Parrocchia S. Gerolamo Emiliani di Milano - Blog

Il Blog "Insieme per..." vuole proporre spunti di riflessione e di condivisione per costruire insieme e fare crescere la comunità della parrocchia di San Gerolamo Emiliani di Milano, contribuendo alla diffusione del messaggio evangelico.

mercoledì 20 aprile 2011

524 - IL TRIDUO PASQUALE

Il triduo è un “cammino”. Innanzitutto il cammino di Cristo nel suo mistero pasquale, un cammino che passa attraverso la passione e la croce per giungere alla gloria della risurrezione. Ma è anche il cammino della Chiesa e di ogni fedele, perché la Chiesa intera e ogni fedele sono chiamati, attraverso la celebrazione liturgica, a percorrere con Cristo questo stesso cammino, rivivendone nel mistero gli eventi di salvezza. Il triduo è davvero un “cammino di memoria: è la Chiesa che fa memoria di quegli eventi, ripercorrendone le tappe alla sequela, del suo Signore che soffre, muore e risorge. Nella liturgia “fare memoria” non è ricordare un fatto ormai passato, ma significa rendere presente e attuale per noi oggi, il mistero della passione, della morte e della risurrezione di Cristo.


Le celebrazioni in parrocchia


Giovedì santo - 21 aprile


Ore 16,30: Lavanda dei piedi per le famiglie e gli anziani


Ore 21: Messa vespertina “nella Cena del Signore” con consegna del saio e lavanda dei piedi ai comunicandi


Venerdì Santo 22 aprile – Nella Passione del Signore


Ore 8,30: Lodi con meditazione guidata


Ore 17: Vespri


Ore 21: Celebrazione della Passione del Signore e bacio della croce. Al termine: reposizione del Santissimo Sacramento in cappella e adorazione fino alle ore 24


Sabato Santo 23 aprile


Ore 8,30: Lodi con meditazione guidata


Ore 17: Vespri solenni


Ore 21: Veglia pasquale nella Notte Santa


Durante la celebrazione della veglia viene benedetta l’acqua e alla fine della celebrazione i fedeli potranno portare a casa le bottigliette di acqua benedetta


Domenica 24 aprile – DOMENICA DI PASQUA


Ore 11 Santa Messa del giorno di Pasqua

venerdì 15 aprile 2011

523 - DOMENICA DELLE PALME

Unzione di Betania - Cappella di Capiago .

Il brano di Gv. 11,55-12,11, incentrato sul racconto dell’unzione di Gesù nella casa di Lazzaro (12,1-8), è come incorniciato dai versetti iniziali 11,55-57 e quelli finali 12,9-11. I primi riportano il desiderio della gente, venuta a Gerusalemme per la festa di Pasqua, di poter incontrare Gesù, la cui fama, dopo la risurrezione di Lazzaro, si era sparsa ovunque. I versetti finali riferiscono della decisione di mettere a morte anche Lazzaro, a causa del quale molti lasciavano la Sinagoga per aderire a Gesù.


Il racconto dell’unzione è collocato nel contesto di un pranzo familiare consumato da Gesù a casa di Lazzaro e delle sorelle Marta e Maria, ardenti di fede e di amore verso di lui che si sta incamminando verso la sua Pasqua! Il pranzo può forse rappresentare la gioia della risurrezione, mentre l’unzione che Maria fa sui piedi di Gesù annunzia la sua sepoltura.


Il significato profondo del gesto di Maria, non capito da Giuda, il traditore (vv. 5-6), consiste nell’anticipare, pur senza saperlo, il gesto pieno di amore che ella avrebbe presto compiuto sul corpo esanime del Signore.

giovedì 14 aprile 2011

522 - CON LA FIDUCIA E CON L'AMORE

Ecco la mia preghiera: chiedo a Gesù di attirarmi nel fuoco del suo amore, di unirmi a lui così strettamente che in me viva e agisca lui. Sento che, quanto più il fuoco dell'amore infiammerà il mio cuore, quanto più dirò: «Attirami», tanto più le anime che si avvicineranno a me (povero piccolo detrito di ferro inutile, se mi allontanassi dalla fornace divina) correranno anch'esse rapidamente all'effluvio dei profumi del loro Amato... Mia cara Madre, adesso vorrei dirle che cosa intendo per «effluvio dei profumi» dell'Amato. Poiché Gesù è salito al cielo, posso seguire solo le tracce che egli ha lasciato, ma sono tracce così luminose, così profumate! Se appena do un'occhiata al santo Vangelo, respiro il profumo della vita di Gesù, e so da quale parte correre... Non mi slancio verso il primo posto, ma verso l'ultimo; invece di farmi avanti insieme col fariseo, ripeto, piena di fiducia, la preghiera umile del pubblicano, soprattutto seguo l'esempio della Maddalena. La sua audacia stupefacente, o piuttosto amorosa, che incanta il Cuore di Gesù, seduce il mio. Sì, lo sento, anche se avessi sulla coscienza tutti i peccati che si possono commettere, andrei, col cuore spezzato dal pentimento, a gettarmi tra le braccia di Gesù, poiché so quanto egli ami il figliuol prodigo che ritorna a lui. Non perché il Signore, nella sua misericordia preveniente, ha preservato la mia anima dal peccato mortale, io m'innalzo a lui con la fiducia e con l'amore.


Santa Teresa del Bambin Gesù

domenica 10 aprile 2011

521 - LA PAROLA DI DIO


La parola del Signore è un albero di vita che, da ogni parte, ti porge dei frutti benedetti. Essa è come quella roccia aperta nel deserto, che divenne per ogni uomo da ogni parte, una bevanda spirituale. Essi mangiarono, dice l'Apostolo, un cibo spirituale e bevvero una bevanda spirituale (1 Cor 10,3 ; Es 17,1)


Colui al quale tocca una di queste ricchezze non creda che non vi sia altro nella parola di Dio oltre a ciò che egli ha trovato. Si renda conto piuttosto che egli non è stato capace di scoprirvi se non una sola cosa fra molte altre. Dopo essersi arricchito della parola, non creda che questa venga da ciò impoverita. Incapace di esaurirne la ricchezza, renda grazie per l'immensità di essa. Rallégrati perché sei stato saziato, ma non rattristarti per il fatto che la ricchezza della parola ti supera.


Colui che ha sete è lieto di bere, ma non si rattrista perché non riesce a prosciugare la fonte. È meglio che la fonte soddisfi la tua sete, piuttosto che la sete esaurisca la fonte. Se la tua sete è spenta senza che la fonte sia inaridita, potrai bervi di nuovo ogni volta che ne avrai bisogno. Se invece saziandoti seccassi la sorgente, la tua vittoria sarebbe la tua sciagura. Ringrazia per quanto hai ricevuto e non mormorare per ciò che resta inutilizzato. Quello che hai preso o portato via è cosa tua, ma quello che resta è ancora tua eredità.


Sant'Efrem Siro (circa 306-373), diacono in Siria

venerdì 8 aprile 2011

520 - DOMENICA DI LAZZARO

Per poter più agilmente affrontare la lettura del brano di Giovanni 11,1-53, proponiamo la seguente suddivisione: I vv. 1-6 sono destinati a presentare la situazione e i personaggi del racconto. In primo piano ci sono ovviamente le parole con cui Gesù parla della “malattia” di Lazzaro come l’occasione perché sia manifestata la “gloria” di Dio, ovvero il suo disegno di salvezza che è destinato a rivelarsi in pienezza nella “glorificazione” di Gesù, il Figlio di Dio. “Glorificazione” che si realizzerà nell’ora della sua croce. I vv. 7-16 riportano le parole con cui Gesù spiega ai suoi discepoli, refrattari ad andare con lui in Giudea dove aveva già rischiato di essere ucciso (cfr. Gv 8,59; 10,31), il senso di ciò che si appresta a fare andando da Lazzaro oramai morto (v. 15). Il “risveglio” di Lazzaro, infatti, manifesterà il disegno di Dio che si compirà anche nel suo Figlio crocifisso, e inviterà ancora una volta i discepoli a “credere” in lui e a “seguirlo”. Segue ai vv. 20-27 e ai vv. 29-32 l’incontro di Gesù con Marta e Maria, le sorelle di Lazzaro. In particolare a Marta, che professa la fede nella risurrezione “nell’ultimo giorno” ma soprattutto la fede in Gesù capace, con la sua presenza, di liberare dalla morte, Gesù risponde con la solenne autorivelazione: «Io sono la risurrezione e la vita» (v. 25). Essa riguarda la potenza personale di Gesù di riportare in vita i morti e soprattutto di non far cadere nella morte “eterna” ossia nella dannazione coloro che credono in lui! La risposta di Marta è una piena professione di fede nel Signore come il Messia, il Figlio di Dio che viene in questo mondo per portare in esso il regno di Dio. è la fede richiesta a tutti coloro che intendono seguire Gesù, diventare suoi discepoli e per mezzo del Battesimo diventare membri della sua comunità. è la fede che il tempo quaresimale intende far recuperare e brillare in tutta la sua integrità nella Chiesa e in ogni singolo fedele. Nell’incontro di Gesù con Maria invece questa sembra come sopraffatta dalla tremenda realtà della morte che induce in Gesù stesso una triplice reazione così annotata: v. 33 si “commosse profondamente“; ne fu “molto turbato”; v. 35 “scoppiò in pianto”. La “commozione” e il “turbamento” in Gesù dicono quanto egli avvertisse attorno a sé la terribile presenza della morte alla quale egli stesso dovrà presto andare incontro. Le lacrime del Signore sono le lacrime di Dio stesso davanti al potere devastante che la morte esercita sull’uomo uscito dalle sue mani, ma sono anche le lacrime di chi, come Gesù, “deve” lasciarsi avviluppare da quel potere perché si compia il disegno del Padre, quello che ora brilla nel miracolo del “risveglio” di Lazzaro che, addirittura, è morto già da quattro giorni ed è già in decomposizione (v. 39). Il gesto di “alzare gli occhi” (v. 41) verso l’alto mette in luce la continua comunione di vita e di amore con il Padre che sempre ascolta ed esaudisce il Figlio. La narrazione del miracolo vero e proprio e destinato a suscitare la fede in lui occupa soltanto due versetti: 43 e 44. Gesù grida a gran voce il nome del morto al quale ingiunge di lasciare il sepolcro e di uscire incontro a lui; e ai presenti ordina di liberarlo dalle bende, nelle quali va forse vista un’allusione alla morte che Lazzaro dovrà nuovamente affrontare. Gesù invece lascerà il sepolcro sciolto dalle bende in cui era stato avvolto per indicare la definitività della sua risurrezione e della vita cosa che riguarderà anche tutti coloro che perseverano e credono in lui. La narrazione del miracolo vero e proprio e destinato a suscitare la fede in lui occupa soltanto due versetti: 43 e 44. Gesù grida a gran voce il nome del morto al quale ingiunge di lasciare il sepolcro e di uscire incontro a lui; e ai presenti ordina di liberarlo dalle bende, nelle quali va forse vista un’allusione alla morte che Lazzaro dovrà nuovamente affrontare. Gesù invece lascerà il sepolcro sciolto dalle bende in cui era stato avvolto per indicare la definitività della sua risurrezione e della vita cosa che riguarderà anche tutti coloro che perseverano e credono in lui. Il brano si conclude con la reazione dei testimoni dell’accaduto (vv. 45-53). Una reazione duplice: alcuni «alla vista di ciò che egli aveva compiuto» credettero. Altri invece informarono dell’accaduto «i capi dei sacerdoti e i farisei» i quali in una apposita riunione ne decretano la morte (v. 53). Di tale riunione interessano particolarmente le parole di Caifa (v. 50) e il commento che di esse ne fa l’evangelista (51-52). Egli riconosce come “ispirate” le parole dette dal sommo sacerdote e che rivelano la destinazione della morte di Gesù in vista della “salvezza” della nazione giudaica e, a partire da essa, destinata a radunare «insieme i figli di Dio che erano dispersi», realizzando così la missione “pastorale” che Gesù è venuto a compiere sulla terra: chiamare e radunare nella comunione con lui e con il Padre tutti i popoli della terra insieme con il popolo d’Israele Collocato nel contesto del graduale cammino quaresimale verso la Pasqua, il brano evangelico va letto anzitutto come un appello potente a credere nel Signore Gesù, il quale è venuto in questo mondo rivestito della stessa potenza salvifica dispiegata a suo tempo da Dio stesso a favore del suo popolo. Quella “gloria” che Dio dimostra contro il Faraone d’Egitto deciso a sterminare il suo popolo (Lettura: Esodo 14,17-18) e che si concretizzò nell’inaudito prodigio della divisione delle acque del Mar Rosso, è la “gloria” che Dio manifesta nel suo Figlio che viene posto davanti al potere non di un tiranno, ma a quello invincibile della “morte”. Il “risveglio” di Lazzaro dalla morte manifesta che «la mano potente con la quale il Signore aveva agito contro l'Egitto» (Es 14,31a) continua a operare nel suo Figlio Gesù. Davanti al prodigio del Mar Rosso «il popolo temette il Signore e credette in lui» (Es 14,31b). Davanti alla risurrezione di Lazzaro “alcuni” credettero in Gesù e tra questi vanno annoverate le due sorelle, i discepoli e alcuni giudei presenti al miracolo. La fede in Cristo che richiama alla vita i morti e che è soprattutto in grado di liberare dalla “morte eterna” è ciò che viene chiesto a tutti noi che ci diciamo di Cristo! La “morte eterna” è la nostra terribile nemica ed è indotta in noi a causa del peccato, come ci avverte l’Apostolo nell’Epistola (Efesini 2,1). Il fremito interiore, il turbamento e le lacrime del Signore sono certamente dovute alla morte corporale di Lazzaro, alla quale Gesù stesso sta per andare incontro. Ma esse sono dovute all’annuncio tremendo che questa morte rappresenta: quello della morte eterna o dannazione, dalla quale solo la mano potente di Dio ci può preservare e, di fatto, ci ha preservato nel suo Figlio: «Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo» (Efesini 2,4-5).


La preghiera liturgica evidenzia come tutto ciò si sia già attuato in noi a livello sacramentale nell’acqua del Battesimo dove: «la grazia divina del Cristo libera noi tutti sepolti nella colpa del primo uomo, e ci rende alla vita e alla gioia senza fine» (Prefazio I). Il sacramento eucaristico poi «che ci è dato per liberarci dalla schiavitù della colpa» nella quale purtroppo cadiamo a motivo dell’umana fragilità: «purifichi i nostri cuori e, a immagine della risurrezione, ci riscatti da ogni antica decadenza» (Orazione dopo la Comunione).


A. Fusi

mercoledì 6 aprile 2011

519 - CANTATE AL SIGNORE

lunedì 4 aprile 2011

518 - CONDIVISIONE DELLA CROCE

Proposta credibile, proposta umana?


Non si è discepoli se non si dice di no a se stessi (questo significa condividere la croce) per dire di sì a Dio, al suo volere, alla concezione della vita come dono di se stessi, vivendo come Gesù Cristo.


Essere discepoli e condividere la croce sono due cose equivalenti. L’essere discepoli ci fa vivere in un modo che, portato alle estreme conseguenze, è quello che ci appare nel crocifisso: sono le due dimensioni dell’abbandono fiducioso in Dio e della dedizione ai fratelli.


Si può anche accettare di essere discepoli, perché non ci pensiamo troppo bene e ci pare che non ci inquieti più di tanto. Ma quando si dice che c’è una equivalenza tra essere discepoli e condividere la croce, allora sorge la domanda: questo condividere la croce è una proposta umana o disumana?


(G. Moioli, La parola della croce, 2009)

517 - PREGHIERA DAVANTI ALLA CROCE

Signore Gesù, su questa nostra terra, terra irrorata dal sudore dell’uomo,


terra bagnata dal sangue, terra percorsa dall’amore e dall’odio,


è stata piantata la tua croce,strumento di violenza che ti ha reso immagine di dolore e di morte.


Rifiutato dalle folle, abbandonato dagli amici,confuso con i criminali, spogliato della tua dignità,


torturato nel corpo e nell’anima,tu sei sceso fino in fondo nel baratro della sofferenza


e dell’annullamento là dove sembra che anche Dio sia lontano.


Eppure le tue braccia, inchiodate alla croce,restano aperte per accogliere tutti.


Eppure la tua bocca proferisce solo parole di perdono


e promesse di felicità.


Signore Gesù, la tua storia continua nella litania quotidiana di tradimenti,


di rifiuti, di infedeltà, di soprusi,di vendette che percorrono questo mondo.


Davanti alla tua croce, nuovo ed uguale segno di questa storia che non vuol cambiare,


noi avvertiamo più acutamente la tragedia dei popoli poveri del mondo.


In essi la tua passione continua ancora.


E non finiscono gli oltraggi le distruzioni, i crimini quotidiani,


le sofferenze inferte ai più deboli e agli infermi.


Davanti a te e a tutti i crocifissi del mondo dopo l’ultimo colpo di lancia,


dopo l’ultima azione bellica, dopo l’ultima violenza gratuita sugli innocenti,


noi ti imploriamo per tutti gli uomini


e specialmente per quelli che usano il potere delle armi per offendere,


per umiliare, per imporre il loro potere.


Fa' che i loro occhi si aprano sul male commesso


sulle conseguenze devastanti delle guerre, sui lutti e sulle rovine, sulla disperazione dei popoli.


Apri una breccia nel loro cuore perché nei volti sfigurati degli oppressi


riconoscano le sembianze del tuo Cristo,


nel sangue delle vittime, il sangue che cade dalla sua croce,


perché lui è fratello di ogni creatura che soffre. Amen.

venerdì 1 aprile 2011

516 - IV DOMENICA DI QUARESIMA 2011

Duomo di Milano, vetrata del XIX secolo .

Lettura di Esodo 34,27-35,1: L’incontro con Dio e l’obbedienza alla sua parola, l’intima relazione di amicizia con lui trasformano la nostra vita, rendendola luminosa. Il ministero della luce divina non solo guarisce i nostri occhi, ma ci rende anche partecipi del suo stesso splendore.


Salmo 35: Signore, nella tua luce vediamo la luce.



Epistola 2Corinzi 3,7-18: L’esperienza di Mosè non è che un’anticipazione provvisoria di quanto si compie in Gesù. In Lui ogni velo interposto alla comunione con Dio viene rimosso. Possiamo stare davanti a Dio a viso scoperto, lasciando che egli imprima in noi la sua immagine.


Vangelo Giovanni 9,1-38b: Il cieco giunge a vedere dopo essersi lavato nelle acque battesimali della piscina dell’Inviato, obbedendo alla parola di Gesù. Chi si ostina a non credere, pretende di sapere tutto di Gesù e di giudicarlo, si condanna ad una cecità ancor maggiore.

515 - DOMENICA DEL CIECO NATO 2011

Il brano evangelico di Giovanni 9,1-38b, oltre a indicare che con Gesù sono stati inaugurati i “tempi messianici” con riferimento a Isaia 29,18; 35,5; 42,7, ha in sé stesso una portata simbolica evidente: il “cieco dalla nascita” che ora vede rappresenta l’uomo illuminato dalla fede.


Il brano è strutturato in tre parti. La prima: vv. 1-12 riporta sostanzialmente la narrazione del “miracolo” e la reazione dei presenti; la seconda: vv. 13-34 riporta la reazione dei farisei con il duplice interrogatorio del “miracolato” (vv. 15-17; 24-34) e dei suoi genitori (vv. 18-23); la terza (vv. 35-39), ovvero la parte conclusiva, riporta il dialogo tra Gesù e il miracolato che professa la sua fede in lui.


In particolare nella prima parte il racconto del miracolo è preceduto dal dialogo di Gesù con i suoi discepoli convinti che la condizione del cieco fin dalla nascita sia dovuta a colpe commesse «da lui o dai suoi genitori» (v. 2). Non abbiamo da Gesù una risposta esplicita sul problema della sofferenza e specialmente della sofferenza “innocente”. Il cieco nato, in questo caso, offre a Gesù l’occasione per manifestare, con la sua guarigione, che Dio “opera” nel mondo e la sua opera è quella di “illuminare” il mondo e, in esso, ogni uomo che di per sé «giace nelle tenebre e nell'ombra di morte» mediante il suo Figlio.


La narrazione del miracolo (vv. 6-7) sorprende per il gesto compiuto da Gesù nel fare del fango con la sua saliva e nello spalmarlo sugli occhi del cieco con l’ingiunzione di recarsi alla piscina di Siloe di cui viene detto il significato: “Inviato”. In realtà con il suo incomprensibile gesto Gesù fa capire che l’uomo è di per sé prigioniero delle “tenebre” da cui può essere liberato se si recherà dall’“Inviato” ossia da Gesù stesso che è venuto nel mondo proprio per compiere tale opera.


La prima parte si chiude con la constatazione dei conoscenti dell’avvenuta guarigione del cieco nato (vv. 8-12) e soprattutto con le domande sul “come” lui ha ottenuto la vista; domande che saranno riprese drammaticamente nella seconda parte del racconto. Questa si apre con il miracolato condotto dai Farisei, esperti dottori e maestri della Legge, i quali prendono subito una posizione negativa nei confronti di Gesù, dal momento che egli, “facendo del fango”, ha violato il precetto fondamentale per Israele del “riposo” sabbatico.


Sorprende la reazione decisa del guarito nel dichiarare che Gesù è “un profeta” (v. 17). Con ciò l’evangelista mostra come la vera guarigione dell’uomo consiste nella sua adesione di fede in Gesù rivelatore di Dio. Il cieco che ora vede è, al contrario dei Farisei che si ostinano nel rimanere chiusi all’opera di illuminazione del Signore Gesù, l’esemplare per ogni uomo che gradatamente giunge alla pienezza di luce, ossia alla pienezza di fede in Gesù: è “un profeta” (v. 17); “viene da Dio” (v. 33); “Figlio dell’uomo” (v. 35).


Il racconto si conclude con Gesù che volutamente va a cercare e “trova” il miracolato cacciato fuori dalla Sinagoga (vv. 34-35) per proporgli un’adesione alla sua persona che racchiude in pienezza il mistero del “Figlio dell’uomo” che, in verità, è il Figlio di Dio!


La risposta finale del cieco, che ora vede per la prima volta Gesù, è una decisa adesione di fede in lui resa evidente dall’esplicita affermazione: «Credo, Signore». In tal modo il cieco nato, illuminato dal Signore, diviene il prototipo e l’esemplare per tutti i “credenti”.


La preghiera liturgica pone in luce la comprensione “battesimale” del testo evangelico: «Nel mendicante guarito è raffigurato il genere umano prima nella cecità della sua origine e poi nella splendida illuminazione che al fonte battesimale gli viene donata» (Prefazio I). In questo contesto l’immersione nell’acqua battesimale, evocata dalla piscina di Siloe, rappresenta il passaggio dall’oscurità totale che è l’incredulità alla grazia di “vederci” ossia di pervenire alla fede, che il Vangelo rende plasticamente nel cieco guarito il quale vede con i suoi occhi Gesù!


È questi, il Figlio, la “luce vera” che al credente è concesso di guardare in faccia, “a viso scoperto”. Cosa davvero straordinaria e mirabile se messa a confronto con l’iniziale “illuminazione” concessa da Dio al suo popolo con il dono della Legge dato a Mosè.


A tale proposito l’Apostolo richiamando l’evento proclamato nella Lettura, mentre riconosce l’autenticità della prima rivelazione a Mosè, resa evidente dallo splendore che irradiava dal suo volto (cfr. Esodo 34,29), ne dichiara anche la sua condizione effimera e di provvisorietà rispetto alla rivelazione portata dal Signore Gesù nella potenza dello Spirito (Epistola: 2Corinzi 3,7-8).


Tutti noi che abbiamo avuto il dono della fede e, dunque, siamo in grado di riconoscere che in Gesù Dio «ha lavato la cecità di questo mondo» (Prefazio I), veniamo esortati in questo tempo quaresimale a lodare, ringraziare e «con tutti i nostri sensi rendere gloria a Dio» (Prefazio I) per tale sua “opera”.


Lo faremo se «rifletteremo come in uno specchio la gloria del Signore» al punto da venire «trasformati in quella medesima immagine» (2Corinzi 3,18) dando così la nostra testimonianza pronta e vera a lui con la nostra parola e la nostra vita.


Per questo partecipando all’Eucaristia, mentre fissiamo i nostri occhi sulla gloria di Dio che è il suo Figlio morto e risorto, così preghiamo: «Signore, dà luce ai miei occhi perché non mi addormenti nella morte; perché l’avversario non dica: “Sono più forte di lui”. Tu che hai aperto gli occhi al cieco nato, con la tua luce illumina il mio cuore perché io sappia vedere le tue opere e custodisca tutti i tuoi precetti» (All’Inizio dell’assemblea Liturgica).


A. Fusi