E’ detta "di Abramo" perché il brano evangelico in essa sempre proclamato, preso da Giovanni 8,31-59, lo propone come padre e modello di tutti coloro che aprono il cuore alla rivelazione di Dio nel suo Figlio Gesù. È la fede, in una parola, richiesta a chi deve ricevere il Battesimo ed è la fede che deve caratterizzare l’esistenza dei già battezzati comunemente, non a caso, detti "fedeli".
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Il brano si presenta suddiviso in tre parti. Nei vv 31-36 Gesù, in dialogo con i Giudei che avevano creduto in lui, li esorta a «rimanere nella sua parola» per conoscere la "verità" ossia la salvezza da lui stesso portata come "inviato" di Dio e che libera dal "peccato" ovvero da quella condizione di lontananza da Dio, e dunque, di tenebra e di morte in cui l’uomo vive in questo mondo.
I vv 37-47 riguardano la vera discendenza da Abramo che consiste essenzialmente nel «fare le opere di Abramo», ossia nel credere e nel consegnarsi alla volontà di Dio così come Gesù, il Figlio, fa nei riguardi del Padre.
L’ultima sezione, comprendente i versetti 48-59, riporta la promessa di Gesù a coloro che ascoltano la sua parola di «non vedere la morte»; la rivelazione della sua "preesistenza" nei confronti di Abramo con la decisiva parola di rivelazione: «Prima che Abramo fosse, io sono».
La presente domenica non a caso è denominata "di Abramo" perché, nel progressivo cammino di fede teso alla celebrazione della nostra salvezza nella Pasqua del Signore, egli rappresenta come "l’esemplare" e insieme "il capostipite" dei credenti. Per essere tali, infatti, bisogna fare ciò che ha fatto lui: credere! In una parola, solo chi crede, perciò, può gloriarsi in tutta verità del titolo di "figlio di Abramo". Tale "figliolanza", di conseguenza, non è più da considerarsi come una discendenza "naturale" da Abramo, un semplice appartenere cioè alla sua stirpe! Gesù, infatti, ai suoi interlocutori, ostilmente chiusi alla sua Parola, lo dice apertamente: «Se foste figli di Abramo, fareste le opere di Abramo» (v 39) che
È ciò che siamo chiamati a fare noi che, con l’adesione alla Parola divina di salvezza e mediante la fede e il Battesimo, formiamo
Gesù, infatti, non è soltanto "un profeta" pari a Mosè, a cui occorre dare ascolto (Lettura: Deuteronomio 18,18-19). Egli è perfino più "grande di Abramo" e "preesistente" ad Abramo (cfr. Giovanni 8,53.58) perché è il Figlio "uscito", "venuto" e "mandato" da Dio (v 42) per "farci liberi" (vv 32.34), ovvero per slegarci dal potere del peccato.
L’apostolo Paolo afferma la stessa cosa parlando di "giustificazione gratuita" che ci è data da Dio "per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù" (Epistola: Romani 3,24). L’"osservanza", poi, della Parola, vale a dire l’obbedienza nella fede, ai precetti del Signore, è richiesta per vivere davvero nella "libertà" e per non ricadere nella schiavitù vergognosa del peccato, porgendo l’orecchio al "padre della menzogna" (Giovanni 8,44) che, essendo "omicida" ha come intento quello di trascinare l’uomo nella "morte eterna", nella perdizione. Al contrario, "osservare