutrizione cronica; nell’Africa Sub Sahariana 265 milioni; nel Vicino O­riente e nel Nord Africa 42 milioni.

Contrariamente a quanto si possa immaginare, questo aumento del­la fame non è la conseguenza di rac­colti non soddisfacenti, ma della cri­si economica globale che ha ridot­to i redditi e aumentato la disoccu­pazione. Il che ha diminuito, ovvia­mente, le possibilità di accesso al cibo per i poveri. È questa la spie­gazione data dall’agenzia delle Na­zioni Unite. A contribuire è anche la riduzione delle rimesse degli emi­grati nei loro Paesi di origine. Nel 2008 e nei primi sei mesi di que­st’anno, il calo è stato sensibile ed ha causato una riduzione delle ri­serve estere e dei redditi familiari. « La diminuzione delle rimesse – spiega la Fao – insieme al previsto declino degli aiuti ufficiali allo svi­luppo, ridurrà ulteriormente la ca­pacità dei Paesi di avere accesso al capitale necessario a sostenere la produzione e a creare reti di sicu­rezza e schemi di protezione socia­le per i poveri». Va poi considerato un altro feno­meno: l’aumento dei prezzi. La Fao nota che quelli dei generi alimen­tari di base, sebbene siano dimi­nuiti, restano ancora più alti del 24 per cento rispetto al 2006, e del 33 per cento rispetto al 2005. È suc­cesso infatti che mentre i prezzi a­limentari sui mercati internazionali sono diminuiti nel corso degli ulti­mi mesi, quelli interni nei Paesi in via di sviluppo sono scesi assai più lentamente e sono rimasti più alti in media del 24 per cento alla fine del 2008 rispetto al 2006.


La maggioranza dei poveri e degli affamati nel mondo è costituita da piccoli contadini dei Paesi in via di sviluppo. Kanayo F. Nwanze, presi­dente del Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo, fa però notare un paradosso: «Pur essendo conta­dini – dice – avreb­bero il potenziale non solo per garan­tire la propria sussi­stenza, ma anche per accrescere la si­curezza alimentare e stimolare una più vasta crescita eco­nomica. Per rende­re effettivo questo potenziale – aggiunge – e ridurre il numero delle persone vittime del­la fame nel mondo, i governi, assi­stiti dalla comunità internaziona­le, devono proteggere gli investi­menti di base nel settore agricolo, in modo da garantire ai piccoli con­tadini l’accesso non solo a semen­ti e fertilizzanti, ma anche a tec­nologie più adatte, infrastrutture, schemi di finanza rurale e merca­ti ». È un chiaro appello a tutti i Paesi che danno vita a queste orga­nizzazioni, perché la fame è un problema non solo per quelli che la soffrono, ma per tutto il genere u­mano.

(Giovanni Ruggiero Avvenire, 20 giugno 2009)

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domenica 28 giugno 2009

40 - SANTI PIETRO E PAOLO

Gesù dà le chiavi a Pietro
Affresco del Perugino, Cappella Sistina

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Su quale base si fonda il primato di Pietro, e quindi del Papa?

Si fonda sulla volontà di Cristo stesso.

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Dove appare tale volontà di Cristo?

Nelle pagine del Vangelo e in parte degli Atti degli Apostoli sono presenti “numerosi indizi” che manifestano la volontà di Cristo di attribuire a Pietro uno speciale rilievo all’interno del Collegio degli Apostoli. Ad esempio: Egli è l’unico apostolo al quale Gesù assegna un nuovo nome, Cefa, che vuol dire “Pietra”.

Gesù non era solito cambiare il nome ai suoi discepoli. Se si eccettua l’appellativo di “figli del tuono”, rivolto in una precisa circostanza ai figli di Zebedeo (cfr. Mc 3,17) e non più usato in seguito, Egli non ha mai attribuito un nuovo nome ad un suo discepolo.

Lo ha fatto invece con Simone, chiamandolo Kefa, nome che fu poi tradotto in greco Petros, in latino Petrus. E fu tradotto proprio perché non era solo un nome; era un “mandato” che Petrus riceveva in quel modo dal Signore. Non bisogna dimenticare che nell’Antico Testamento, il cambiamento del nome preludeva in genere all’affidamento di una missione (cfr. Gn 17,5; 32,28 ss. ecc.). Il nuovo nome Petrus ritornerà più volte nei Vangeli e finirà per soppiantare il nome originario Simone.

Altri indizi sono: dopo Gesù, Pietro è il personaggio più noto e citato negli scritti neotestamentari: viene menzionato 154 volte con il soprannome di Pètros, “pietra”, “roccia”; i Vangeli ci informano che Pietro è tra i primi quattro discepoli del Nazareno (cfr. Lc 5, 1-11); a Cafarnao il Maestro va ad alloggiare nella casa di Pietro (cfr. Mc 1,29); quando la folla gli si accalca intorno sulla riva del lago di Genesaret, tra le due barche lì ormeggiate, Gesù sceglie quella di Simone (cfr. Lc 5,3), e così la barca di Pietro diventa la cattedra di Gesù; quando in circostanze particolari Gesù si fa accompagnare da tre discepoli soltanto, Pietro è sempre ricordato come primo del gruppo: così nella risurrezione della figlia di Giairo (cfr. Mc 5,37; Lc 8,51), nella Trasfigurazione (cfr. Mc 9,2; Mt 17,1; Lc 9,28), e infine durante l’agonia nell’Orto del Getsemani (cfr. Mc 14,33; Mt 16,37), a Pietro per primo Egli lava i piedi nell'ultima Cena (cfr. Gv. 13,6)

(Mons. Raffaello Martinelli)

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sabato 27 giugno 2009

39 - VI RICORDO NELLE MIE PREGHIERE

Rendo grazie a voi, ricordandovi nelle mie preghiere,

perché il Dio del nostro Signore

Gesù Cristo vi dia uno spirito

di sapienza e di rivelazione

per una più profonda conoscenza di lui.

Possa egli davvero illuminare gli occhi

della vostra mente per farvi comprendere a quale speranza

vi ha chiamati, quale tesoro di gloria

racchiude la sua eredità fra i santi

e qual è la straordinaria grandezza

della sua potenza verso di noi credenti

secondo l’efficacia della sua forza

che Egli manifestò in Cristo,

quando lo risuscitò dai morti

e lo fece sedere alla sua destra nei cieli,

al di sopra di ogni principato e autorità,

di ogni potenza e dominazione

e di ogni altro nome che si possa nominare

non solo nel secolo presente

ma anche in quello futuro

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(San Paolo, lettera agli Efesini 1,16-21)

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venerdì 26 giugno 2009

38 - TERZO VIAGGIO MISSIONARIO DI SAN PAOLO

Si sta per concludere l’anno paolino, indetto da Papa Benedetto XVI per riscoprire la figura dell’apostolo delle genti. Ripercorriamo brevemente i viaggi missionari di san Paolo.
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Nel suo terzo viaggio missionario, Paolo torna a visitare le comunità da lui incontrate nei viaggi precedenti, prendendo con sé un nuovo collaboratore, di nome Tito, un cristiano di Antiochia.
Percorse le regioni della Galazia e della Frigia (nell’odierna Turchia centrale), egli raggiunge Efeso, una delle più grandi città dell’impero romano, con i suoi 300.000 abitanti, città nella quale si sofferma per oltre tre anni (53 – 56 d.C.).
A Efeso Paolo incontra i discepoli di Giovanni Battista e annuncia loro per la prima volta il vangelo di Gesù Cristo, insegna nella sinagoga e poi nella locale scuola, condannando i riti pagani e, in particolare modo, la magia. Nel suo lungo soggiorno a Efeso, Paolo scrive la lettera ai Filippesi, la lettera ai Galati e la prima lettera ai Corinti.
La predicazione lo pone in conflitto con gli orefici, che traggono i loro profitti dalla vendita di oggetti di culto legati al Tempio delle dea Artemide, molto venerata ad Efeso. Questa volta, quindi, la persecuzione contro i cristiani trae origine dallo scontro tra la necessità di annunciare la verità e il mantenimento del benessere economico.
In seguito al tumulto degli orafi argentieri, Paolo lascia Efeso. Prima però convoca gli anziani della comunità a Mileto per congedarsi solennemente da loro, ed enuncia una specie di testamento spirituale, nel quale fa il punto della sua esistenza missionaria (Atti 20,15-38).
Paolo ha servito Dio in maniera umile e sofferta, il suo servizio aveva di mira la conversione (cioè il ritorno a Dio) ed è stato realizzato predicando e istruendo. Lo Spirito conduce Paolo là dove egli non sa che cosa gli potrà accadere. L’apostolo sa che le sofferenze sono parte della testimonianza che egli deve rendere al messaggio di Dio, perché è un messaggio di grazia, cioè di dono. La pagina degli Atti parla di lacrime, prove, separazione, morte. Eppure termina con una nota gioiosa e una preghiera di lode. Paolo dice che tutto quello che ha fatto gli ha dato gioia perché è stato un dono. Offrirsi non lo ha impoverito, o intristito o amareggiato. E questo è tanto più sorprendente se pensiamo a quello che ha dovuto patire: la persecuzione dei giudei, l’invidia dei cristiani, le divisioni nelle sue comunità… Non nasconde la sua soddisfazione per essere riuscito a perseverare nei suoi iniziali propositi di fedeltà a Cristo. Tuttavia ribadisce la sua convinzione di essere “meritevole di nulla”: la forza della perseveranza è l’umiltà.
All’origine della perseveranza di Paolo, molta importanza assume la costante consapevolezza di adempiere ad un compito a lui assegnato dall’alto.
L’invito a resistere di fronte alle difficoltà è più convincente se viene da chi lo ha fatto prima di noi. In questo sta la forza dell’incitamento che Paolo fa alla comunità di Efeso a non desistere mai, anche di fronte alle situazioni umanamente impossibili. Paolo sente la vicinanza di Dio e la trasmette ai suoi discepoli.

Dopo aver effettuato un lungo viaggio via mare, Paolo torna in Palestina. Lungo il percorso che lo porterà a Gerusalemme, l’apostolo sente avvicinarsi il momento delle tribolazioni preannunciategli da Gesù, ma non cede alle preghiere dei suoi discepoli che, presentendo che non avrebbero più avuto occasione di riceverlo, cercano di distoglierlo dal proposito di recarsi nella città santa. Il commiato dai suoi discepoli avviene in un clima di generale commozione. La sua esperienza missionaria di interrompe nel momento in cui si apre un’altra lunga fase della vita di Paolo, che lo porterà al martirio a Roma.
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Per la riflessione:
· siamo perseveranti nella testimonianza cristiana? Quali sono le cause che la rendono incostante?
· quanto incide nella nostra perseveranza sapere che l’annuncio è un compito che ci è stato affidato da Dio?
· quanto tempo dedichiamo al nostro rapporto personale con Dio, condizione indispensabile per una fede convinta e perseverante?
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37 - SECONDO VIAGGIO MISSIONARIO DI SAN PAOLO

Nel 50 d. C. Paolo parte per l’Asia minore, per il suo secondo viaggio missionario, in compagnia di Sila e di Timoteo, che diventerà uno dei suoi più stretti collaboratori.
Paolo attraversa l’Asia minore (l’attuale Turchia) per poi passare in Europa, precisamente in Macedonia, a Filippi e in Tessalonica (nell’attuale Grecia). Giunge ad Atene, grande città che contava circa 5.000 abitanti, centro culturale di primo ordine. Paolo predica nella sinagoga, nella piazza principale della città incontra persone semplici e filosofi. I più autorevoli rappresentanti della città lo convocano all’Aeropago, perché possa spiegare il suo messaggio. Paolo fa un discorso adatto ad un pubblico colto (Atti 17,22-31) partendo da una espressione che ha visto su uno dei monumenti della città, e che dice: “”Al dio ignoto”. Paolo dichiara di voler annunziare agli ateniesi ciò che essi adorano senza conoscere. Ma non parla della croce, non nomina neppure esplicitamente Gesù. Paolo ha parlato agli intellettuali di Atene, e ha tentato di fare un discorso sapiente, ma ha fallito l’approccio. Lascia Atene e va a Corinto, sede del proconsole romano, città importante, in posizione strategica. Qui incontra una coppia che proviene dall’Italia, Aquila e la moglie Priscilla, allontanati da Roma da un decreto dell’imperatore Claudio. Paolo ha ripreso a predicare in sinagoga, annunciando che “Gesù è il Cristo” nel quale si compie l’attesa di Israele. Crispo, capo della sinagoga di Corinto si converte, ma Paolo deve affrontare l’ostilità dei giudei. Nei momenti cruciali, Paolo è confortato dalla sua fede: in una visione notturna il Signore dice a Paolo: “Non aver paura, ma continua a parlare e non tacere, perché io sono con te e nessuno cercherà di farti del male, perché io ho un popolo numeroso in questa città” (Atti 18,9-10).
A Corinto Paolo ha compreso fino in fondo la centralità della croce e le sue conseguenze riguardo al contenuto del suo annuncio. La croce di Gesù dimostra la misericordia divina. Paolo sperimenta la “forza e la sapienza” della croce vedendo come essa viene accolta dalla gente più semplice e constatando quanto sia capace di rinnovare la loro esistenza.
A Corinto si trattiene circa un anno e mezzo, compiendo una importante opera di evangelizzazione, dedicandosi non solo alla locale comunità, ma anche alle chiese già fondate, in particolare alla comunità di Tessalonica, alla quale scrive le due lettere.
Dopo aver consolidato i gruppi cristiani di Corinto, nel 52 d.C. Paolo si imbarca per tornare in Siria, accompagnato da Aquila e Priscilla. Nel viaggio di ritorno, si ferma ad Efeso per qualche giorno, lasciando i suoi due collaboratori, e poi riprende la navigazione verso Cesarea Marittima (nell’odierno Israele). Quello che colpisce è la determinazione di Paolo.

Scrive il Cardinale Martini: “Fin dal primo giorno della sua conversione, predica a Damasco e deve fuggire; va a Gerusalemme, predica e lo fanno partire; a Tarso rimane finché la Provvidenza non lo richiama,. Nel suo viaggio missionario, praticamente ogni stazione è un ricominciare da capo; predica ad Antiochia di Pisidia, viene cacciato e va ad Iconio; a Iconio minacciano un attentato contro di lui, tentano di lapidarlo e va a Listra. A Listra è sottoposto ad una gragnola di sassi. Questa ripresa non è umana: un uomo dopo alcuni tentativi falliti, umanamente resta fiaccato. Noi non possediamo la sua instancabilità, nemmeno lui la possedeva: è un riflesso di quello che chiamerà “la carità”. Il suo modo di agire è riversato dall’alto, è un dono, ed è quello che fa sì che la delusione non sia mai definitiva. Nessuno sforzo umano può giungere a questo atteggiamento: è la carità di Dio diffusa nei nostri cuori per lo Spirito che ci è dato”. (Carlo Maria Martini, il vangelo di Paolo, pag. 40-41).

Spunti per la riflessione.
- in che misura incide la fede nella capacità di affrontare la sofferenza?
- credo che la croce è l’unica via che tende credibile ed efficace la mia testimonianza di fede?
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martedì 23 giugno 2009

36 - PRIMO VIAGGIO MISSIONARIO DI SAN PAOLO

Il primo viaggio missionario di San Paolo.
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Nel 43 d.C. Barnaba chiama Paolo per collaborare nell’opera di evangelizzazione di Antiochia di Siria, una delle città più importanti del Mediterraneo Orientale. Lì nasce presto una comunità vivace e numerosa, che diviene il punto di riferimento di Paolo.

Dopo un anno di permanenza ad Antiochia, Barnaba e Paolo partono per portare l’annuncio del Vangelo al di fuori della Palestina, chiamati dallo Spirito Santo per la missione di evangelizzazione (At 13,2).

Barnaba, Paolo e Giovanni Marco andarono a Seleucia e da qui in nave verso l'isola di Cipro, per dirigersi poi ad Antiochia di Pisidia, dove numerosi Ebrei e Gentili accolsero la parola di Dio e cedettero. Paolo e Barnaba annunziarono il vangelo nella sinagoga, ma i giudei furono pieni di gelosia e contraddicevano le affermazioni di Paolo, allora essi dichiararono con franchezza che si sarebbero rivolti ai pagani, dato che veniva respinta la parola di Dio annunziata. Giunti ad Iconio (Konya, nella Turchia centrale) entrarono nella sinagoga e vi parlarono in modo che un gran numero di Giudei e di Greci divennero credenti, ma anche lì trovano l'ostilità dei giudei che istigavano i pagani contro Paolo e Barnaba con il proposito di lapidarli.

Alcuni Giudei arrivarono da Antiochia e da Iconio per organizzare gli abitanti contro gli Apostoli. Presero Paolo a sassate e lo trascinarono fuori città credendolo morto. Paolo, sopravvissuto a questo attacco, partì il giorno dopo insieme a Barnaba alla volta di Derbe; da qui ritornarono di nuovo a Listra, Iconio, Antiochia e Perge per rinforzare i credenti ed organizzare le chiese. Da Attalia (Antalya sulla costa turca) ritornarono ad Antiochia, dove riunirono la comunità cristiana per raccontare le loro esperienze. Siamo nel 48 d.C.


Primo viaggio missionario di Paolo

Durante questo primo viaggio, realizzato in condizioni difficili, i due missionari ricevono accoglienze molto diverse, anche se, quasi ovunque, sono costretti alla fuga dalle folle istigate dai loro persecutori.

Il rifiuto dei giudei induce Paolo e Barnaba a cambiare la loro priorità: dai giudei si spostano ai pagani. Negli Atti degli Apostoli, Luca parla del motivo per il quale i giudei rifiutano di ascoltare Paolo: la gelosia. I giudei, che in un primo momento avevano accolto i due missionari con interesse nella sinagoga, si dimostrano poi “pieni di gelosia” perché gli apostoli non hanno riservato solo ai giudei il loro annuncio. Non possono accettare che tutta la città si riunisca intorno a Paolo e Barnaba, non possono sopportare l’allargamento di una prerogativa che essi considerano esclusiva a motivo dell’appartenenza al popolo di Israele, la Parola del vero Dio è solo per loro, è loro proprietà. La cosa che deve interrogare sempre, anche noi oggi, è se vogliamo essere generosi come gli apostoli oppure invidiosi come i giudei. Siamo disposti ad essere apostoli che regalano a tutti la Parola di Dio, magari al prezzo di scontentare i “nostri” per le attenzioni che rivolgiamo agli “altri”, oppure vogliamo tenere soltanto per noi quella Parola, perché la riteniamo di nostra proprietà?

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Spunti per la riflessione.

- Quali sono i rischi che oggi si corrono nell’annunciare con franchezza il Vangelo nei nostri abituali ambienti di vita?


- Ci preoccupiamo di sostenere il coraggio dei missionari che annunciano il Vangelo in situazioni pericolose?


- Quanto interesse suscita alla comunità cristiana a cui apparteniamo la coraggiosa testimonianza dei missionari?

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sabato 20 giugno 2009

35 - UN LIBRO PER L’ESTATE


SIAMO TUTTI NELLA STESSA BARCA

Martedì 9 giugno presso il Ciborio dell’Ospedale San Raffaele c’è stata la presentazione del libro “Siamo tutti nella stessa barca”, nato da una serie di conversazioni tra il Cardinale Martini e Don Luigi Verzè, presidente dell’Ospedale San Raffaele.
Il Cardinale Carlo Maria Martini, intervenuto alla presentazione, ha spiegato innanzitutto il significato del titolo del libro: Siamo tutti nella stessa barca, parlando di sé e di don Luigi Verzè: “Siamo molto diversi per temperamento, per formazione, per visioni politiche e sociali, ma una cosa ci accomuna, essere sulla stessa barca, questa barca è la vita, in questo condividiamo la sorte di migliaia di esseri umani, ci unisce l’amore alla vita, che risulta da ogni pagina di questo libretto. L’amore alla vita si trova oggi di fronte a scelte difficili, e noi abbiamo in comune il desiderio di aiutare la gente a vivere bene. Siamo d’accordo sul fatto che la vera vita è la vita divina, sulla quale si regola la vita umana”
Prosegue nel suo intervento il Cardinale Martini: “Agli autori di questo libro stanno a cuore la glorificazione di Gesù Cristo, Verbo incarnato, e la vitalità e la vivacità della chiesa, amata come una madre, che merita amore e rispetto, entrambi vogliamo dare la vita per una chiesa più pura, più santa, evangelica, e anche se non ci incontriamo sui mezzi, il fine è lo stesso, è necessario creare spazi di dialogo, per vedere che cosa può rendere questa chiesa più umile, più bella, più attraente per coloro che vogliono seguire Gesù”.
Dopo l’intervento di don Verzè, ha preso la parola Ferruccio de Bortoli, direttore del Corriere della Sera, dando alcune chiavi di lettura del libro, che è una riflessione sull’uomo, una sorta di “colloquio laico” tra due uomini di Dio, proprio oggi, quando la gente ha paura di confrontarsi e parlare.
Il Cardinale Martini e don Verzè ci trasmettono la Parola di Dio e l’amore per la Chiesa in una modalità diversa, e ci fanno capire quanti muri invisibili impediscono il dialogo nella nostra società, dove c’è un grande livello di comunicazione ma c’è scarsa capacità di ascolto. Ha concluso l’incontro il professor Massimo Cacciari.
(Daniela, tratto da Voce della Comunità, numero 42 del 21 giugno 2009)
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34 - GRAZIE SIGNORE

Grazie, Signore, perché ci conservi nel tuo amore. Perché ancora non ti è venuto il voltastomaco per i nostri peccati. Perché continui ad avere fiducia in noi, pur vedendo che tantissime altre persone ti darebbero forse ben diverse soddisfazioni.
Grazie, perché non solo ci sopporti, ma ci dai ad intendere che non sai fare a meno di noi. Perché ci infondi il coraggio di celebrare i santi misteri, anche quando la coscienza della nostra miseria ci fa sentire delle nullità e ci fa sprofondare nella vergogna.

Grazie, perché ci sai mettere sulla bocca le parole giuste, anche quando il nostro cuore è lontano da te. Perché adoperi infinite tenerezze, preservandoci da impietosi rossori, e non facendoci mancare il rispetto dei fedeli, la comprensione dei collaboratori, la fiducia dei poveri.

Grazie, perché continui a custodirci gelosamente, anzi, a nasconderci, come fa la madre con i figli più discoli. Perché sei un amico veramente unico, e ti sei lasciato così sedurre dall’amore che ci porti, che non ti regge l’animo di smascherarci dinanzi alla gente, e non fai venire meno agli occhi degli uomini i motivi per i quali, nonostante tutto, continuiamo ad essere stimati.

Grazie, Signore, perché non finisci di scommettere su di noi. Perché non ci avvilisci per le nostre inettitudini. Perché. Al tuo sguardo, non c’è bancarotta che tenga. Perché a dispetto delle letture deficitarie delle nostre contabilità, non ci fai disperare. Anzi, ci metti nell’anima un così vivo desiderio di recupero, che vediamo ogni anno che viene come spazio della speranza e tempo propizio per sanare i nostri dissesti.

( Tratto da DON TONINO BELLO, Preghiere, pp. 30-31, Ed. San Paolo, Alba 2001 )
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giovedì 18 giugno 2009

33 - SACRATISSIMO CUORE DI GESU' - 19 Giugno 2009 (Solennità)

Donaci, Signore Gesù, di sostare in atteggiamento di ascolto davanti alla tua Parola. Aiutaci a non essere frettolosi, di non avere la mente e il cuore immersi nella superficialità e nella distrazione. Se saremo capaci di meditare sulla tua Parola, di certo, faremo l'esperienza di essere invasi dal fiume di tenerezza, di compassione, di amore, che dal tuo cuore trafitto riversi sull'umanità. Donaci di comprendere il simbolismo del sangue e dell'acqua che sgorgano dal tuo cuore. Fa' che possiamo raccogliere, anche noi, quel sangue e quell'acqua per partecipare alla tua infinita passione di amore e di sofferenza nella quale ti sei fatto carico di ogni nostra sofferenza fisica e morale. Il meditare su quei simboli della tua passione spacchi i nostri egoismi, le nostre chiusure, le nostre freddezze. Quell'acqua e quel sangue, di cui la parola del vangelo ci parla, lenisca le nostre ansie e angosce, lavi la nostra vanagloria, purifichi la nostra cupidigia, trasformi le nostre paure in speranze, le nostre tenebre in luce. Mentre ci apriamo alla forza della tua Parola ti diciamo con il cuore e la vita: «Gesù, tu sei davvero la rivelazione dell'amore».
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