Parrocchia S. Gerolamo Emiliani di Milano - Blog

Il Blog "Insieme per..." vuole proporre spunti di riflessione e di condivisione per costruire insieme e fare crescere la comunità della parrocchia di San Gerolamo Emiliani di Milano, contribuendo alla diffusione del messaggio evangelico.

venerdì 8 novembre 2013

858 - CRISTO RE DELL'UNIVERSO

Il brano di Matteo 25,31-46 conclude il discorso sulla venuta del Figlio dell’uomo (Matteo 24-25) e si può dividere in tre parti. La prima: vv. 31-33, introduce la venuta gloriosa del Figlio dell’uomo con il raduno universale davanti al suo trono e la separazione tra i buoni (pecore) alla sua destra e i cattivi (capre) alla sua sinistra. Nella seconda: vv. 34-45, possiamo distinguere il dialogo del re con i chiamati alla beatitudine per aver compiuto le opere di carità e di misericordia verso i poveri a lui identificati (vv. 34-40) e il dialogo con quelli posti alla sua sinistra destinati alla perdizione e alla rovina eterna per non aver compiuto le sopra citate opere di carità verso i poveri (i piccoli) e, in definitiva, verso di lui (vv. 41-45). Il v. 46 rappresenta la conclusione che descrive l’effettiva esecuzione delle sentenze: l’eterna rovina-la vita eterna. 

In questa domenica, conclusiva dell’anno liturgico, viene messa in rilievo la regalità che il Signore Gesù ha acquistato sul mondo, sulla storia e su ogni realtà esistente a motivo della sua morte, con la quale ha affrontato e vinto il potere del male che teneva proditoriamente in suo pugno l’uomo e l’intera creazione uscita dalla mano di Dio.
Con la sua risurrezione, inoltre, ha fatto brillare la vittoria della vita come speranza certa per i credenti e ha ricevuto dal Padre «ogni potere in cielo e in terra», compreso quello di giudicare, ossia di escludere o di ammettere nella vita beata del Regno dei Cieli.
Il testo evangelico, a tale riguardo, ci trasporta nelle realtà ultime e definitive che attendono ogni uomo, tra le quali spicca il giudizio affidato al Figlio dell’uomo, ossia al Signore Gesù Cristo vittorioso sul male, sul peccato e sulla morte. 
L’Antico Testamento, come risulta dalla pagina profetica, conosce la misteriosa figura del Figlio dell’uomo come proveniente dalla sfera celeste e al quale il vegliardo che siede sul trono circondato da miriadi di angeli (Lettura: Daniele 7,9-10), nel quale si deve riconoscere Dio, consegna un potere eterno «che non finirà mai e il suo regno non sarà mai distrutto» (v.14). Non sorprende, perciò che, per indicare l’ora del giudizio finale, l’evangelista applichi a Gesù il titolo di Figlio dell’uomo, altamente espressivo della sua sovranità sovratemporale, e lo descriva ricorrendo al linguaggio vetero-testamentario idoneo a parlare delle realtà ultime qual è, appunto, il giudizio supremo e inappellabile che avviene attorno al suo trono circondato dalla corte celeste e davanti al quale «verranno radunati tutti i popoli» (Vangelo: Matteo 25,31-32).
Gesù stesso, del resto, si attribuirà il titolo di Figlio dell’uomo, a indicare il “potere” che verrà posto nelle sue mani, in seguito agli eventi pasquali della sua morte e risurrezione, che lo proclamano davanti al mondo e alla storia quale egli è in senso pieno ed esclusivo: Figlio di Dio. Nella sua Pasqua, infatti, si manifesta al livello più alto il suo amore filiale per il Padre e il suo amore incandescente per l’umanità piagata e umiliata dal male e dal peccato.
Si comprende, perciò, come il giudizio abbia luogo davanti a colui che reca sulla sua persona i segni visibili della sua carità e consista, essenzialmente, in una “separazione” tra “pecore” e “capre”, ossia tra buoni e cattivi che nell’esistenza terrena vivevano insieme. Separazione fatta in base a un unico criterio: «l’aver dato o non dato da mangiare agli affamati, da bere agli assetati…» (cfr. vv.35-36), il criterio, cioè, della carità verso gli ultimi, i piccoli, i tribolati, che il Giudice ritiene come fatta o non fatta a sé stesso (v.40; v.45).
Una identificazione giustificata in quanto, nel mistero del suo amore per gli uomini umiliati dal potere del male, egli non solo si è spogliato della sua condizione divina venendo in questo mondo rivestito della nostra fragilità e debolezza, ma ha sacrificato «se stesso sull’altare della croce come vittima immacolata di pace», portando così «a compimento il mistero della nostra salvezza» (Prefazio). 
Il suo regno, pertanto, sarà popolato soltanto da gente capace di amare, come lui ha amato e, dunque un regno che, diversamente dai regni mondani fondati sul dominio e sul potere e, perciò, caduchi, sarà «un regno universale ed eterno: regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace» (Prefazio).
Esso apparirà nell’ora solenne della parusìa, l’ora del definitivo trionfo del Signore sulle potenze celesti ostili ai disegni salvifici e su tutti i nemici di Dio e degli uomini compreso quello che l’Apostolo chiama l’ultimo e il più terribile, quale è la morte (cfr. Epistola: 1Corinzi 15,24-26). Solo allora, infatti, potrà consegnare a Dio Padre il regno conquistato dal suo amore e abitato da quanti, al pari di lui, hanno amato, così che, finalmente, «Dio sia tutto in tutti» (v. 28).
Mentre attendiamo la manifestazione piena e definitiva del Regno, guardando al Signore che ci ha amato «sino alla fine», esaminiamo il nostro cuore e la nostra vita e se scoprissimo di essere collocati «alla sinistra» del trono del grande Re, supplichiamolo perché il suo Spirito ci trasformi intimamente e ci renda capaci di vivere della sua carità, che ci tiene costantemente vicini agli affamati, agli assetati, ai tribolati e agli ultimi che il mondo disprezza e non degna di considerazione alcuna, così come ha disprezzato il Signore Crocifisso.
Così facendo tutti noi, membra vive della Chiesa, autentico germoglio del Regno, mostreremo che è possibile un’altra vita, un altro mondo, un altro regno: quello dell’Amore crocifisso, l’unico che riconosciamo nostro Re. Lui solo, infatti, ha avuto «pietà dei nostri errori» e, «obbediente al volere del Padre», si è lasciato «condurre sulla croce come agnello mansueto destinato al sacrificio». A lui, solo a lui, dunque, diciamo: «Sia gloria, osanna, trionfo e vittoria», a lui «la più splendente corona di lode e di onore» (canto Dopo il Vangelo). 
Nel concludere l’Anno liturgico e preparandoci a vivere una nuova stagione di grazia, impariamo dalla solennità odierna a seguire le orme del Signore nella via della Carità, perché quando egli verrà come nostro giudice non abbiamo nulla da temere. Mentre ci accostiamo alla mensa imbandita dall’amore del Signore, supplichiamo il Padre perché «obbediamo con gioia a Cristo, Signore dell’universo, per regnare anche noi un giorno nella gloria senza fine»  (Orazione Dopo la Comunione).
A.Fusi

martedì 29 ottobre 2013

857 - APOSTOLATO DELLA PREGHIERA - NOVEMBRE 2013

Generale: Perché i sacerdoti che sperimentano difficoltà siano confortati nelle loro sofferenze, sostenuti nei loro dubbi e confermati nella loro fedeltà.

Missionaria: Perché le Chiese dell’America Latina, come frutto della missione continentale, mandino missionari ad altre Chiese.

856 - INTERPRETARE I SEGNI DEI TEMPI

Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore. La loro comunità, infatti, è composta di uomini i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il regno del Padre, ed hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti. Perciò si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia... Per questo il Concilio Vaticano II, avendo penetrato più a fondo il mistero della Chiesa, non esita ora a rivolgere la sua parola non più ai soli figli della Chiesa e a tutti coloro che invocano il nome di Cristo, ma a tutti gli uomini.…
Per svolgere questo compito, è dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura... Bisogna infatti conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo, le sue attese, le sue aspirazioni e il suo carattere spesso drammatico... Immersi in così contrastanti condizioni, moltissimi nostri contemporanei non sono in grado di identificare realmente i valori perenni e di armonizzarli dovutamente con le scoperte recenti. Per questo sentono il peso della inquietudine, tormentati tra la speranza e l'angoscia, mentre si interrogano sull'attuale andamento del mondo. Questo sfida l'uomo, anzi lo costringe a darsi una risposta.…
La Chiesa crede che Cristo, per tutti morto e risorto, dà sempre all'uomo, mediante il suo Spirito, luce e forza per rispondere alla sua altissima vocazione.… Essa crede anche di trovare nel suo Signore e Maestro la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana. Concilio Vaticano II, Gaudium et Spes 1-2,4,10

855 - ESSERE LIEVITO

C’è nulla di peggio di un cristiano che non si cura della salvezza degli altri? Non puoi qui tirar fuori la povertà; infatti quella donnetta che mise le due monetine ti accuserà (Mc 12,48). Anche Pietro diceva al paralitico: Non ho né argento né oro (At 3,6). Così Paolo era talmente povero da patire spesso la fame e mancare del cibo necessario. Non puoi mettere avanti la tua umile condizione; gli apostoli infatti erano umili e di basse origini. Non puoi addurre il pretesto dell’ignoranza; anche loro erano illetterati. Fossi schiavo o fuggiasco, puoi sempre fare ciò che dipende da te. Così era la situazione di Onesimo di cui Paolo fa l’elogio (Fil; Col 4,9). Non puoi obiettare che sei debole; così era anche Timoteo. Chiunque può essere utile al prossimo, se vuole compiere la sua parte.
Non vedete gli alberi delle foreste, come sono rigogliosi, come sono belli, sviluppati, snelli e alti? Ma se avessimo un orto vorremmo avere melograni e olivi fecondi piuttosto che quelli sterili... Così sono coloro che vedono soltanto i propri interessi...
Se il lievito mescolato alla farina non porterà tutto a fermentazione, è davvero lievito? E che dire di un profumo che non investa quanti si accostano? Lo si chiamerà ancora profumo? E non dire che è impossibile influenzare gli altri al bene, perché, se sei cristiano, è impossibile che qualcosa non si trasmetta; fa parte della natura stessa del cristiano... Dire che un cristiano non può essere utile al prossimo è come negare al sole la possibilità di illuminare e riscaldare.
San Giovanni Crisostomo (ca 345-407), sacerdote ad Antiochia poi vescovo di Costantinopoli, dottore della Chiesa
Omelie sugli Atti degli Apostoli, 20

domenica 13 ottobre 2013

854 - TU SEI LA NOSTRA PACE


Signore Gesù, Tu hai detto: Vi lascio la mia
pace, ve la do in modo diverso da come la dà il mondo.
Hai anche detto che dove alcuni sono
uniti nel Tuo nome, Tu sarai certamente conloro.

Tu sei dunque qui in mezzo a noi.
Aiutaci a vivere insieme con Te, nello scorrere dei giorni:
con Te che sei la nostra Pace.
Aiutaci a riconoscerTi in ognuno che incontriamo.
Aiuta il nostro cuore a passare nel Tuo Cuore che,
unito al Padre, è aperto a ogni uomo, a ogni creatura
nell'alito vivificante dello Spirito Santo.

Aiuta gli occhi del nostro cuore a riconoscerTi
sempre nel volto di chi gioisce e di chi piange,
di chi ha successo nella vita e di chi, stanco e
deluso, si scoraggia e deprime.

Aiutaci a credere che la Tua pace può abbattere
il reticolato delle nostre diffidenze e discordie,
può fiorire anche nelle aride sabbie dei nostri
egoismi scoperchiati dalla tua Parola e vinti
dalla Tua grazia.

Se arriveremo insieme a tanti fratelli e sorelle
da Te pacificati, noi lo sappiamo: Tu ci
spalancherai la porta della pace e della gioia
senza fine.

(Comunità dell'Eremo San Biagio)

mercoledì 9 ottobre 2013

853 - INCONTRO IN PREPARAZIONE DEL CONVEGNO MISSIONARIO


 

Nell’ambito del Convegno Missionario Diocesano, la zona di Milano dei decanati, Forlanini, Turro ,Vittoria-Romana, Centro Storico, Lambrate, Città Studi, Venezia organizza il giorno 11 ottobre alle ore 20,45 una serata sul tema dell’alterità.

giovedì 3 ottobre 2013

852 - NOVENA E PREGHIERA A SAN FRANCESCO

Basilica superiore di Assisi

Santo d'Assisi, d'Italia e del mondo, che tanto ti prodigasti nella tua vita perché, superata ogni divisione e discordia, gli uomini si riconoscessero fratelli, dona anche a noi la capacità di mpegnarci a cercare sempre in tutti i nostri fratelli le cose che ci uniscono. Gloria

Vero cantore di Dio nel suo creato, che sapesti farti voce di ogni essere ed esaltare il Signore in tutte le sue opere, fa' che sappiamo sempre accostarci con rispetto e amore ad ogni creatura e per ammirare in essa le meraviglie di Cristo. Gloria.

Perfetto testimone della fede cristiana che, zelante del regno di Dio, con parole semplici sapesti avvicinare anche chi era lontano, aiutaci a trovare sempre le parole opportune per annunciare Cristo con franchezza e semplicità. Gloria.

Sposo fedele di madonna Povertà, che scegliesti sull'esempio di Cristo Signore come unica compagna della tua vita, concedi anche a noi di condurre una vita semplice e aperta alla condivisione con gli ultimi, gli emarginati e i sofferenti di questo nostro difficile tempo. Gloria.

Uomo fatto preghiera, patrono d'Italia, che appartieni non solo ad Assisi ma a tutta l'umanità e con la testimonianza evangelica spingi potentemente a servire la giustizia e la pace, fa' che i tuoi figli e i tuoi devoti sappiano rispondere alle sfide di questo mondo con la mansuetudine e la coerenza di chi segue il vangelo di Cristo. Gloria.

Tu, che hai avvicinato il Cristo alla tua epoca, aiutaci ad avvicinare Cristo alla nostra.
Aiutaci! Questi tempi attendono Cristo con grandissima ansia, benché molti uomini della nostra epoca non se ne rendano conto.
Aiutaci, San Francesco d'Assisi, ad avvicinare alla Chiesa e al mondo di oggi il Cristo.
Tu, che hai portato nel tuo cuore le vicissitudini dei tuoi contemporanei, aiutaci col cuore vicino al cuore del Redentore ad abbracciare le vicende degli uomini della nostra epoca, i difficili problemi sociali, economici, politici, i problemi della cultura e della civiltà contemporanea, tutte le sofferenze dell'uomo di oggi, i suoi dubbi, le sue negazioni, i suoi sbandamenti, le sue tensioni, i suoi complessi, le sue inquietudini . . .
Aiutaci a tradurre tutto ciò in semplice e futtifero linguaggio del Vangelo. Aiutaci a risolvere tutto in chiave evangelica, affinché Cristo stesso possa essere "Via - Verità - Vita" per l'uomo del nostro tempo. AMEN.

851 - VITA DI SAN FRANCESCO D'ASSISI

San Francesco - Affresco Santa Maria degli Angeli
San Francesco d'Assisi nacque ad Assisi nel 1182 ca. e morì nel 1226. Giovanni Francesco Bernardone, figlio di un ricco mercante di stoffe, istruito in latino, in francese, e nella lingua e letteratura provenzale, condusse da giovane una vita spensierata e mondana; partecipò alla guerra tra Assisi e Perugia, e venne tenuto prigioniero per più di un anno, durante il quale patì per una grave malattia che lo avrebbe indotto a mutare radicalmente lo stile di vita: tornato ad Assisi nel 1205, Francesco si dedicò infatti a opere di carità tra i lebbrosi e cominciò a impegnarsi nel restauro di edifici di culto in rovina, dopo aver avuto una visione di san Damiano d'Assisi che gli ordinava di restaurare la chiesa a lui dedicata.
Il padre di Francesco, adirato per i mutamenti nella personalità del figlio e per le sue cospicue offerte, lo diseredò; Francesco si spogliò allora dei suoi ricchi abiti dinanzi al vescovo di Assisi, eletto da Francesco arbitro della loro controversia. Dedicò i tre anni seguenti alla cura dei poveri e dei lebbrosi nei boschi del monte Subasio. Nella cappella di Santa Maria degli Angeli, nel 1208, un giorno, durante la Messa, ricevette l'invito a uscire nel mondo e, secondo il testo del Vangelo di Matteo (10:5-14), a privarsi di tutto per fare del bene ovunque.
Tornato ad Assisi l'anno stesso, Francesco iniziò la sua predicazione, raggruppando intorno a sé dodici seguaci che divennero i primi confratelli del suo ordine (poi denominato primo ordine) ed elessero Francesco loro superiore, scegliendo la loro prima sede nella chiesetta della Porziuncola. Nel 1210 l'ordine venne riconosciuto da papa Innocenzo III; nel 1212 anche Chiara d'Assisi prese l'abito monastico, istituendo il secondo ordine francescano, detto delle clarisse. Intorno al 1212, dopo aver predicato in varie regioni italiane, Francesco partì per la Terra Santa, ma un naufragio lo costrinse a tornare, e altri problemi gli impedirono di diffondere la sua opera missionaria in Spagna, dove intendeva fare proseliti tra i mori.
Nel 1219 si recò in Egitto, dove predicò davanti al sultano, senza però riuscire a convertirlo, poi si recò in Terra Santa, rimanendovi fino al 1220; al suo ritorno, trovò dissenso tra i frati e si dimise dall'incarico di superiore, dedicandosi a quello che sarebbe stato il terzo ordine dei francescani, i terziari. Ritiratosi sul monte della Verna nel settembre 1224, dopo 40 giorni di digiuno e sofferenza affrontati con gioia, ricevette le stigmate, i segni della crocifissione, sul cui aspetto, tuttavia, le fonti non concordano.
Francesco venne portato ad Assisi, dove rimase per anni segnato dalla sofferenza fisica e da una cecità quasi totale, che non indebolì tuttavia quell'amore per Dio e per la creazione espresso nel Cantico di frate Sole, probabilmente composto ad Assisi nel 1225; in esso il Sole e la natura sono lodati come fratelli e sorelle, ed è contenuto l'episodio in cui il santo predica agli uccelli. Francesco, che è patrono d'Italia, venne canonizzato nel 1228 da papa Gregorio IX. Viene sovente rappresentato nell'iconografia tradizionale nell'atto di predicare agli animali o con le stigmate.http://www.san-francesco.it/assisi.asp

domenica 29 settembre 2013

850 - APOSTOLATO DELLA PREGHIERA - OTTOBRE 2013

Intenzione generale: "perché quanti si sentono schiacciati dal peso della vita, sino a desiderare la fine, possano avvertire la vicinanza dell'amore di Dio".
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Intenzione missionaria: "perché la celebrazione della giornata missionaria mondiale renda tutti i cristiani coscienti di essere non solo destinatari, ma anche annunciatori della parola di Dio".
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Intenzione dei vescovi: "perché i cristiani non si sottraggano al dovere di dare il loro contributo all'edificazione della città dell'uomo, e siano coscienza evangelica della società".

venerdì 27 settembre 2013

849 - V DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI BATTISTA

Il brano di Luca 6,27-38 fa parte del cosiddetto “discorso della pianura” (6,17-49) che Gesù pronuncia, dopo l’elezione dei dodici apostoli, davanti ai suoi discepoli e alla folla. Si noti come egli si rivolga dapprima: «A voi che ascoltate», a quanti cioè aprono il cuore e la mente alla sua parola (v.27), e avvia il suo discorso riguardante il comportamento dei suoi discepoli improntato essenzialmente alla misericordia (vv. 28-34), incorniciato dai detti relativi all’amore per i nemici rispettivamente al v. 27 e al v. 35a. Tutto però poggia sul fatto che un simile amore rivela, in chi lo vive, la figliolanza dell’Altissimo, di Dio, il quale «è benevolo verso gli ingrati e i malvagi» (v. 35). Ciò viene poi ripetuto al v. 36 dove la misericordia di Dio è indicata come misura della misericordia del discepolo. Ad esso seguono alcuni detti sul giudizio, sul perdono e sulla generosità del dono (vv. 37-38).
Le Scritture offrono una chiara testimonianza alla carità di Dio verso tutti gli uomini che si è resa visibile nel donare al mondo il suo Unico Figlio, Gesù.
Egli nella sua vita terrena ha predicato il Vangelo della salvezza destinata anche ai peccatori, ai piccoli e agli ultimi che, perciò, ha fatto oggetto di speciale attenzione e amore. Egli si è premurato di mettere in luce nella sua parola e nelle sue azioni che nessuno, proprio nessuno, è escluso dalla salvezza che Dio offre in lui, il Figlio amato!
Con ciò Gesù porta a compimento quanto i profeti avevano annunciato a proposito delle grandi cose che Dio ha in serbo non solo per il suo popolo, ma anche per gli stranieri e perfino per gli eunuchi (Lettura: Isaia 56) che «preferiscono quello che a me piace e restano fermi nella mia alleanza» (v. 4).
Stranieri ed eunuchi nel contesto della società del tempo del profeta rappresentano il gradino più basso e, di fatto, sono considerati degli estranei, esclusi perciò dalla discendenza di Abramo e dalle promesse, impossibilitati a rendere culto all’unico Dio, il Dio di Israele. Gli eunuchi, in particolare, impossibilitati a generare, sono destinati all’insignificanza e all’oblio perenne.
Eppure, a quanti di essi si aprono alla volontà di Dio e praticano perciò la “giustizia” (v. 2), Dio promette di dare un «nome eterno» che non sarà mai cancellato dalla memoria del popolo (cfr.v. 5) e di gradire le loro preghiere e le loro offerte, ammettendoli così a celebrare il culto nel suo Tempio che, perciò, diviene «casa di preghiera per tutti i popoli» (v. 7).
Il Signore Gesù, principalmente nella sua Pasqua, compiendo l’antica profezia, ha radunato senza preclusioni di sorta nella sua comunità, la Chiesa, quanti, pur appartenenti a popoli diversi per lingua e cultura, volgono il cuore a lui e al suo Vangelo.
Ciò si concretizza nell’accoglienza delle sue parole e della sua Legge che è illustrata nella pagina evangelica oggi proclamata. In essa viene data la norma suprema della carità declinata in atteggiamenti e comportamenti umanamente inconcepibili come l’amore verso i nemici, «il fare del bene a quelli che vi odiano, il benedire coloro che vi maledicono, il pregare per coloro che vi trattano male» (Vangelo: Luca 6,27-28).
Questa norma che Gesù consegnò ai suoi discepoli e, tramite essi, a tutti coloro che nei secoli vorranno seguirlo, è stata da lui praticata per primo nel dare la sua stessa vita per gli uomini, tutti indistintamente “morti” a causa del peccato e anche per quelli a lui ostili al punto da consegnarlo a una morte violenta e infamante. In ciò egli ha rivelato il comportamento di Dio stesso il quale, “giustamente” dovrebbe condannare il mondo alla rovina eterna mentre, inaspettatamente, si mostra «benevolo verso gli ingrati e i malvagi» (v. 35) concedendo il suo perdono nel suo Figlio crocifisso.
Tocca ora alla sua Chiesa mostrare e testimoniare il volto di Dio che Gesù ha rivelato nella sua persona e nella sua vita così che tutti i suoi membri appaiono effettivamente, quali sono per grazia, «figli dell’Altissimo» (v. 35) come lui, cioè, pronti al perdono e misericordiosi.
In epoca apostolica, Paolo ha tradotto la norma del Signore nell’esortazione data alla comunità di Roma composta da ebrei convertiti e da pagani e, quindi, difficilmente amalgamabili: «Accoglietevi gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi, per la gloria di Dio» (Epistola: Romani 15,7) e, perciò, supplica il Signore di concedere ad essi «di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti, sull’esempio di Cristo Gesù, perché con un solo animo e una voce rendiate gloria a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo» (v. 5-6). Si tratta di una norma tra le più difficili per noi da osservare, di fatto impossibili se non interviene un dono dall’Alto.
Del resto anche l’antico orante si domandava: «Come potrà un giovane tenere pura la sua via?», ossia vivere in fedeltà i precetti del Signore (Salmo 118,9)? La risposta è contenuta nei versetti successivi: «Con tutto il mio cuore ti cerco: non lasciarmi deviare dai tuoi comandi» (v. 10).
Cercare il Signore con tutto il cuore, chiedere a Dio di insegnarci i suoi decreti e di far sì che riponiamo in essi la nostra gioia e la nostra delizia, non più, dunque, nella gioia e nelle delizie effimere che ci procura l’assecondare il nostro cuore cattivo. È ciò che abbiamo domandato all’inizio dell’assemblea liturgica: «Signore, ascolta la mia voce! Di te il mio cuore ha detto: Cerca il suo volto! Io cercherò il tuo volto, Signore; non ti celare mai!» (Canto All’Ingresso) e per cui abbiamo pregato prima dell’offerta del Corpo e del Sangue del Signore: «Infondi, o Dio, nei tuoi figli una grande e forte capacità di amare, perché sappiano serbarsi fedeli all’insegnamento del vangelo e possano vivere sempre nella carità e nella pace» (Orazione Sui doni). 
A. Fusi